mercoledì 28 ottobre 2009

Un esercito di robot, per esplorare nuovi mondi

Un giorno non troppo lontano, un'intera armata di robot potrebbe trovarsi a sorvolare le alture delle montagne di Titano, la luna di Saturno, attraversare le sue vaste dune, oppure navigare attraverso i suoi laghi. Wolfgag Fink, del California Institute of Technology a Pasadena, afferma infatti che siamo ormai sulla soglia di un decisivo cambio di paradigma nella tecnica delle esplorazioni spaziali automatizzate, così che il prossimo "turno" delle esplorazioni robotiche potrebbe essere completamente diverso da quello che abbiamo potuto vedere fino ad oggi.

In pratica, dalle sue parole si evince come il modo di esplorare lo spazio intorno a noi stia cambiando in maniera rilevante: ci stiamo allontanando cioè dal tradizionale approccio che consiste in una singola sonda robotizzata - dunque senza alcuna ridondanza - che è comandata dalla Terra, verso un approccio radicalmente diverso, che comprenda la possibilità di disporre di tante sonde robotizzate, di basso costo, che possano comandarsi e coordinarsi l'una con l'altra, come pure comandare altri robot dislocati in posti diversi, nello stesso tempo.



Una immagine di fantasia di una serie di sonde e robot che si trovano a lavorare assieme, in maniera coordinata, nell'esplorazione di un "nuovo mondo" nel Sistema Solare...
Crediti: NASA/JPL


La cosa interessante, sia sotto il profilo astronomico che prettamente informatico, è che Fink e collaboratori stanno sviluppando un apposito software che dovrebbe permettere ai robots eventualmente impiegati per una missione spaziale, di lavorare indipendentemente ma come parte di un team più vasto. Il software dovrebbe permettere ai robots di "pensare" (le virgolette qui sono obbligatorie!) in proprio, identificare eventuali problemi e pericoli, determinare aree di interesse e mettere in una lista di priorità gli obiettivi meritevoli di ispezioni più approfondite.

Per contrasto, va ricordato come al momento, gli ingegneri possono comandare un robot o una sonda, affinchè porti aventi una lista di compiti, e poi aspettare fino a che tali compiti siano stati portati a termine. In questo approccio non c'è quasi flessibilità nella definizione dei piani, una volta stabiliti, nemmeno in funzione delle cose che si vengono a scoprire nel corso della missione stessa.

L'obiettivo per il prossimo futuro - indubbiamente eccitante - è decisamente diverso: "I robot multipli saranno sulla sedia di comando", assicura Fink....!

NASA/JPL Press Release

Articolo pubblicato anche su GruppoLocale.it

martedì 27 ottobre 2009

Sulla presentazione delle nuove features di Ubuntu 9.10


via ubuntu.com

D'accordo: come molti altri, sto aspettando con impazienza di poter aggiornare la mia Ubuntu box con l'uscita della release 9.10.

Ubuntu è certamente una grande distribuzione, su questo non ci son dubbi: se non altro per il grande seguito e la poderosa community che le fornisce un valore aggiunto niente affatto trascurabile.

In ogni caso, se dovessi proprio proprio muovere una critica alla pagina web che ospita gli screenshot con la presentazione delle nuove caratteristiche del sistema... beh, potrebbe essere la seguente: avete per caso realizzato come praticamente il 90% delle nuove features presentate non sono, di fatto, specifiche di Ubuntu, ma assolutamente comuni, ormai, a tutte le distribuzioni linux moderne?

Intendo dire, la pagina lista con una certa evidenza la possibilità di mandare Email e chattare (programmi Empathy e Evolution), navigare su Internet (l'immancabile - e con ragione - Firefox: ma immaginate una distribuzione linux senza?), gestire le foto (con F-Spot, comune a tutti gli ambienti Gnome)...

E' chiaro, lo scopo della pagine è anche quello di introdurre Ubuntu, come possibile sistema operativo, alle persone che non sono geek o esperti di linux. In ogni caso, perchè mai non mettere più in evidenza le specifiche caratteristiche di Ubuntu (e ci sono, senza dubbio)?

venerdì 23 ottobre 2009

Linus Torvalds fan di Windows 7...?

Accipicchia quest'uomo, devo ammetterlo, mi sorprende in continuazione. Ha la straordinaria abilità di sfuggire come un'anguilla in tutti gli schemi di pensiero e le schematizzazioni in cui la mia (nostra?) comodità di opinione vorrebbe forse inserirlo...




Eccotelo qui che fa "pollice su" per Windows 7, con un sorriso birichino sul volto: ho guardato bene un paio di volte la foto.. ma è proprio lui? Siii è proprio lui. Non c'è niente da fare, mi risulta simpatico anche in questa occasione: humor, capacità di "sdrammatizzare" e pacata bonomia, sono quel che servono per stemperare le a volte troppo infuocate "guerre" sui sistemi operativi, non trovate?

Windows 7's latest fan: Linus Torvalds | Tech Broiler | ZDNet.com



sabato 10 ottobre 2009

Una nuova visione della luna...?

Come saprete, verso le 13.30 della giornata di ieri, la sonda LCROSS, seguendo il suo piano programmato, ha rilasciato un vettore destinato ad impattare sulla superficie lunare, nel cratere Cabeus, nei pressi del Polo Sud del nostro satellite (qui il video distribuito dalla NASA). L'inusuale procedura serviva sostanzialmente a "smuovere" gli strati più esterni della superficie, in modo da permettere un'analisi dello "sbuffo" provocato dall'impatto stesso (con particolare attenzione alla possibile presenza di acqua), da parte della sezione della sonda rimasta in orbita, come pure da altri strumenti a terra e nello spazio.



Il sito scelto per l'impatto di Centaurus,
la parte di LCROSS progettata per l'impatto sulla superficie lunare.
Crediti: NASA

A testimonianza di questa interessante sinergia, si possono consultare già le press releases del Keck Observatory (che ha usato il telescopio Keck II per acquisire informazioni spettroscopiche in concomitanza dell'impatto della sonda) e del Telescopio Spaziale Hubble (il quale ha dedicato la nuova Wide Field Camera 3 e lo spettrografo STIS per analizzare gli sbuffi di materiale vaporizzato ed espulso nello spazio a seguito della collisione).

E' forse troppo presto per tirare delle analisi sui risultati ottenuti, come si può evincere scorrendo i vari comunicati stampa, che comunque concordano nell'escludere riscontri particolarmente eclatanti in termini di quantità di acqua presente. Per ora basta sapere che la missione sembra essersi svolta senza imprevisti, secondo le direttive pianificate. E con un piacevole valore aggiunto, come è ormai quasi consuetudine: l'apertura (con le modalità di una "diretta" in tempo reale) alla fruizione al più vasto pubblico, complice Internet, la grande rete che in questi casi - al di là di eccessive enfasi retoriche - svolge effettivamente un suo ruolo nell'ambito della diffusione della conoscenza.

Qual è il vostro giudizio sulla missione, al di là dei risultati? Commentate la notizia qui oppure collegandovi al sito di GruppoLocale.it in Facebook!

Notizia originariamente pubblicata in GruppoLocale.it

giovedì 8 ottobre 2009

Geocities chiude i battenti: la fine del web 1.0 ?

Leggo ora che il servizio Geocities chiuderà i battenti a giorni: il 26 ottobre i siti che ancora si appoggiano a tale antico servizio saranno dismessi. Il nome Geocities forse potrà dir poco o nulla (certo molto meno di Facebook o Youtube) ai più giovani navigatori del web, ma ai più attempatelli (tra i quali il sottoscritto) c'è il caso che evochi molte memorie... Al proposito (valga come disclaimer) vi anticipo che nel seguito sarete annoiati con un selezionato campione delle mie ;-)

Cominciamo? Bene, allora torniamo indietro ai primi anni '90, la preistoria per il web. Pochi avevano Internet a casa, nessuno ne parlava e i media lo ignoravano completamente. In alcuni luoghi, come gli istituti scientifici, però vi era già e veniva usato. Durante il mio dottorato in astromia, all'Osservatorio di Roma a Monteporzio (dove attualmente ancora lavoro), ebbi dunque la mia prima esposizione ad Internet. Certo il web era veramente più esiguo che oggi, pochi siti composti da pagine sobrie e statiche, in pieno stile 1.0: popo più che documenti accessibili dal broeser, con grafica minimale... oggi sembrerebbero davvero "strane".

Non era ancora diffusa l'idea del blog (lasciamo stare poi Facebook o i microblog tipo Twitter...); il paradigma che cominciava invece ad affermarsi tra chi disponeva di spazio web (e non era così immediato),  di chi masticava un poco di HTML (ancor meno immediato) era quello della pagina personale: la propria Home Page veniva così intesa come una sorta di "presentazione" del proprio profilo e delle proprie attività lavorative, insieme ad un paio di foto e una presentazione dei propri interessi. C'è bisogno di dire che tale struttura era assolutamente statica e aggiornata normalmente solo di tanto in tanto?

Nonostante tutto, poter possedere una pagina propria mi sembrava una cosa affascinante. Come fare però? A quel tempo nemmeno l'istituto dove operavo metteva a disposizione spazio web, o comunque non ad un dottorando. Dunque dovevo aspettare. Ma il web mi sembrava già una cosa incredibile, di grandissima portata; forse la più grande invenzione nella trasmissione di informazione dopo la stampa: pubblicare un documento a Roma e renderlo immediatamente visibile in Germania, negli USA, dappertutto. Chi l'avrebbe pensato possibile, fino a poco tempo prima?
Non ricordo esattamente come (forse segnalatomi da uno dei system manager di allora) ad un certo punto mi imbattei in Geocities. Non ci potevo credere, ero realmente eccitato. Poter scrivere sul web, pubblicare una pagina, un sito... tutto mio. Sono cose che al momento attuale non sorprendono nessuno. A me  allora pareva incredibile: ricordo ancor adesso assai bene la mia trepidazione, l'entusiasmo e l'esaltazione di quando aprii il mio account e salvai la mia prima paginetta. Ricordo anche che nella fretta, quel giorno, ci scrissi qualcosa (in inglese, lingua allora quasi obbligata del web) tipo "benvenuti forse nella peggiore pagina di Internet. Nessun link, nessuna foto, nessun testo... Tornate tra un pò, dovreste trovare altre cose!". Misi un paio di leggeri elementi grafici, uno sfondino verde, e salvai. Tutto qui: ma l'emozione era tanta. Una pagina tutta mia, che si poteva vedere ovunque! (Lo so che state sorridendo, eh!)

Pian piano - nei mesi successivi - aggiunsi contenuti, sottopagine, definii gli sfondi, i link etc. Esplorai anche il circondario: il bello del primo Geocities - in cui ci si sentiva davvero comunità - era che i siti venivano rappresentati, scorrendo la lista degli utenti, in una pagina grafica,  come delle piccole casette collegate tra loro da un sentiero. Così ti veniva la curiosità di andare a vedere chi abitava vicino a te, curiosare di cosa scriveva, magari scrivergli un mail. Poi c'erano i quartieri, le città. A seconda dell'argomento della tua pagina (arte, scienza, istruzione...) prendevi casa in CapeCanaveral, in Paris (io presi la prima casa a CapeCanaveral, per la scienza, ma poi traslocai in Paris/Bistro perchè aumentai la sezione della scrittura creativa - vi era proprio una procedura apposita di trasferimento, ricordo). La URL della pagina era composta dal nome del quartiere e da un numero, appunto il tuo numero di casa. Se uno la lasciava, un'altro poteva venire a prenderla, trovandola libera. Indubbiamente il paradigma delle case e quartieri era affascinante....

Tante altre cose potrei raccontare, ma temo che i pochi arrivati fin qui, si tedierebbero in maniera eccessiva... Il web era appena cominciato, e da lì cominciava la sua avventura da strumento di pochi a mezzo di comunicazione di massa, com'è al momento attuale. Gli strumenti tecnici, i linguaggi del web, si perfezionavano e si ampliavano pian piano, parallelamente alla sua diffusione.

Rimane il fatto che la chiusura di Geocities, se pur non sorprende, sancisce nettamente il fatto della mutazione di Internet, verso tipi di interazione più sociale, verso siti più dinamici e multimediali, o aggiornati molto più di frequente... ciao Geocities, mi lasci comunque tanti bei ricordi... :-)

martedì 6 ottobre 2009

"Le vite di Galileo", parte seconda

Seconda ed ultima parte di un articolo di Sabrina Masiero 
Dipartimento di Astronomia dell’Università degli Studi di Padova

 
 ... Successivamente, si passa a Londra e Greenwich nel 1664, dove facciamo conoscenza con due grandi astronomi dell’epoca: Edmund Halley ed Isaac Newton. In una accesa discussione con Robert Hooke (famoso per la legge fisica sulle molle), emerge che quest’ultimo affermava di aver ricavato la legge di gravitazione universale molti anni prima di Newton. Newton, con il contributo economico di Halley, pubblicherà i suoi risultati sulla gravitazione nel grande libro “Philosophiae Naturalis Principia Matematica”, affermando che l’attrazione che Sole e Luna esercitano reciprocamente, non è una proprietà di questi due corpi, ma è universale e vale tanto per i corpi vicini quanto per quelli lontani. Da qui, il termine di “universale”.



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lunedì 5 ottobre 2009

"Le vite di Galileo", parte prima

Prima parte di un articolo di Sabrina Masiero 
Dipartimento di Astronomia dell’Università degli Studi di Padova
 
"Le vite di Galileo" è il fumetto ufficiale dell’Anno dell’Astronomia 2009 (IYA2009) che lo svizzero Fiami ha realizzato in due anni di lavoro, contattando astronomi, storici della scienza e filosofi. In questi giorni il fumetto esce nella sua versione italiana grazie all’imprimatur della casa editrice CLEUP, Cooperativa Libraria Editrice Università di Padova. Un regalo che la città di Padova (dove Galileo visse “li diciotto anni migliori della mia età” come scriverà due anni prima di morire) e l’Università patavina (dove Galileo fu professore di matematica) fanno al grande scienziato italiano, quattrocento anni dopo le sue più grandi scoperte col cannocchiale, tra il 1609 e il 1610.




Si parla di “vite” di Galileo e non di “vita” di Galileo, in quanto Fiami racconta la storia dell’astronomia in sei grandi tappe: si parte da Babilonia (nel 568 a.C.), dove un bambino di nome Galilosor impara a scrivere nell’argilla umida con un piccolo giunco e a leggere nel cielo. “Il cielo appartiene agli Dei, non toccarlo figliolo!” dice il padre quando si rende conto che suo figlio osserva il cielo e vuole studiare dal tramonto all’alba, non dall’alba al tramonto come fanno tutti gli altri, perché la sua più grande passione sono le stelle che si osservano, appunto, di notte.

Si passa poi ad Alessandria d’Egitto (nel 197 a.C.) dove due discepoli di Archimede, Galilosor e Simpliocios, vanno a trovare il grande Eratostene, allora Direttore della Biblioteca di Alessandria, che mostra loro come riuscì a calcolare la circonferenza terreste. Naturalmente, in poche vignette si intuisce il genio di Eratostene che determinò con un errore di soli 74 chilometri la dimensione della circonferenza terrestre (circa 40.000 anziché 40.074 chilometri, quest’ultimo un valore ricavato con misure più precise e moderne).

La terza tappa è a Kusumapura, in India, nel 499 dove Galilala si intrattiene a parlare di cielo con un grande astronomo dell’epoca Aryabhata, che all’età di 23 anni aveva già pubblicato il primo trattato di astronomia giunto fino a noi. Undici secoli prima di Galileo, Aryabhata parlava già di relatività, quella che sarebbe stata definita più tardi “relatività galileiana”, affermando cioè che se fossimo su una nave e osservassimo una montagna, essa ci apparirebbe muoversi in senso opposto alla direzione di moto della nave.

La quarta tappa è ambientata nella Venezia del 1609. Nell’estate di quell'anno, Galileo viene a conoscenza da alcuni amici che un ottico in Olanda aveva costruito un giocattolo: un tubo con alle estremità due lenti, una concava da una parte, una convessa dall’altra. Abile e veloce, Galileo in pochi giorni se lo costruisce e lo punta verso il cielo. E’ il cannocchiale, col quale avrebbe fatto le sue più grandi scoperte. Il primo oggetto che osserva è, naturalmente, quello più luminoso e grande del nostro cielo notturno: la Luna. Galileo la osserva diversa da come si diceva doveva essere. Non è affatto liscia, ma scabra e ricoperta di montagne: schiere di filosofi e scienziati fino a quel momento avevano affermato il contrario.

All’inizio del gennaio del 1610, Galileo punta il suo cannocchiale verso Giove e, giorno dopo giorno, scopre la presenza di quattro ”stelle” attorno a Giove, che intuisce essere in realtà quattro satelliti del pianeta, come lo è la Luna per la Terra. Questo sistema solare in miniatura fa crollare venti secoli di certezze e apre la strada alla vera indagine scientifica del cosmo....