mercoledì 19 ottobre 2011

Sui percorsi possibili della tecnologia (ciao Jaiku, ciao Buzz...)

Lo sappiamo. La storia della tecnologia è ampiamente la storia di quello che sarebbe potuto essere e non è stato. E' una storia che intraprende percorsi a volte incredibili, che visti da valle sembrano bizzarri, che non si capisce come e perché sono stati intrapresi. O almeno, non sempre se ne capiscono tutte le ragioni. 

Perché il VHS si è imposto come standard universale (prima del DVD), e il Betamax è scomparso, quando a detta di molti era tecnologicamente superiore. Perché si è affermato Windows quando alla sua comparsa il Macintosh era certamente più avanzato, a livello di interfaccia grafica. 

Perché si è imposto ormai universalmente Twitter quando servizi più sofisticati e ambiziosi come Jaiku hanno invece compiuto una parabola che ora sta arrivando a terra. Jaiku è una scommessa persa, gestita male. Il servizio di microblogging che Google a suo tempo acquistò, poi mise in naftalina, e ora sta per chiudere, rimane ormai come un reperto antico a testimonianza di un'epoca tecnologica già sepolta.


Path
I percorsi della tecnologia non sono così lineari...

La chiamerei l'epoca pre-iPhone.  Forse qualcuno si ricorda. Vi fu qualche anno fa un momento in cui le device mobili con Symbian sembrava fossero la punta dell'espressione informatica in mobilità. Un gigante come Nokia vi aveva aderito in pieno, e non era poco. Così Jaiku, che fotografava intelligene questo stato di cose, aveva un bellissimo programma per Symbian che permetteva di interagire in maniera molto rapida con il social network. Ma di più, faceva una cosa molto ambiziosa: unificava i contatti sul device con quelli del network stesso, presentando sullo smartphone una unica scheda in cui finalmente poteva comparire molta più informazione, come l'ultimo messaggio inviato, la posizione (sì anche questa), etc. L'integrazione del programma con il sistema operativo era veramente deliziosa.

La scommessa era questa, nemmeno tanto nascosta. Costruire una rete sociale da usare sia sul desktop che in mobilità, mappata efficacemente sui dispositivi mobili dell'epoca. Sì, parliamo solo di pochi anni fa, ma è praticamente un'altra epoca. Da allora è cambiato tutto. Da una parte, Symbian ha ormai ceduto il passo ad iPhone OS ed Android. Dall'altra, la varietà dei social network si è drasticamente ridotta decretando, dopo qualche incertezza, alcuni indiscussi vincitori (e lasciando vari morti e feriti sul campo...). Sappiamo bene chi ce l'ha fatta. Facebook su tutti, in misura minore Twitter. G+ è ancora impegnato nella rincorsa di Facebook, vedremo. 

Ah, ma Jaiku era proprio bello. Ricordo i proclami degli early adopters italici,  del tipo "Ciao Twitter, passo a Jaiku!" che si vedevano negli aggiornamenti di stato. Anch'io ne feci uno simile. Preistoria. Eppure Jaiku aveva i gruppi tematici, l'importazione nativa dei feed, la possibilità di inserire veri commenti ai post. Per di più i commenti non erano "costretti" dentro i famigerati 140 caratteri, ma solo i post ordinari. Questa si rivelò una scelta molto intelligente per stimolare la discussione intorno ad un dato tema, o link. E' del resto il modello a cui dichiaratamente si ispira Qaiku - che però non ha purtroppo mia preso piede, almeno da noi.

Così Twitter, che non ha proprio niente di queste cose, rimane la piattaforma di microblog d'elezione. Tanto che l'ultima versione di iPhone OS lo incorpora addirittura nel suo interno. 

La scelta di chiuderle Jaiku è comprensibile, ormai (come quella di chiudere Google Buzz, l'esperimento di Google verso i social network precedente a G+). Molta gente non se ne accorgerà nemmeno, farà meno rumore di un ipotetico stop di Facebook che durasse appena qualche minuto. 

Eppure Jaiku rimane uno dei percorsi possibili - uno dei molteplici ed alternatici universi tecnologici - che non si è realizzato. Che buffo, pensarlo.

mercoledì 12 ottobre 2011

La forza tranquilla di Tumblr...

Nel mare di servizi Internet, a volte capita di iscriversi a qualcosa, giocarci per un pochino, poi dedicarsi ad altro e magari lasciar ristagnare quello che si era trovato. Può capitare poi di riscoprirne l'utilità, di arrivare più avanti a comprenderne realmente l'efficacia.

Così è il mio tragitto con Tumblr. Questa piattaforma è a rigore un tumblelog, qualcosa a mezza strada tra un microblog (come Twitter) e un blog vero e proprio (come WordPress, oppure Blogger). Ne abbiamo parlato anche qui, anni fa. L'ho lasciata un pò inutilizzata per diverso tempo, probabilmente troppo preso dal fenomeno del microblog. 

Ultimamente però sono tornato ad utilizzare Tumblr, ho dato un nuovo nome, meno anonimo, al mio sito (parolefelpate.tumblr.com) e sono ritornato a postare con più assiduità. Il mio intento era di farne una specie di blog relativo alla scrittura e agli scrittori (di qui il nome, con rimando anche al mio amore per i felini). Tumblr in effetti rende facilissimo creare dei post con immagini, video, citazioni. Rende anche facilissimo il "reblog" di post altrui, magari aggiungendo un commento o altre note personali. 

Ispirato dalla lettura di altri blog (come lo stupendo La bellezza è una ferita, che però è su piattaforma WordPress), ho iniziato negli ultimi tempi ad usarlo anche per "fermare" degli stralci di scritti che mi colpiscono in maniera particolare, che voglio trattenere. Magari aggiungendo una foto che possa pensarsi come complemento alla frase: in questo senso la cosa è piuttosto facile, magari attingendo allo smisurato archivio di un sito come Flickr, che tra l'altro permette il reblog immediato sulla piattaforma Tumblr.

Del microblog Tumblr (che ha molta più flessibilità, ad esempio, di Twitter) trattiene il meccanismo della timeline, per cui si possono scegliere le persone dalle quali ricevere gli aggiornamenti, che vengono presentati in bella forma nella propria DashBoard. Può dunque capitare che un post che risulta particolarmente gradito si allarghi su Tumblr a macchia d'olio, data la facilità del reblog. Se alcune persone abbastanza seguite fanno reblog di un mio post, questo facilmente si traduce in una catena di riproposizioni perchè i loro followers potranno ulteriormente diffondere il post, e via di questo passo. 

Questo sta succedendo proprio ora, con un mio post di stamattina. La foto - tra l'altro ho avuto solo il merito di sceglierla, non è certo farina del mio sacco - che accompagna il post viene rebloggata da più e più persone: la cosa simpatica è che sotto al post viene tenuta traccia di tutte le interazioni (like e reblog) degli altri utenti: in questo momento siamo a quota 64 69, ma ancora aumenta...

Questo mi ha fatto riflettere su quanto sia viva e dinamica la comunità di Tumblr. Il motivo è sicuramente ascrivibile alla praticità e flessibilità del mezzo. Davvero è possibile disporre di una sorta di taccuino su web dove incollare quello che ci piace, in una frazione minima di tempo. Volendo, niente impedisce di elaborare post anche complessi. Ma quello che risulta davvero intrigante, per me, è la facilità con cui si possono formulare semplici post, una immagine e qualche descrizione. 

Un servizio ben fatto, davvero. Non se ne parla spesso nei media: molto meno di Facebook, oppure Twitter. Eppure è una forza, una forza tranquilla. E non abbiamo detto delle altre caratteristiche... Vogliamo accennare anche alle possibilità di postare anche da dispositivi mobili? Scegliere il tema? Aggiungere pagine statiche?  Postare via email, etc etc...? Ecco perché tutti amano Tumblr.

venerdì 7 ottobre 2011

Siate affamati, siate folli...

Così Steve ci ha lasciato, dopo aver combattuto per anni la sua battaglia contro il terribile male. In questi momenti in rete si moltiplicano i commenti e le analisi di ogni tipo. Da chi lo delinea come un geniale comunicatore e un efficiente manager  di sé stesso e della sua azienda, a chi lo ricorda come un maestro di pensiero, quasi come un guru dei tempi moderni. Chi è Steve Jobs, e cosa ci lascia? Sono d'accordo con Licia Troisi (che tra le opposte tendenze, riesce a mio avviso ad essere felicemente equilibrata)  sul fatto che ora, innanzitutto, non pensiamo al venditore, pensiamo all'uomo.


Più esplicito ancora, in questo senso, è il pezzo di Gigio Rancilio su Avvenire. Per quanti i-gadget posso avere in casa, quello che più mi colpisce di quest'uomo è il discorso che tenne a Stanford nel 2005 (visibile anche nel bel post di Antonio Spadaro su cyberteologia.it, che efficacemente mette in evidenza le possibili risonanze tra il discorso di Jobs e l'insegnamento di Ignazio di Loyola). 





Steve Jobs R.I.P.


Sicuramente Jobs è stato un creativo geniale, sicuramente il suo Think Different ci ha aiutati a sentirci "speciali" contornandoci dei suoi prodotti (che comunque funzionano, e spesso anche bene) dimenticandoci forse che sempre di marketing aziendale si tratta, di una azienda con luci ed ombre come molte altre. Coraggiosa e innovativa, sia pure, ma pienamente integrata nel sistema.

Tuttavia, quello che più mi colpisce non è quanto è riuscito a produrre, o cosa è riuscito a venderci, ma cosa ha cercato di trasmettere, soprattutto in quel famoso discorso. Un discorso "scomodo", perché vero. Perché mette in campo quello che tutti cerchiamo di rimuovere (rovinandoci la vita), ovvero la certezza della morte. Sapere di dover morire (e non voler morire) secondo saggisti come Valerio Albisetti, è esattamente il centro da recuperare per dare senso alla nostra vita. E' comprensibile: se sai che la vita non dura per sempre, ogni giorno, ogni minuto acquista più valore. Soprattutto, non sovrapponi una menzogna  alla realtà, non ti muovi come se vivessi per sempre ma sapendo che la tua vita su questa terra ha un arco finito.

Così, anche su di un sito non certo sospettabile di propensioni macchistiche, come LinuxJournal, appare un interessante articolo che ripercorre il percorso che ha portato Steve Jobs ad intrecciare la sua vita con la tecnologia degli ultimi anni. A Steve viene riconsciuto in apertura di articolo il titolo di "innovatore tecnologico"; probabilmente anche linux (è l'ipotesi con la quale si chiude il pezzo) sarebbe stato in qualche modo diverso, senza di lui. 

Di converso, non mi provocano nessun particolare entusiasmo, se devo dirlo, le parole piuttosto dure di Richard  Stallman (che probabilmente ha perso una meravigliosa occasione per stare in silenzio). Posso dissentire in qualche misura dalla filosofia Apple, ma di certo mi riconosco sempre meno in talune posizioni estreme che trattengono ancora il gusto troppo forte di qualcosa di (tristemente) ideologico.

Ma ritorniamo ancora al discorso di Stanford.

Così esordisce Jobs "Ricordarsi che morirò presto è il più importante strumento che io abbia mai incontrato per fare le grandi scelte della vita”.  L'invito di Jobs a seguire il proprio cuore, la sua esortazione "dovete trovare quel che amate" è l'invito a guardare dentro di sé per scoprire la propria vocazione, quello a cui siamo stati chiamati, quello che ci dà  entusiasmo e passione, che dà colore alla vita, ai giorni. Assecondare la propria vocazione, "cedere" ad essa, fidarsi dei propri sogni. 

Siate affamati, siate folli per me vuol dire questo, non accontentatevi di niente di meno del cuore.

E' un lavoro, da riprendere. Adesso più che mai. Grazie, Steve.

Elaborazione di un post originariamente pubblicato su /home/mcastel