venerdì 13 dicembre 2013

iOS7, la sobrietà del mondo digitale

Uno può dire, leggendo questo post: ecco alla fine ci si abitua a tutto. E probabilmente avrebbe una parte di ragione. Anche perché come spesso accade, dopo una certa asserzione viene anche il momento di correggere il tiro. Se dunque a metà novembre scrivevo circa l’eccessivo minimalismo di iOS7, l’ultima versione del sistema operativo mobile di Apple, oggi un po’ a sorpresa dico che mi comincio a trovare abbastanza bene...

Dunque, la lezione potrebbe essere, mai fidarsi dei blog e di chi vi scrive! Il fatto è questo, in ogni caso: comincio ad abituarmi. Inizio a trovare interessante e gradevole lo stile di iOS7, così minimalista e così bianco. Averci a che fare tutti i giorni, sull’iPhone e sull’iPad, sicuramente aiuta. Uno comincia a vedere le cose in maniera diversa. E perfino il meraviglioso stile di iOS6, ora, inizia a sembrarmi un po’… vecchio!

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Il mondo digitale e quello fisico vanno ognuno per la sua strada, ormai...

Photo Credit: angelocesare via Compfight cc

Comunque prima o poi doveva avvenire, a pensarci bene. iOS6 era graficamente delizioso, spumeggiante e quasi barocco, in certe sue rappresentazioni. L’idea centrale era (secondo me): riprodurre il mondo reale nella sua proiezione virtuale, con tutta la  precisione e la sontuosità possibile. Così - ad esempio -  il blocco note era veramente realizzato a guisa di un blocchettino per appunti, uno di quelli del mondo fisico, per capirci. Con carta gialla e righette e tutto il resto.  Dell’applicazione iBook, per la lettura dei libri digitali, abbiamo già parlato. Veramente la cosa che meglio mappava un libro reale dentro il mondo virtuale: il modello fisico era seguito con tenacia e perfezione, con tanto di ombreggiature ai bordi, costina ombrata in mezzo alle pagine. Un gran pezzo di software, dava la pista all’applicazione Kindle e a tutte le altre che ho provato (e non sono poche). 

Perché appunto l’idea era quella: il virtuale deve essere una rappresentazione quanto più possibile accurata del mondo reale. La gente si deve trovare a suo agio, nel passaggio al virtuale. Deve trovare qualcosa che le ricordi il più possibile il corrispettivo esistente nel mondo fisico.

L’idea. E appunto quella, quella ora è cambiata. Alla base di iOS7, si capisce dopo un po’ che uno lo usa, è un altro concetto omogeneo e ben definito, direi compatto (magari discutibile nelle implementazioni, al massimo). Il concetto è che non serve più un aggancio al mondo fisico, ormai. Il mondo virtuale ha una sua piena dignità e si può assumere una sua sufficiente frequentazione da parte dei più.

Dunque non servirà più modellare un blocchetto per appunti, in iOS7. Si farà la cosa più semplice possibile, a vantaggio dell’usabilità: schermo bianco, stile piatto. Lo stesso per i libri. La metafora del libro vero era attraente, ma toglieva spazio e dunque in questo nuovo paradigma non aveva più senso. Anche perché lo stesso libro digitale si è svincolato dal suo corrispettivo fisico: niente è più costretto a somigliare ad un oggetto esistente.

Il che a volte spiazza. A me all’inizio non mi garbava perdere questa connessione tra mondo fisico e corrispettivo virtuale, devo dire la verità. Ma poi ti abitui... e anzi ti sembra gradevole. Il fattore abitudine, al di là di tutto, è determinante. Forse il fatto è semplicemente questo, che ci vuole tempo per assimilare una idea, percepire l’unità del concetto dietro la molteplicità delle sue manifestazioni. Così anche alcune scelte che qualche settimana fa mi sembravano sciatte - come quella di sostituire i pulsanti con semplici scritte - ora mi sono diventate gradevoli. E poi capisco anche perché: fa tutto parte della stessa idea di fondo, che sottende le singole scelte grafiche. Perché disegnare un finto pulsante ? Non ha senso nel nuovo concept. Non ci sono più copie finte di oggetti fisici. Dunque una scritta “cliccabile” è sufficiente. Ma questo lo capisco solo dopo. Dopo, quando cerco di rendermi ragione delle mie impressioni di uso.

Così come a mano a mano che le applicazioni di terze parti si aggiornano per iOS7, l’ambiente diventa ancora più omogeneo e coeso. La stessa filosofia è alla base della molteplicità delle sue rappresentazioni, della sue “incarnazioni" nelle varie app. E- bisogna dirlo - viene realizzata in maniera coerente e sufficientemente completa.

Forse ci metto anch’io un pochino a cambiare paradigma. Ma lo sto facendo, lo sto facendo... 

lunedì 9 dicembre 2013

Mi regali uno dei tuoi ebook?

Certo stiamo attraversando un cambio epocale, legato alle modalità di fruizione della cultura. Sta già avvenendo, ma non ce ne rendiamo ancora propriamente conto. E' qualcosa a cui penso sempre un po' di più man mano che i miei contenuti digitali aumentano. 

Oramai la quantità di libri che ho acquistato nei circuiti digitali (soprattutto da Amazon) è diventata abbastanza rilevante. Se dovessero materializzarsi di colpo tutti gli ebook comprati in questi anni, prendendo improvvisamente forma fisica nel mio salotto, penso che dovrei uscire io di casa, per fare spazio. Già l’idea stessa mi fa tremare. Ho gli scaffali di casa ormai strapieni (con volumi parcheggiati in seconda e terza fila), la ricettività ulteriore sarebbe veramente minima: uno dei motivi per cui mi sono spostato sui contenuti digitali. Insomma, mi rendo conto della quantità di informazioni che sto accumulando in un mondo non direttamente fisico, diciamo pure virtuale.

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"Fammi finire, poi te lo presto io...", perché in digitale no?

Il problema sorge inevitabilmente, al crescere della propria libreria. Cosa trasmettere di questo mondo, in futuro? Come passare ad altri la propria biblioteca? Certo quando si parlava di beni materiali, era abbastanza facile. La biblioteca di una persona rimane lì, comunque sia. Anche se dopo una crisi mistica il proprietario dei volumi è andato a finire in un monastero giapponese (per dire). I libri sono tutti a disposizione, possono essere presi, spostati, divisi tra diverse persone.

Eh già. Perché nel libro cartaceo informazione e mezzo di supporto coincidono in un oggetto. Tutto un altro problema per le librerie digitali. 

Al momento i miei libri su Amazon sono accessibili soltanto da me. Non posso - nemmeno volendo - alienarmene uno dandolo ad una altra persona, non posso prestarne uno (per quanto sembri strano) a chi volessi. Insomma, accanto ai vantaggi indubbi dell’editoria digitale, su cui ci siamo più volte soffermati, questo è ancora un punto delicato. Ci dovrebbe assolutamente essere un meccanismo per il quale posso almeno regalare uno dei miei libri a qualcuno. 

Lo so, lo so. Ora alcuni diranno che è un problema dei sistemi chiusi. E certo, se io ho un libro in formato epub non protetto, ad esempio (o con sistemi gentili di protezione come il Social DRM), sono libero di inviare il file a qualcuno, il quale lo può leggere senza problemi (sta a me comportarmi in maniera lesiva dei diritti di autore o meno, in questo caso). Nel caso dei sistemi chiusi come Amazon, Apple e compagnia bella, questo non è possibile: sono vincolato a ciò che Amazon (in questo caso) mi permette di fare. 

Lasciamo stare anche il fatto che tali sistemi, sia pure chiusi, hanno i loro vantaggi: trattasi di argomento sul quale comunque abbiamo già speso qualche parola. In ogni caso questo non può essere un alibi, per nessuno. Qualsiasi sistema adotto, io devo poter essere libero di regalare a qualcuno uno o più dei miei libri, o anche l’intera biblioteca, se io ne ho desiderio. Secondo me, non è pensabile di limitare la possibilità di donare un oggetto comprato, sia pure virtuale. E non sarebbe male, oltre a questo, poter prestare i libri, ovvero rendere possibile a qualcuno l’accesso al testo per un periodo limitato di tempo, periodo nel quale ovviamente io non vi posso accedere. 

Ora che la musica ha praticamente abbandonato l’infausta restrizione del controllo di accesso, e anche iTunes vende files mp3 senza protezione digitale, sembra che con i libri siamo ancora rimasti indietro, impigliati in noiosi cavilli, artificiosi steccati, irritanti barriere. Col risultato paradossale che un ebook piratato è molto più gestibile di un ebook per il quale ho investito i miei risparmi. Mi chiedo, quando potremo finalmente dire a qualcuno “Ma non l’hai letto? Io l’avevo preso in ebook e l’ho finito un mese fa, te lo passo io…” 

venerdì 15 novembre 2013

iOS7, minimalista... all'eccesso?

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Come eravamo (iPhone) ...

Confesso che ci ho provato. Ci ho provato assolutamente, a farmi piacere iOS7 e il suo design… minimalista. 

Allora, c’è una cosa, indubbiamente positiva. C’è il fatto che iOS7 ha introdotto una serie di funzionalità effettivamente molto interessanti. Diciamo pure che - accanto a delle peculiarità intriganti che tutti conosciamo e ci hanno portato a questo sistema operativo mobile - vi erano peraltro delle mancanze abbastanza gigantesche nella versione precedente di iOS. Tanto per dirne una, non ci dimentichiamo che per spegnere il wireless quando uscivi di casa, dovevi compiere una serie di operazioni piuttosto seccanti: entrare nelle impostazioni, trovare il settore del wireless, arrivare all’interruttore on/off. Insomma, facevi prima a dimenticarti di farlo e accettare di consumare un poco più di batteria (e anche di farti chiedere ad ogni incrocio di strada se volevi entrare nelle reti wireless che il telefono rilevava, peccato non avessi la password).

A parte questo. Volevo soltanto dire che ci ho provato. Ecco, prendiamo le nuove icone, dal disegno semplice semplice, essenziale. Sembrano disegni per bambini mi ha detto una collega. Eh sì, certo, pensavo. Bisogna capire il cambio di prospettiva, bisogna prendere tempo per abituarsi. Anche l’essenzialità è bella, dopotutto. D’accordo, bisogna abituarsi. Il punto è tutto lì. Pensavo.

Infatti fino ad oggi ho fatto questo, ho cercato di abituarmi. E pensavo abbastanza di esserci riuscito. Di essermi convinto autonomamente a pensare che dopotutto  il design di iOS7 è bello. E’ un passo avanti. E’ moderno.

Balle.

Eh sì, perché questo non dovevano farmelo. Questa no, proprio no. Questo rompe ogni tregua.

Passi che il blocco note da quel meraviglioso oggettivo fatto a somiglianza di un vero blocchetto di appunti, si era trasformato in un semplicissimo spazio bianco (che ci vuole a realizzarlo così? qual è il passo avanti estetico o funzionale? Spiegatemelo...). Va beh, passi. Passi anche la trasformazione del calendario. Anzi, quasi quasi si consulta meglio, così semplice. Passi anche la trasformazione dei promemoria (dopotutto c’è la necessità di uno stile coerente tra le varie app, bla bla…). 

Come è Aldiko per Android .... almeno questo ha gli scaffali ... 

Poi tutte le varie applicazioni, anche di terze parti, che si aggiornano in poco tempo tutte in puro “stile iOS7”. Ok, non so se mi piace, ma comunque definisce uno standard, una linea, un segno dei tempi. C’è una omogeneità che ha i suoi lati positivi, segna un cambiamento, definisce  e contraddistingue (nel suo piccolo) la nostra particolare era telematica.

Ma questo no. Questo proprio no.

Non me ne ero accorto, non lo sospettavo (ma avrei dovuto). Ma me ne sarei comunque accorto presto, molto presto. Ieri pomeriggio, per ristorarmi dopo un ritorno a casa nel quale non ero proprio di ottimo umore (capita, e il traffico non aiuta di certo), apro iBooks sul mio iPad 2... e rimango basito. Non ci sono più gli scaffali in finto legno, c'è un asettico sfondo chiaro. Poi apro un libro, e non trovo più l'elegante presentazione a cui ero tanto abituato. Tutto sparato piatto sullo schermo. Eh, forse ho sbagliato applicazione. Ho aperto magari Kindle per iOS, vedrai. Bello, certo: ma dal design più essenziale, meno elaborato. Beh, può succedere.

Invece no. Controllo, ho aperto proprio iBooks.

Allarme. Mi viene il sospetto che sia successo qualcosa, in mia assenza. Certo ora le app si aggiornano da sole, dunque… Vado a vedere: sì è stato aggiornato da poco, in effetti. 

E sono davanti alla cruda realtà.

Quello che fino a ieri aveva costruito quella bellissima metafora visiva della vera libreria, con tanto di scaffali di legno in cui erano appoggiati i volumi. Una delizia, una autentica delizia per gli occhi. Ti faceva venire già voglia di leggere. Al confronto anche l’ottima applicazione Kindle svaporava, svaporava letteralmente.  

Come eravamo (iPad) ... Quella ombreggiatura centrale,
che ricordava tanto la piega delle pagine....

Tanto che spesso la tentazione di comprare un libro sullo store di Apple invece che su quello di Amazon, oltre per la comodità di non dover uscire dall'app per fare l’acquisto, era anche basata sul godimento dell’interfaccia grafica.

Come siamo diventati...

Ora non più. Cara Apple, ti dico che ora ho molti meno motivi nel fare acquisti sul tuo store (non so se ti importa, ma io te lo dico lo stesso). 

Poi, fatemi dire, quale progresso c’è nel togliere opzioni? Praticamente è scomparsa l’opzione libro in favore di quella schermo pieno. Prima potevi scegliere, ora non lo puoi più fare. E a me - si sarà capito - l’impaginazione libro piaceva davvero molto, con la righini in mezzo alle pagine, le ombreggiature appropriate. Avevi proprio l’impressione di essere davanti ad un libro reale, in un certo senso. Cosa che nessun Kindle o analogo poteva darti.

Per me la gloriosa interfaccia di iBooks è stata una delle più belle sorprese seguite all’acquisto dell’iPad, a suo tempo. Non c’era niente di così delizioso nell’offerta in app della controparte Android. Peccato che a volte - viene da pensare - le cose belle non durano. Sembrerà esagerato, ma mi sento quasi quasi di affermare che ho un motivo di meno per rimanere con iOS.

Non sono sempre d’accordo con De André (comunque geniale, comunque un maestro) ma questa stavolta ci sta bene.... E come tutte le più belle cose / vivesti solo un giorno / come le rose. (La canzone di Marinella)



mercoledì 30 ottobre 2013

Posta su iOS: Mailbox premia le caselle vuote

Se avete seguito questo blog, l'avrete bello che capito: per me il protocollo di posta elettronica è vecchio. Possiamo dire la verità, di per sé sarebbe ampiamente superato: insomma, non è certo in linea con le tendenze più interattive e multimediali della era attuale di Internet. Tuttavia è comunque uno dei mezzi per scambiare testo e dati più diffusi, e tutto fa pensare che lo resterà per un bel pezzo. Alla fine, è semplice, ma funziona. Ed è tanto inossidabile che anche trovate assolutamente geniali come Google Wave si sono dovute arenare davanti a questa sorta di attrito, di resistenza al cambiamento. 

Tutto questo per dire che qualsiasi attrezzo tecnologico connesso ad Internet, deve prima di tutto mandare e ricevere posta in modo più comodo possibile, compatibilmente con le sue dimensioni e le sue caratteristiche. Così non stupisce che anche per dispositivi iOS (iPhone, iPad, iPod Touch) vi siano disponibili una serie abbastanza rilevante di applicazioni interessanti: vi voglio parlare della mia esperienza, senza nessuna pretesa di essere anche minimamente esaustivo.

Non è raro disporre di molte caselle di posta. Sempre piene, peraltro...

Prima fermata d'obbligo, il client di iOS integrato. Fa certo un ottimo lavoro: possibilità di connettere più account, parametri di connessione preimpostati per tutti i servizi più importanti di webmail (gmail, yahoo, etc...), ottima leggibilità dei messaggi, e via di questo passo. Una cosa molto utile è la possibilità di definire degli indirizzi VIP, da trattare in maniera diversa dagli altri: possiamo facilmente definire delle regole di notifica specifiche per questo gruppo di indirizzi "privilegiati", ad esempio. Dunque potremo ritenerci già ampiamente soddisfatti dalle caratteristiche del programma di cui il nostro iPhone, o iPad/iPod,  è già dotato appena arriva nelle nostre mani..

E questo sicuramente potrebbe esaurire il discorso, almeno per molti.

Va da sé che i motivi perché io mi metta a provare un altro software saranno da cercare in alcune specificità che magari si trovano nel disegno specifico di quella applicazione, che certamente esulano dalle caratteristiche di progetto di un client email standard. 

Per farmi capire, prendo subito in esame una alternativa che mi pare - al momento - tra le più interessanti, ovvero quella di Mailbox. L'applicazione è disponibile per iPhone/iPad e per ora funziona soltanto per gli account gmail. Dal sito web dell'applicazione si può intuire la filosofia entro cui si muove il programma: "Modern tech for an ancient medium. Designed 30 years ago, traditional email transmission is clunky and slow." Devono aver letto il nostro l'articolo, ovviamente ;-)

Scherzi a parte, l'approccio alla gestione delle email in effetti è ingegnoso. In breve, permette - con un movimento rapido del dito - non solo di archiviare e/o cancellare i messaggi, ma anche (è qui la genialata) di postporli ad un momento più opportuno: vi sono varie alternative possibili, che vanno da poche ore ad un mese più tardi, o anche dopo. L'obiettivo esplicitamente dichiarato, è arrivare al fatidico traguardo di mailbox zero. E' chiaramente un segno dei tempi - che viene debitamente riconosciuto dalla stessa progettazione di Mailbox - quello di essere sopraffatti dal numero di email che piovono quotidianamente nelle nostre caselle di posta. Pensateci: ora avere zero messaggi sembra un sollievo, quindici anni fa l'avremmo certamente vista in modo diverso.

Un'altra possibilità utile che offre Mailbox è quella di spostare facilmente il messaggio in una lista, dalla quale può essere facilmente consultato nel momento che pare più opportuno. Vi sono delle liste già impostate, ma si possono modificare, come pure aggiungerne altre. Una che io ho aggiunto subito è On Writing (titolo in omaggio ad un libro di Stephen King), per radunare tutte le email relative alla scrittura creativa. 

Come nota di colore, c'è anche un premio per chi arriva allo stato così agognato di Mailbox zero: una foto acquisita tra le più suggestive apparse in Instagram, immagine che cambia di giorno in giorno.

Simpatico, indubbiamente: fornisce una nota di giocosità al tutto, che non guasta.

E voi? C'è un client che vi piace tanto da aver abbandonato quello standard di Apple? Fatemi sapere, magari lo trattiamo in un post prossimo futuro...

To be continued...

giovedì 24 ottobre 2013

Quando arrivò Mosaic...

Arrivò Mosaic, come uno schianto. Mosaic era una finestra su un mondo incredibile, con delle potenzialità assurde, impreviste, straordinarie. C'era questo pannello che quasi magicamente si riempiva di contenuto - piano piano, si intende - digitando una stringa di un indirizzo Internet. Immagini, figure. Cose elaborate altrove che piovevano dentro il proprio elaboratore. Siamo nell'angolo più remoto degli anni novanta, il loro inizio; secolo scorso, millennio passato.

Era una cosa alla quale non eravamo abituati. C'era già il protocollo FTP, c'era la posta elettronica. Esisteva la possibilità di spostare bit da un computer ad un altro, anche molto lontano. C'erano sistemi come Gopher che iniziavano ad abituarci al concetto di server al quale accedere - perlopiù in modalità testuale - per consumare dei contenuti. Certo c'era la rete Usenet, per i forum. Il BBS associato alla rivista MCmicrocomputer; iniziava insomma già a percolare l'idea di connettersi ad un computer remoto per scaricare software.

All'Osservatorio di Teramo (dove bazzicavo al tempo) c'era la rete, certo. Era la rete DECnet, che collegava i computer VAX del centro calcolo con il mondo esterno. Del sistema VAX ricordo alcune caratteristiche interessanti, come il versioning automatico dei file (ogni nuovo salvataggio di file veniva automaticamente etichettato con un numero progressivo, in pratica non ti potevi perdere nulla), e il fatto che il protocollo di posta fosse diverso da quello al quale siamo abituati.  La rete DECnet aveva delle sue specificità. Tanto per dire, all'atto dell'immissione dell'indirizzo email la rete provvedeva instantaneamente alla verifica dell'esistenza del destinatario; qualora non lo trovasse, era impossibile proseguire oltre.

C'era tutto questo, e ovviamente altro ancora. Mancava però ancora una possibilità di questo tipo. Questo: era una cosa nuova, caricare una pagina web aveva di colpo un sapore tutto diverso... cominciavi a sentire il sapore di una vera rivoluzione. 

E tu, ricercatore, borsista, persona che bazzicava istituti scientifici, eri in prima linea. Avevi l'idea di un mondo nuovo che stava arrivando, di cui la gente là fuori non sapeva ancora nulla.

E poi c'era l'aspetto creativo.

Potevi iniziare a creare dei contenuti che sarebbero stati visibili, potenzialmente, in tutto il mondo...


E' vero che le pagine web che caricavi non avevano niente a che spartire con i siti attuali, farciti di istruzioni AJAX e interattivi in ogni più piccola parte. La pagina web di allora era veramente un ipertesto, con parole (molte) e immagini (poche e piccole, vista la lentezza del trasferimento dei dati).

Così aprivi il computer dell'Istituto (Internet a casa nemmeno a parlarne, appunto: Internet nessuno sapeva cosa fosse, nessuno sapeva ancora che ci fosse), caricavi Mosaic. Sceglievi una pagina (non erano molte: tanto e vero che esistevano dei veri e propri cataloghi dei siti web, anche in forma cartacea) e aspettavi paziente che si caricasse. Appena i dati erano pronti, il sistema faceva il rendering, e per te era comunque una piccola meraviglia.

Tornavi a casa e forse nemmeno nei pensieri più arditi ipotizzavi che di lì a qualche anno avremmo avuto praticamente tutti l'accesso domestico illimitato e permanente al mondo del web. Era già azzardato pensare di poterlo avere a casa. A casa, come veicolo di intrattenimento domestico, c'era la televisione.

Certo c'era il personal computer, ma il veicolo principale per scambiare software erano i dischetti e poi il compact disk. Ogni computer era perciò come una monade, era un universo a sé stante, con poche via di accesso, molto ben definite. Ora non abbiamo idea della quantità di servizi che utilizzano la rete - o meglio, ne abbiamo idea solo quando per qualche motivo ci si trovi fuori rete.

A volte penso che sono fortunato. I miei figli sono già cresciuti nell'era della rete. La vera discontinuità, il punto di svolta, non l'hanno vissuto, in pratica. Avere ricordi di quando la rete non c'era e nello stesso tempo essere immersi nell'era telematica. Non è da tutti.

mercoledì 23 ottobre 2013

OSX Mavericks, primissime impressioni

L'ho istallato stamattina: non potevo, proprio non potevo resistere. Ieri sera la piacevole sorpresa di scoprire che la nuova versione del sistema operativo Apple era disponibile da subito - ed inoltre era disponibile in forma gratuita. Di questi tempi anche risparmiare quella prevista trentina di euro non dispiace.

Il sistema che uso al lavoro, oggetto specifico dell'aggiornamento, è un iMac 21.5 pollici, "Metà 2011"; il processore è un 2,5 Ghz Intel Core i5. Come previsto, l'aggiornamento è facilissimo, si effettua dallo Store come il download di un qualsiasi programma: poi, fa tutto lui. Voi dovete solo aspettare. Una volta scaricato è partita la procedura di istallazione: attenzione che ci mette il suo tempo (a me ha impiegato più o meno tre quarti d'ora) e soprattutto, una volta lanciata non prevede la possibilità di interruzione. Dunque da non fare nel momento di massimo carico di lavoro, o nell'imminenza di quella presentazione importante, o vi trovate sul più bello "chiusi fuori" dal vostro Mac! 

Nel mio caso, la lettura di un libro di programmazione in PHP ha utilmente riempito i minuti di attesa (ma voi potete fare qualsiasi cosa non sia considerata troppo riprovevole e/o pericolosa e occupi il tempo giusto...), mi sono trovato di fronte al nuovo sistema operativo. Mi è stato chiesto se voglio usare il nuovo portachiavi e ho dovuto come di prammatica inserire la mia password per l'account Apple. Dopodiché sono arrivato nell'ambiente di lavoro

Schermata d'obbligo! Qualche libro, una mappa aperta... 

Ad una prima occhiata... è tutto come prima. Il che è una buona cosa: diffido delle rivoluzioni troppo radicali, in questo ambito. Le sorprese però non mancano. Iniziano quando ti trovi le nuove icone delle Mappe e di iBook simpaticamente aggiunte al Dock. Tutto ok per le mappe, ma sopratutto mi interessava vedere come si comportava il programma per leggere i libri, una cosa che attendevo da tempo. Dunque, la prima impressione è buona - anzi ottima. Si possono aprire più libri simultaneamente (cosa che l'applicazione Kindle non permette di fare) e la leggibilità è encomiabile. Ovviamente tutti i segnalibri e le evindenziature già apportate durante la lettura del testo da altri device sono debitamente presenti. Neanche a dirlo, c'è il link allo Store per procedere all'acquisto di altri ebook, da aggiungere immediatamente alla libreria. E finalmente, da leggere subito... quasi come si avesse un iPad ;-)

L'altra cosa assai piacevole oltreché evidente, è costituita dal Finder, il quale presenta finalmente un comodo sistema di linguette (alla stregua di tutti i comuni browser, per capirci). E' una cosa che trovo molto comoda nell'uso quotidiano. La novità davvero intrigante è comunque il nuovissimo sistema di tag associabile ai file: è qualcosa di più di un ennesimo ritocco del sistema ma va ad incidere direttamente su come si concepisce e si utilizza un filesystem (oltreché, già presente nelle attuali incarnazioni di filesystem sul cloud come ad esempio Google Drive). Sono veramente contento che sia stato implementato, e non ho notizia di altri sistemi operativi che al momento supportino tale sistema. Un bravo ad Apple per questo! 

Ci sono mille altre cose, che ancora devo esplorare (perdonate, ma per come sono fatto, dovevo scriverne subito); al proposito, il riferimento d'obbligo è alla ottima pagina di Apple predisposta per l'occasione. 

Sul lato negativo, ho patito per un po' di tempo qualche rallentamento nella gestione del Mac, credo legato alla attività di indicizzazione dei file lanciata automaticamente dopo il riavvio (è anche comparso un box di avviso che mi anticipava un parziale degradamento di prestazioni, puntualmente verificatosi). Inoltre per qualche motivo Safari mi è crashato già due volte: ragione di più per tornare - dopo averlo provato - al mio browser che per ora rimane il preferito, ovvero Google Chrome :)

E voi? Avete già aggiornato? Come vi siete trovati? Se state girando con Mavericks, lasciate un commento con le vostre impressioni, sarà molto apprezzato!

martedì 15 ottobre 2013

Dimmi cosa cerchi...

... e ci penso io a presentarlo in formato adatto.  Saranno cose note ai più, ma io me ne sono accorto solo da poco. L'altro giorno con mia figlia stavamo verificando dei compiti di matematica: non avendo una calcolatrice sottomano sono andato su Google per effettuare un conto. Sapevo già che mettendo l'espressione nella maschera di ricerca ritornava il risultato. Quello che invece non sapevo ancora è che Mr. Google, notando che hai messo giù un conto, oltre a presentarti il risultato, ti restituisce a schermo una bella calcolatrice pronta all'uso,: così, casomai ci avessi preso gusto e ti andasse di fare altri conticini...



La... plasticità di Google non si ferma alla matematica, in ogni caso. Stamattina al caffè si è sviluppata una discussione con alcuni colleghi, riguardo alcuni "antichi" cantanti italiani, che io onestamente non conoscevo. E' venuto fuori tra l'altro il nome di Luciano Tajoli: ho appena appreso che ha vinto il Festival di San Remo nel 1961 (no, io non ero ancora nato, ma non ci mancava molto...). Ordunque, per colmare -almeno parzialmente - la mia spaventosa lacuna culturale, ho fatto un passaggio su Google per cercare notizie. Con mia rinnovata sorpresa, mi si è parata davanti non una impersonale ricerca, ma una pagina organizzata ad arte, con un elenco di canzoni, link a Wikipedia e YouTube


L'elenco delle canzoni presentato nella parte alta dello schermo ha anche la simpatica prerogativa di presentare dei pulsanti che permettono di far scorrere la lista stessa, presentando così altri titoli di canzoni (senza che si alteri la parte più bassa della pagina).

Piccole cose, direte voi. Può essere. A me sembra che sia in corso un tentativo (riuscito) per far diventare la ricerca su Internet sempre più plastica: insomma non una ricerca uguale e "asettica", ma una ricerca in un certo senso semantica, caratterizzata da un certo grado di consapevolezza del contenuto. Veramente interessante: vedremo dove ci porterà. 

Per intanto vi lascio sulle note di una bella canzone degli anni '30, reinterpretata da Tajoli, a cui sono particolarmente legato, perché me la cantava mia mamma da bambino.... ;-)


venerdì 11 ottobre 2013

Sei anni su Twitter, esatti esatti

Come passa, il tempo...

Sembra ieri che provavo timidamente a cercare di capire cosa ci fosse di tanto interessante nel mandare brevi messaggi di stato. Non ero stato ancora preso dal fenomeno del microblogging, che presto mi sarebbe cresciuto addosso a livelli considerevoli.



Le cose andarono così. Twitter mi attese, quando mi convinsi a migrare su Jaiku, un'avventura tanto promettente quanto ahimé disattesa. Mi attese pazientemente anche durante l'eccitante esperimento di Qaiku


Lo sapeva,  sospetto di sì.  Lo sapeva che sarei tornato...



mercoledì 9 ottobre 2013

Benvenuto Kindle Paperwhite!

Lo so, magari a voi non interessa. Però qualche riga la butto giù lo stesso, per salutare l'arrivo del mio ultimo lettore di ebook, il nuovo Kindle Paperwhite, appena uscito. Allora, intanto va detto che nei termini di consegna sono stati rapidissimi.  L'avevo prenotato un po' di tempo fa: sul sito c'era scritto che il modello nuovo (quello che ho preso io) non sarebbe stato distribuito prima dell'otto ottobre, e dunque mi sono rassegnato ad aspettare...

In ogni caso, già il giorno prima della data fatidica qualcosa si stava muovendo. Un prelievo di 129 Euro dalla mia carta di credito mi aveva insospettito (lo so, ci voleva poco.... comunque, non posso dire di essere un grande investigatore). Verificando sul sito ho avuto la desiderata conferma: il mio Kindle era passato "in spedizione". Stamattina ho avuto la possibilità di averlo in mano, con qualche ora di anticipo rispetto a quanto avevo previsto. 


Una foto dello spacchettamento, ci voleva... ;-)

Intanto, mi direte: perché il Kindle? Ora, da una parte potrei rispondere, perché mi sono trovato molto bene con il mio vecchio modello (fino a che non ha deciso di salutarmi...), poi per una questione abbastanza ovvia, a pensarci: non avevo scelta. Nel senso, avendo formato una consistente libreria nella cloud di Amazon, sarebbe stata una pazzia optare per una soluzione diversa.

Comunque probabilmente l'avrei preso lo stesso, questo Paperwhite da 129 Euro. Certo se non fosse uscito questo nuovo, mi sarei anche accontentato del modello base (l'ha preso mia figlia e mi sembra comunque molto valido). Spendere di più per un modello con il 3G mi sembra francamente un'assurdità: ormai tutti hanno dispositivi mobili che possono generare una piccola rete locale, cui agganciare il Kindle, all'occorrenza. 

Venendo dunque al Paperwhite, in sintesi la mia opinione è questa: le caratteristiche  sono decisamente interessanti, e il prezzo tutto sommato non è esorbitante. Poi io dentro l'ambiente di Amazon mi ci trovo molto bene, e ne apprezzo decisamente le caratteristiche (in passing, la sua "chiusura" - lamentata da taluni - non mi infastidisce troppo, a fronte dei vantaggi che mi fornisce).

Due parole per chi pensa che - avendo magari un tablet - non valga la pena anche acquistare un vero ereader. Ragazzi... non c'è confronto! Per i libri veri e propri, un lettore dedicato è veramente più comodo. A parte il fatto che la specifica modalità di lettura (non hai davanti uno schermo retroilluminato, ma qualcosa assimilabile ad una vera pagina stampata) stanca molto meno la vista, poi un lettore come il Kindle - o i suoi analoghi - ha dalla sua la portatilità, la leggerezza, l'autonomia della carica... veramente per i libri il tablet non è la soluzione appropriata. Me ne sono accorto bene in questo periodo di interregno in cui non avevo - appunto - che l'iPad per leggere i miei ebook.

Prendendolo in mano e giocandoci un po', l'impressione è sicuramente positiva (i dettagli a seguire in un prossimo post). Peso, dimensioni, sensazione al tocco. Nitidezza dello schermo, luminosità. Molto interessante, bel prodotto. E poi, basta collegarsi al wireless e tutti i miei libri sono lì, pronti per essere scaricati. Benvenuto Paperwhite ;-)


lunedì 7 ottobre 2013

Chrome o Safari. E domani?

Non so se vi interessa, comunque ve lo dico. Dopo varie peripezie attraverso i browser più diversi, alla fine mi sono attestato su un paio di loro. Intorno ai quali oscillo. O meglio, oscillo in maniera dominante intorno a Chrome, con delle fluttuazioni che raggiungono Safari. 

Ho alle spalle un lungo passato di utilizzo di Firefox. Anni e anni di intensa e giornaliera frequentazione, un amore lungo e fedele (beh con qualche scappatella verso Flock se qualcuno ancora se lo ricorda). Ma devo fare outing: prima ancora, nella lontana epoca in cui usavo Windows a casa, mi innamorai di Internet Explorer. Eh sì. A suo tempo era l'unico che aveva una eccellente gestione offline delle pagine già caricate. La cosa aveva molta importanza perché la connessione Internet casalinga era "a tempo"  e si pagava per i minuti di connessione effettuati (eravamo nel millennio precedente, dopotutto).

Scavando all'indietro, ricordo come fossi - forse ancora prima - affezionato a Netscape. Questo durò più o meno finchè non arrivò Netscape 6 (da Wikipedia ritrovo una indicazione cronologica: eravamo nel 2000, probabilmente). Poderoso: in termini di peso, non di prestazioni. Sancì rapidamente la fine di un amore.

Il (mio) primo browser...
(Wikipedia, licenza CC BY-SA 3.0)

Per non dire (ma lo dico) che ho vissuto i primi vagiti del web, la vera epoca dei pionieri, quando l'unico browser era Mosaic. A quel tempo nessuno sapeva cosa fosse Internet, nessuno sapeva proprio - in pratica - che ci fosse Internet. Era qualcosa legato agli istituti di ricerca e pochissime altre realtà. Per dire, Facebook non esisteva, Twitter nemmeno: inconcepibile eh?

Internet: la gente non aveva ancora capito che di lì a poco non ne avrebbe potuto fare a meno.

Mandando avanti veloce, rieccomi al passato prossimo. Mi rivedo utente di Firefox, con tutte le sue brave estensioni, a leggere di un nuovo browser, Google Chrome. A pensare, poi: ma che bisogno c'è di un altro browser? Stavolta quelli di Google hanno preso una cantonata.

Eppure quando lo scarichi, lo provi, e rimani colpito per la velocità e la leggerezza... c'è stato un momento di interregno, Firefox era sovrano per quanto riguarda le estensioni, ma Chrome aveva un approccio leggero e minimalista che pian piano affascinava sempre più. Quando sono arrivate le estensioni di qualità per Chrome, per me si è chiusa la partita. Almeno con Firefox. A quel tempo ero utente linux e dunque Safari non lo consideravo proprio (allo stesso modo ma in maniera più definitiva, ho salutato Internet Explorer ormai da diversi anni).

Siamo al presente, ora. Quello che mi piace di Chrome, potremmo riassumerlo così
  • Multipiattaforma. Gira su ognuno dei maggiori sistemi operativi.
  • Ha un sistema di estensioni (appunto) veramente valido e completo
  • Ha aggiornamenti frequenti
Safari per parte sua è veloce, sembra più snello, mi sembra che carichi le pagine in maniera più fluida, sul mio vecchio MacBook. Però... però non ha le estensioni che mi servono. Non c'è hootsuite per programmare i post sui social network a diversi orari: e io questa cosa la uso moltissimo, per le news di GruppoLocale.it ... Il sistema per scorrere in maniera visiva la cronologia e i bookmark è veramente molto carino (fino a che non lo tolgono - come il cover flow di iTunes... sigh). 


Google Chrome: minimalista ma funzionale

Dunque siamo arrivati fin qui per dire questo. Per adesso sono con Chrome, anche se ogni tanto mi concedo dei giretti su Safari, appunto. Finirà anche questa storia? Arriverà qualcuno a prendere il posto del browser di Google? 

Non lo so, ma sono disposto a farmi sorprendere... ;-)

Qual è la vostra storia? In quanto è diversa da quella che avete letto? Raccontatela nei commenti... 

martedì 1 ottobre 2013

Perché mi piace iOS7

Devo dirlo, iOS7 mi piace. Mi piace molto. 

E' vero, è vero tutto. Vero che sia ispirato pesantemente ad Android, vero che con questo aggiornamento i device Apple acquistano delle funzionalità che erano già accessibili agli utenti del robottino verde già da diverso tempo. Certo.

Eppure c'è qualcosa che mi fa dire, ecco finalmente. Ora ho il telefono che volevo. Finalmente posso accendere e spegnere bluetooth e wireless senza nemmeno dover sbloccare il telefono, finalmente le app si aggiornano da sole senza bisogno del mio intervento. Certo il nuovo design delle icone al primo momento spiazza un pochino, per la sua semplicità quasi estrema. Eppure dopo un po', ecco, ti ci abitui. E anzi ti piacciono. 

User: spidi99 wikipedia, CC BY-SA 3.0

Per il resto, cito, finora non ho trovato niente che mi faccia rimpiangere la versione precedente. Il che non è affatto scontato, come sappiamo. 

Allora - diranno i miei affezionati lettori - non valeva la pena avere un device Android? Magari, per avere molte di queste bramate funzionalità con diversi mesi/anni di anticipo? 

Mmmm.. non lo so. Non ne sono certo.

Non lo so per questioni, temo, squisitamente soggettive. Come tali, ampiamente contestabili (anzi, contestatele pure, nei commenti). Però ve le dico lo stesso. Intanto, l'eleganza. Dite quello che volete, ma un i-qualcosa con iOS7 a bordo ha nel complesso una eleganza che a me pare - in questo momento storico - senza eguali. Eleganza che si tramuta immediatamente in piacere d'uso. Tutto è dosato sapientemente. Colori, effetti. Le animazioni ci sono, ma non sono esagerate, sono giuste.

Ma non è solo l'estetica a tenermi legato a iOS. Rimane infatti il problema del software. Eh sì. Se voglio far girare Momo e DayOne sui miei aggeggi elettronici, questi non possono essere Android (al momento), ma devono avere a bordo iOS.  E non poter aggiornare il mio diario mentre sono in giro è un po' seccante (almeno per un grafomane compulsivo come il sottoscritto). 

Certo il software Android si è enormemente evoluto negli ultimi tempi. E cominciano ad esserci applicazioni che io come utente Apple addirittura invidio (come Google Music, ad esempio). Ma nel complesso posso dire che la differenza del parco software è uno dei fattori principali che mi tiene legato ad Apple. Magari cambierà nel futuro, chissà.

Anche il mio iPad2 ha potuto effettuare l'aggiornamento (temevo di no, all'inizio) e devo dire che si è un po' come riaffacciato ad una "nuova vita": come si fosse rimesso a nuovo da solo, senza aver dovuto spendere un centesimo. Certo le applicazioni da un po' di tempo non sono proprio scattanti, si comincia a far sentire un po' il peso degli anni, ma nel complesso si difende ancora bene. E non mi pare che iOS7 lo appesantisca più del precedente.

Mentre il sistema precedente mi piaceva sì, eppure mi sembrava affetto da pesanti incongruenze (come la laboriosità pratica di alcune semplici operazioni, tipo gestione del wireless, bluetooth, modalità aereo) questo mi piace così com'è e lo voglio esattamente così. 

Ed è una festa per gli occhi, il che è sempre un punto rilevante. 

martedì 27 agosto 2013

E' meglio Facebook. Anzi no, Twitter

Vi avviso subito. In questo post sto per violare una regola elementare. Quella che viene insegnata appunto in ogni rispettabile scuola primaria di primo grado. La regola riguarda, chissà perché, la frutta. La conoscete, è questa: non si sommano le mele con le pere. Ora, a parte il fatto che non ho mai capito bene perché (se sommo tre pere e quattro mele avrò appunto questo, tre pere e quattro mele. Posso semmai capire che non si moltiplichino le mele con le pere: due pere per tre mele che mi darebbe?)

Per passare dalla frutta all’informatica, vi spiego la mia perplessità. Sto per confrontare Facebook con Twitter. Certo, lo sappiamo bene tutti che sono social network, ma presentano caratteristiche fondamentalmente differenti uno dall’altro. Tali che appunto rendono abbastanza inutile - anzi, mal posta - la domanda su quale dei due sia migliore. Non si confrontano mele con pere, insomma.

Attenzione a non confonderle con mele... 

Una cosa in comune ce l’hanno, comunque. Sono le due reti sociali sopravvissute alla grande potatura (per rimanere in ambito agrario...) avvenuta spontaneamente negli ultimi anni: i due esperimenti che hanno ottenuto un successo stabile e (a quanto sembra) duraturo. L’ho detto, ma lo ripeto: sono gli unici due network “incorporati” nei sistemi operativi Apple. Piaccia o non piacciano i prodotti della casa di Cupertino, è un indiscutibile riconoscimento di chi sta dominando la scena.

A parte questo, in ogni altra cosa si differenziano. Twitter è più minimalista, più ferreo nel mettere limiti alla lunghezza dei post. Ha un meccanismo di “commento” che non è un vero commento, ma un link incrociato tra pagine. Questo è interessante e abbastanza peculiare: il commento rimane nella pagina di chi l’ha inviato, dunque, in suo totale ed esclusivo possesso. 

Facebook ha una serie considerevole di possibilità; le pagine, i gruppi, gli interessi. Twitter ha le liste, stop. 

Negli ultimi anni sono progressivamente ricaduto nell’uso quasi esclusivo di Facebook. Il motivo è essenzialmente legato al fatto che quasi tutte le conoscenze del mondo reale sono lì. Tanto che la mia timeline Twitter per molto tempo è rimasta a languire, con radi aggiornamenti. 

Ci voleva una occasione particolare per farmi un po’ cambiare idea. Ci voleva il Meeting di Rimini. Nei miei tre giorni al meeting ho seguito abbastanza assiduamente l’hashtag #meeting13 su Twitter, fino a riprendere quasi senza accorgermene confidenza con il mezzo. A riapprezzarne le caratteristiche. Velocità, semplicità, meccanismo del retweet, la comodità dei “preferiti” per ritrovare una lista di cose importanti anche a distanza di tempo (non c’è in Facebook). Possibilità di usare il client che più mi soddisfa (c’è molta più scelta rispetto a Facebook). Anche, la necessità di cambiare, dopo tanto tempo. Tornare in un certo senso a sperimentare, come si faceva negli anni d’oro dell’avvento del web2.0 e ora non si fa più.

In ogni caso, al di là di tutte le considerazioni, quello che mi continua ad attrarre in Twitter è una cosa semplicissima. Per le caratteristiche intrinseche del mezzo, non è strano postare anche molti interventi brevi in poco tempo. Quello che su Facebook sarebbe considerato eccentrico, o addirittura maniacale, qui è la norma. Su Facebook ogni post è come - in qualche senso - una richiesta di commento, dunque essere oggetto di molte richieste in poco tempo è seccante. Su Twitter non c’è modo di inserire un vero commento, dunque lo senti già diverso. Così se segui un evento, come mi è capitato al Meeting, puoi inviare diversi tweet in stretta sequenza, magari con i passi più significativi di un certo intervento, ed è tutto perfettamente normale. Magari qualcuno “risponde” (alla maniera di Twitter, con un intervento sulla sua timeline, che cita la tua), magari qualcuno mette qualcosa tra i preferiti o retwitta il tuo post. Comunque ti senti più libero di postare ciò che vuoi, ciò che senti in quel momento. E soprattutto, di infilare una serie di post senza seccare nessuno. 

Tra il serio e il faceto, mi  verrebbe poi da aggiungere che vi sono anche altri motivi

Insomma  - per una quantità di argomentazioni - starei per dire che ha ragione Don Tommaso (anche se pure lui mischia mele e pere impunemente)

Facebook ha dalla sua molti pregi, d’accordo. I gruppi e le pagine sono strumenti molto efficaci e - devo dire - ben congegnati. Li uso e intendo continuare ad usarli. Ma non è Twitter, e in nessun modo può sostituire Twitter.  D’altra parte, una mela non è una pera, né può mai sperare di diventarlo.

E sopratutto certi confronti, me lo dicevano alle elementari, non andrebbero fatti...

martedì 20 agosto 2013

Una nuova email? A gradini però

Sì il protocollo di posta è decisamente vecchio. Consideriamo un attimo la grande evoluzione che ha avuto negli ultimi anni la comunicazione via web. Una espansione accelerata, una inflazione informatica (sulla stregua della più classica inflazione cosmologica) che deve essere ancora debitamente metabolizzata e compresa. Ecco, a fronte di tutto questo, siamo ancora legati ad una comunicazione email il cui standard è stato definito molti, ma molti anni fa.

19th Century emails
La posta elettronica rischia di diventare vecchia come quella... normale :)
Crediti: Francesco Adorisio su Flickr, licenza CC-BY-NC-ND 2.0)

Sì, anche i servizi webmail che appaiono al momento come la versione più moderna e immediatamente usabile dell’antico paradigma (mi riferisco a Gmail, Yahoo! Mail, e così via). I servizi webmail, proprio quelli, che sono spesso ormai l’unica versione di posta elettronica conosciuta dalle generazioni più recenti. Chi ha visto nascere Internet è stato abituato ad anni di lunghe configurazioni di client di posta, rocamboleschi settaggi per lasciare o non lasciare la posta sul server, e tutti i vari problemi al momento di cambiare computer. E ovviamente, inevitabili perdite di centinaia di messaggi in seguito alla rottura del disco rigido, o di un comando sbagliato, un settaggio fallace. Certo tutto questo è preistoria informatica, ormai. Usando un servizio webmail tutta la posta è accessibile da qualsiasi device, in qualsiasi momento (computer, laptop, smartphone, tablet…).

Tra i diversi standard, il protocollo POP per scaricare la posta in locale appare a mio avviso insopportabilmente datato. Porta addosso l’odore di una epoca in cui uno aveva uno - o al più due - computer (tipicamente, se era abbastanza informatizzato, casa e lavoro) dove scaricare la posta, un'epoca nella quale l’accesso in mobilità era ancora fantascienza, dove i telefoni… telefonavano soltanto. Dove persino Facebook non esisteva, tanto per dire….

Il webmail è in realtà una versione accattivante del protocollo IMAP, ideato nel lontano 1986, dove è possibile gestire i messaggi direttamente sul server. 1986, dicevamo. Dunque, vecchissimo, per gli standard del web. Come risultato, tante possibilità che uno potrebbe pensare, restano precluse. E’ molto più ricca la comunicazione via Facebook, o attraverso iMessage di Apple, ad esempio. Era assai più ricca l’interazione attraverso wave, l’esperimento di Google che doveva ‘svecchiare’ la posta elettronica, e che invece è purtroppo deceduto, ucciso da un interesse non abbastanza elevato.

Eppure ci si poteva pensare (almeno, con il senno di poi, mi pare evidente). Perché certo, wave aveva dalla sua una capacità innovativa sensazionale, era un protocollo aperto, estendibile, pieno di possibilità. Era tutto questo ed altro, ma con un difetto di origine. Un difetto terribile. Costringeva gli utenti a cambiare. A procurarsi ed adottare un indirizzo differente rispetto a quello della tradizionale posta elettronica. A fare un salto. O più verosimilmente, a tenere il piede in due staffe.

Chiaro che a molti la cosa non interessava.

Ipotizziamo ora uno scenario diverso, tanto per divertirci un po'. Uno scenario in cui l'innovazione non proceda per salti, ma avvenga progressivamente. Diciamo, a piccoli passi. Attraversando stati di quasi equilibrioUno scenario in cui non si debba cambiare indirizzo, ma vengano aggiunte via via possibilità al proprio esistente indirizzo email. Il punto è che i tempi sono maturi, adessoQuesto prima non era possibile, se non a botte di specifiche RFC (come quelle che definiscono, appunto, gli standard POP, IMAP etc...) . Ora invece è possibile, in casi specifici. Consideriamo ad esempio la diffusione enorme di Gmail: non è assolutamente infrequente che la comunicazione mittente - destinatario si consumi integralmente nei server di Google. Ecco a cosa penso, allora, avete capito.

Vediamo un po'. Cosa impedirebbe a Google - che nel caso citato, controlla integralmente la comunicazione - di introdurre nuove caratteristiche arricchendo il protocollo, piano piano? Basterebbe un meccanismo di ricaduta sullo standard più diffuso nel caso di fruizione al di fuori delle ampie braccia del gigante di Mountain View. E il gioco sarebbe fatto.

Un po’ come fa già Apple con la sua messaggistica: i messaggi che circolano tra due iPhone sono usualmente in forma iMessage (con caratteristiche arricchite rispetto ai semplici SMS, sul tipo di WhatsApp, per intenderci), mentre se uno dei due non è un iPhone (a volte capita…) avviene un fallback silenzioso ed efficace  sul protocollo SMS.

Così potremmo avere - tra due utenti di Gmail - la notifica automatica di consegna e anche di lettura, tanto per rimanere su un livello più semplice. E via via cose più sperimentali, rasentando pian piano i pregi e le caratteristiche di wave. Sempre però senza cambiare indirizzo. Sempre conservando l'indirizzo email già adottato, per il quale si usufruirebbe - appunto - di servizi arricchiti nel caso particolare in cui la comunicazione avvenga entro un certo ecosistema. Non sarebbe fenomenale? E non sarebbe un motivo per scegliere Gmail (o chi per lui, volesse farlo) invece di altri servizi, ad esempio?

E’ solo un esperimento mentale, ma fa capire la cosa. La posta elettronica dovrebbe progredire per piccoli passi, altrimenti alla gente non interesserà. E mentre la comunicazione attraverso i social network continua ogni giorno ad arricchirsi e progredire, per le email rimarremo fermi agli anni ottanta.

martedì 6 agosto 2013

Il nostro BAR dentro Facebook...

Sì. Parliamo ancora di Facebook. Ormai il social newtork per antonomasia: non ce ne voglia Google Plus, ma al momento - e nell’immaginario collettivo - il network sociale è Facebook. Facebook coincide con social network come qualche tempo fa “Windows” coincideva con “computer” (a parte pochi “folli esaltati” che usavano linux o Mac OS) Quando cerchi una persona sul web, diciamo la verità, la cerchi lì. I gruppi, le pagine, quasi sempre le trovi lì. Se poi ti capita per le mani un device Apple, Facebook - assieme a Twitter - te lo trovi bello che integrato addirittura nel sistema operativo.

Difficile, scomodo, a questo punto, intraprendere altre scelte, seguire altre opzioni. Se con un movimento del mouse, o del dito, ti si apre la finestrina per postare su Facebook, se qualsiasi app può mandare i contenuti su Facebook, se (soprattutto) il 99% dei tuoi amici (veri e virtuali) si trova lì, che motivo hai per andarti a cercare un altro newtork?

Bar
Non è così il nostro BAR. Ma a me le foto in bianco e nero piacciono tanto... ;-)
Crediti: byronv2 su Flickr, CC


Ammettiamolo. C’è una certa inerzia anche nella penetrazione delle nuove possibilità tecnologiche presso il grande pubblico. Ci sono voluti anni perché la gente si abituasse ad Internet, non dimentichiamolo. Ricordo ancora quando tornavo a casa - ormai diversi anni fa - esaltato da questa nuova cosa che era arrivata nel mio istituto, da questo Internet che ti permetteva di caricare pagine, o addirittura crearle, visualizzare facilmente documenti ideati in un altro punto del mondo… Mi sembrava di intuirne le potenzialità pazzesche che portava con se, ed era ancora una cosa ancora sconosciuta per i più. Televisione, radio, chiacchiere tra persone… tutto andava avanti come se Internet non esistesse. Ma c’era, c’era già.

Questo per dire che una cosa ci mette, di solito, ad affermarsi. E quando si afferma, non è facile scalzarla, far posto ad altro. Difficile sostituirsi a Facebook, per ora. Ci sta provando Google con tutte le forze, e il fatto che un gigante come lui fatichi (come a me sembra) ci dovrebbe dire qualcosa. Potrà essere un punto di vista particolare, con poca statistica. Eppure io vedo nel mio ‘intorno informatico’ una presenza di Facebook sempre più marcata. Persone, gruppi, organizzazioni. Ci si trova lì, ormai è una rodata consuetudine.

Da tempo volevo creare uno spazio di discussione legato in qualche modo alla scienza, e in particolar modo alla mia attività (astronomia), ma con caratteristiche più ampie, dove si potesse parlare anche di cose che trascendono la scienza, in senso stretto. E soprattutto la sua attinenza con l’arte, la musica, la metafisica, la cultura. Ne ho provate varie, di opzioni. Un forum vero e proprio, ad esempio: su Altervista è facilissimo metterne su uno, veramente professionale. Oppure, una community su Google Plus (appunto, la risposta Google ai gruppi Facebook). Chiaro, entrambe le soluzioni hanno i loro vantaggi, i loro indiscutibili pregi.

Eppure, per farla breve, alla fine ho dovuto capitolare. Aprire un gruppo su Facebook, è stata l’opzione che si è dimostrata da subito più fruttuosa, in termini di facilità di attirare persone interessate, come pure di attività nel gruppo stesso. Questo, dal mio piccolo punto di vista, mi conferma che come piattaforma al momento Facebook è quella che gode di una popolarità che al momento - piaccia o non piaccia - è realmente “senza confronti”.

Dunque è aperto il GruppoLocale Bar, per chi vuole aderire. Siamo su Facebook. Dove altro potremmo essere?

sabato 8 giugno 2013

In difesa del kindle

Leggo da diverse parti che, per quanto concerne gli ebook, lo standard di fatto è il formato ePub, un formato aperto e leggibile da una numerosa schiera di dispositivi (praticamente, tutti tranne il kindle) e di software per computer, tablet, telefonino etc. Giusto. È poi sovente magnificato in virtù della sua "apertura", in contrasto come sistemi come il kindle di amazon, che è invece piuttosto blindato verso l'esterno. Ok, vero anche questo. Un libro in formato kindle non lo leggi assolutamente al di fuori del circuito amazon, a meno di operazioni di forzatura di dubbia legalità...

Quindi il formato ePub sembrerebbe perfetto. E in effetti lo sarebbe. Se non fosse...

Gate
Se dobbiamo muoverci in un ambiente "chiuso", che almeno sia gradevole...
(Foto Lis Bokt su Flickr, licenza CC)

Se non fosse per l'infausto convitato, l'Adobe DRM. La esecranda protezione per la copia. Che riduce drasticamente la possibilità d'uso del file: quel file che dovrebbe essere nostro, una volta comprato. Perché i programmi e i dispositivi che leggono file ePub protetti in tal modo (esecrando modo) sono molto minori. Perché diventa tutto più complicato, ogni dispositivo deve essere autenticato dall'utente, non se ne possono avere più di n certo numero, e così via, restringendo e limitando. Il guaio è che la stragrande maggioranza dei libri nuovi, distribuiti in formato ePub, adotta questa protezione.

Dunque tante delle comodità del formato ePub, in questo modo, vanno a farsi benedire. Diciamocelo.

Tra l'altro, se per la musica ormai le barriere di protezione son ormai cadute, perché per i libri rimangono?

Quindi ritorno a preferire il formato di amazon. Va beh, è chiuso, ma intanto dentro il recinto, almeno, ti nuovi benissimo. Esiste software kindle per ogni dispositivo, poi il kindle vero e proprio è ottimo e relativamente economico. Poi c'è la sincronizzazione di lettura. Inizi un libro sul kindle, continui sull'iPad, poi sullo smartphone in fila alla posta (c'è sempre fila, alla posta...). Ci pensa il sistema a tenere il segno. Ti tiene tutti i tuoi libri sul cloud, pronti ad essere scaricati ovunque. Ti mostra anche le tue note e sottolineature, ti mostra anche i passaggi più evidenziati dalle altre persone. Non mi pare che il file ePub (protetto o non protetto in maniera esecrwnda) lo faccia.

Insomma almeno ho un valore aggiunto, a fronte della noia di avere uno standard chiuso. L'Adobe DRM mi sta cordialmente antipatico perché mi impone fatiche e restrizioni e come controparte non mi offre nulla.

Dunque era solo per dire che, no, rimango con il kindle. Ecco.

venerdì 31 maggio 2013

Quel nostro TI99 4/A ...

E' lui, proprio lui. E' quello che ha fatto entrare il mondo dei computer in casa mia. Il TI99 4/A era così, al di là dei sui meriti (alcuni) e dei difetti (alquanti). Era innanzitutto, per me, l'apertura di un mondo.

Ma certo. Tutto d'un tratto la cosa cambiava. Per la prima volta potevi intervenire in quello che veniva visualizzato da uno schermo. Potevi intervenire sulla tua televisione. Fare delle cose su una tastiera che venivano mappate su un monitor. Oggi è la norma, da quando ci alziamo a quando andiamo a letto (e anche dopo): siamo pieni di monitor, grandi e piccoli: dallo schermi panoramico del desktop al 10' del tablet allo smartphone. E magari al tipico 6' del lettore ebook. Ora è la norma. Anzi: la norma sta diventando pigiare direttamente sullo schermo.

Prima era assolutamente straordinario.
Già da quella schermata multicolore rimanevi incantato… altro che animazioni: un semplice schermo con tante strisce colorate. Eppure ti aspettava un mondo, lì dietro. Avevi a disposizione una serie di opzioni virtualmente infinite. potevi davvero creare qualcosa. E vederlo, subito.

Era come il cancello, la porta per ogni avventura...

Se penso che la CPU lavorava ad appena 3 Mhz quando un telefonino di basso prezzo è ormai anche migliaia di volte più veloce, mi viene da sorridere. Oggi a 3 Mhz non lavora nemmeno un accendino (per dire). Eppure era lo stesso come un portale magico, l'apertura su un nuovo mondo.

mercoledì 22 maggio 2013

Wave, mi manchi

Il protocollo di posta è vecchio. Avevano ragione quelli di Google. Che peccato che Wave sia stato chiuso… mi manca!


Per Natale voglio Wave attivo... :)

  • Mi manca il fatto che quando invio un messaggio, dal momento in cui premo “Send” non posso più modificarlo. Mi stranisce che non sia più in mio potere. Se c’è qualcosa da rettificare, mi tocca mandare un ulteriore messaggio. Eh no. Se c’è qualcosa che desidero cambiare, in ogni momento, vorrei poterlo fare
  • Mi manca il fatto che non possa includere persone in una conversazione ad un certo momento, senza che loro possano autonomamente scorrersi tutta la lista dei messaggi scambiati dal momento iniziale fino al momento della loro entrata
  • Mi manca che un botta e risposta possa diventare praticamente come una chat, con la possibilità di intervenire in tempo reale, senza scaricare continuamente nuovi messaggi
  • Mi manca il fatto che tutti gli interventi siano belli allineati in una pagina, e non siano una serie di mail diversi collegati l’uno con l’altro (lasciamo stare che Gmail te li organizza comunque, è sempre un workaround)
  • Mi manca il fatto di non poter includere multimedia all’interno del messaggio (metterli come “allegato” è limitativo)
  • Mi manca il fatto di non poter pensare la comunicazione come una lavagna condivisa, dove vedo cosa fanno gli altri nel mentre che io "faccio cose" (scrivo, disegno, inserisco grafici...)
  • Mi manca il fatto di non poter disporre di plugin per estendere le funzionalità quando necessario
  • Sicuramente mi manca altro, che ora non ricordo...
Più passa il tempo più mi accorgo che stiamo usando un protocollo vecchio come il cucco, pensato per connessioni ad Internet "episodiche" (mentre ormai siamo online 24/7), con flessibilità decisamente ridotta. Ecco. Qualcosa dell’idea di Wave è nella messaggistica di Facebook. Ma solo qualcosa.

Wave, quanto mi manchi…

giovedì 16 maggio 2013

Google Books, bel passo avanti

Mi azzardo a dire che al momento attuale, le novità più interessanti legate al mondo del web e dei servizi che vi girano intorno, vengono da un paio di aziende appena: Apple e Google. Due aziende  - lo sappiamo - quanto mai distanti per filosofie di sviluppo, strategie commerciali, licenze e quant'altro. Due modi di intendere la comunicazione e la fruizione di contenuti sulla rete. 

Non credo vi siano molte cose in comune nella visione di Apple e di Google. Una è puntata sulle dispositivi mobili e vede la rete principalmente come una utile possibilità di interconnetterli, l'altra scommette sul web come una sorta di piattaforma unica universale, ove far "vivere" il suo mondo di servizi. Al proposito, c'è da dire che il mondo di servizi e di offerte di Google sta diventando sempre più organico e completo, e il divario con quello di Apple (un tempo decisamente più coerente ed omogeneo) si sta sempre più assottigliando. 

Insomma... Ma perché non mi hanno invitato? (Crediti: Google)

Google IO 2013 si è appena svolto, e dalla serie di novità illustrate, abbiamo ben capito che nell'azienda di Mountain View non amano certo stare con le mani in mano. Mi astengo dal listare tutte le varie cose annunciate, e mi limito a focalizzarmi  - coerentemente con le impostazioni di questo blog che dà ampio spazio alla lettura su supporti digitali  - su un aggiornamento di Play Books, tutt'altro che trascurabile: la possibilità finora inedita di caricare files in formato epub e pdf.

Non è una cosa da poco. Instantaneamente si apre un mondo. Finalmente i files epub infatti possono essere letti dappertutto, finalmente hanno una circolazione potenzialmente universale. Basta infatti caricare i propri libri digitali (ovviamente, quelli non protetti dagli infausti DRM: solo il social DRM può andar bene) dal computer nella propria area di Play Books, e subito potremo accedere ai libri caricati praticamente da qualsiasi dispositivo: Play Books ha software per tutte le piattaforme.  

E' la soluzione più facile e diretta per leggere gli epub, a mio avviso. Quali erano le possibilità, finora? Certo, si poteva usare il proprio account Amazon, caricare il file epub come documento. Possibile, certo. A patto prima di convertire il file da epub ad un formato "gradito" ad Amazon, come il moby. Dunque rendendo necessario un passaggio in più.

Oppure - da utenti Apple - si poteva naturalmente caricare il file sull'iPad o sull'iPhone e leggerlo con (l'ottimo) software iBooks. Splendido, certamente. Con l'unica noia di dover ripetere l'operazione per ogni dispositivo su cui si intende leggere il dato libro, e di non poter comunque fruire della lettura da computer o notebook, nemmeno se a marca Apple (l'azienda di Cupertino non ha mai rilasciato un software di lettura per sistemi).

Ora i nostri libri in epub possiamo caricarli dentro Google Books e li leggiamo istantaneamente dappertutto: basta un browser, in effetti. "Ovviamente" abbiamo la sincronia assicurata in caso di lettura da vari dispositivi, e la utile possibilità di evidenziare dei passaggi. Per gli amanti del libri, una possibilità decisamente interessante. 

Brava Google, un bel passo avanti.


giovedì 11 aprile 2013

Rdio e Spotify, un fiume di musica

E improvvisamente succede. Tutta la musica che pazientemente ti sei messo da parte negli anni, tutto d'un tratto è come se non ci fosse. Eh sì, perché se ti abboni ad un servizio come Spotify o Rdio (che è quello che io preferisco) improvvisamente è come se tu avessi appena una pozzanghera, un laghetto, di fronte all'oceano di dischi che ti puoi ascoltare.

Eccoli lì tutti i dischi, hai davvero un archivio sterminato da sentire. Quando realizzi che tutti i dischi che hai comprato, potevi non comprarli, se solo avessi avuto accesso a queste risorse un po' prima. Lo so, lo so, è vero. Tecnicamente c'è ancora una bella differenza. Questi dischi sono tuoi, mentre l'acesso al mare magnum tipicamente ti costa qualcosa. Che poi sono circa 5 euro al mese, oppure il doppio se vuoi l'accesso anche da tablet e smartphone. Spotify a dire il vero permette anche un utilizzo gratuito, ma è fastidiosamente interrotto da spot pubblicitari e vi sono altre limitazioni, per cui di solito ci si stanca presto. Almeno, io mi stanco subito.



Dopo un po' di prove e di oscillazioni tra Spotify e il meno noto ma non meno valido Rdio, ho scelto - come qualcun altro -  di dare i miei soldi al secondo. E vi dico perché, in qualche punto.
  • L'interfaccia. Quella di Rdio è più chiara e pulita di quella di Spotify, la trovo più sobria e  piacevole. Certo, questione di gusti.
  • Il web. Rdio funziona benissimo anche dal browser. Spotify manco se lo sogna.
  • I dischi. I dischi, i dischi!! Io sono cresciuto collezionando dischi in vinile, musicassette, poi CD, poi collezioni di mp3. Ma ho profondamente impressa nei cromosomi la "struttura" logica del disco. Un disco è un lavoro completo, organico, indicativo di una certa epoca e di un certo percorso di maturazione artistica di chi lo ha realizzato (ecco perché non mi entusiasmano le antologie, di solito). Ora tu, caro Spotify, che mi combini? Voglio aggiungere un disco (una unità organica completa e compiuta, ribadisco) alla mia antologia. E tu che fai? Me lo fai aggiungere ad una playlist? Ma siamo impazziti? Io voglio aggiungere il disco, in quanto tale. Su Rdio posso aggiungere il disco alla mia collezione. Il disco. Proprio lui. Senza ingrossare una generica playlist. E questo è molto, per uno come me.
  • Ci sono i Pink Floyd su Rdio. Non ci sono i Pink Floyd su Spotify. Io amo i Pink Floyd.
  • Altre minuzie... con Rdio puoi usare una device come telecomando per pilotare l'altra. Puoi usare l'iPad per pilotare i brani che ascolti sul desktop, per esempio. Simpatico ed ingegnoso.
  • Qualità. Questo prendetelo cum grano salis, ma a me pare che lo streaming su Rdio sia più limpido rispetto all'altro. Ma, non garantisco. Magari mi sbaglio.
Certo c'è il fatto che ora tutti sono su Spotify, e l'aspetto social è molto più evidente colà. Quindi ecco, mi dispiace per i miei amici in Facebook, non potrò vedere cosa ascoltano. Ma io mi trovo meglio qui.

In ogni caso, uno o l'altro (o qualcun altro ancora) è evidente che siamo sulla soglia di un altro modo di ascoltare la musica. E ti cambiano i paradigmi. Ora invece che ascoltare e riascoltare - ad esempio - le sonate per pianoforte di Mozart da un solo interprete, ecco che sbalordisco di fronte alle scelte che mi trovo davanti. Posso ascoltarle varie volte cambiando sempre interprete. Assimilando le differenze, le affinità. 

Una cosa abbastanza inconcepibile fino a poco tempo fa.