giovedì 25 settembre 2014

SegnaleRumore reloaded

Abbiamo finalmente fatto il grande passo: ci siamo spostati da Blogspot ad una piattaforma Wordpress “self hosted”. Questo ci garantisce una serie di vantaggi non indifferenti, come la possibilità di gestire questo sito in piena autonomia, di farlo diventare qualcosa che sia più interessante e bello da leggere (almeno si spera).

Al momento il sito è ospitato su un Virtual Private Server (VPS, in breve) : una cosa di cui non ci siamo mai occupati finora, eppure decisamente interessante.

Schema di una VPS. Non vi preoccupate se non ci capite niente: non siete i soli :)

La faccio breve, perché dopotutto è un argomento che esula un po’ dai nostri temi favoriti, ma ecco: a fronte di spese ormai modeste, si può entrare in possesso di un server virtuale connesso ad Internet, del quale — a differenza del classico hosting, si è padroni assoluti (o quasi). Accesso in ssh, possibilità di installare e/o reinstallare un sistema operativo a scelta, caricarci pacchetti quali wordpress, collegarci uno o più nomi a dominio, etc. In pratica, per quello che vede l’utente, è come gestire un vero server, non appena uno spazio web dove mettere i files.

L’altro lato della medaglia, è che bisogna lavorarci un po’ di più. Aggiornare il sistema operativo e i pacchetti istallati, preoccuparsi di questioni di sicurezza, e via di questo passo.

Un lato che non è necessariamente negativo: per uno smanettone l’idea di avere un server Debian da amministrare in autonomia, lungi dall’essere una seccatura, è un’altra occasione per imparare qualcosa di nuovo, divertendosi.

Che è una cosa che — come sappiamo — non ha prezzo… ;-)

Che ne dite? E’ una scelta che vi piace? Avete delle esperienze simili da raccontare? Avete il vostro sito su una VPS o preferite un classico servizio di hosting? Fateci sapere nei commenti!

martedì 16 settembre 2014

Nexus vs Ipad: leggere il Corriere

All’indomani del famoso e discusso KeyNote di Apple, dove sono stati presentati tra le altre cose il nuovo iPhone 6 e gli iWatch, ha iniziato a girare in rete un simpatico e assai impietoso confronto tra le caratteristiche hardware del nuovo melafonino e del Nexus 4, un modello di smartphone Android in commercio già dal 2012.

Iphone6 vs nexus4

Nonostante le perplessità che nutro per le novità presentate nel KeyNote, mi sento di dire che questo confronto è misleading, in buona sostanza. Giova ripeterlo: non è nelle caratteristiche hardware che si appoggia chi sceglie (consapevolmente) un prodotto Apple. Non è una novità che per avere l’hardware migliore - a parità di prezzo - di solito è meglio rivolgersi altrove.

Ho scelto l’iPhone non per l’hardware in se stesso: ho scelto l’iPhone - e l’iPad (l’ormai vetusto iPad 2) - per la eccellente integrazione di hardware e software. E per le caratteristiche di iOS. E per il software che ci gira sopra. E per come ci gira sopra (more on this later).

Perché il confronto è fuorviante? Per lo stesso motivo per cui non conta vantare i megapixel di una camera digitale come se da soli facessero la differenza. Facciamo un esempio che fa capire meglio l’errore. Un esempio che ho provato, diciamo, sulla mia pelle. E che potete divertirvi ripetere a casa vostra, come si dice, se disponete del materiale necessario.

Prendiamo il Corriere della Sera. O meglio, la sua app (per Android e iOS). Va bene, voi potreste preferire un altro giornale. Non vi preoccupate, non è questo il punto. Prendiamo dunque l’app del Corriere su due dispositivi diversi: l’iPad 2 e il Nexus 7  2013 (casualmente, quelli che sono in mio possesso).

Facciamo una ulteriore premessa. Doverosa. L’hardware del Nexus è oggettivamente superiore a quello dell’iPad 2. Basterà dire che l’iPad ha un processore Apple A5 1 GHz Dual Core mentre il Nexus incorpora un Qualcomm Snapdragon 600 donwcloccato a 1.5 GHz (quad core). D’altra parte è un modello molto più recente, il Nexus. Notare che incorpora l’ultimissima versione di Android.

Sembrerebbe dunque un confronto impari. Un modello di tablet del 2013 contro un modello del 2011. E intendiamoci: per molte cose in effetti il Nexus è decisamente più responsivo.

Poniamo però che uno acquisti il tablet anche (se non solo) per leggersi il giornale. E qui iniziano i guai. 

Facendo i confronti, la lettura del Corriere risulta estremamente più fluida sul vecchio iPad 2 che sul Nexus (provate, provate pure). Intendo, ovviamente, utilizzando l’applicazione ufficiale - aggiornata all’ultima versione - su entrambi i sistemi. Mentre sull’iPad tutte le operazioni di giro pagina, ingrandimento articolo, pinch to zoom sono sorprendentemente fluide, sul Nexus si riscontra subito come la risposta appaia fastidiosamente irregolare e percettibilmente “a scatti”. Di fatto la lettura diventa un processo irritante, per nulla naturale. Tutt’altra cosa sull’iPad. Sull’iPad vecchio, per intenderci.

Ora, questo è un caso particolare, di appena una applicazione.

Non vuol dimostrare nulla.

O forse sì. Una cosa la dimostra. Che la semplice contrapposizione dell’hardware - per qualche motivo che qui non approfondiamo - non spiega tutto. 

In breve: chi avesse comprato il Nexus per leggere il giornale, facendo il confronto dell’hardware, avrebbe fatto davvero un pessimo affare. 

Ora mi direte: ma l’app su Android non è matura, ma il processore grafico, ma questo e quello… Ma un domani…  

Ok, quello che volete. Ma il fatto resta: il Corriere si legge molto molto meglio su un iPad di tre anni fa, che sul Nexus dell’anno scorso. A voi capire perché.

Ma a me dichiarare  che questi confronti hardware lasciano - per buona parte - il tempo che trovano. 

Almeno per chi legge il corrierone.  

mercoledì 10 settembre 2014

Pensa diverso. Anzi, uguale

Non nego che se qualcuno mi regalasse l’iPhone 6 (prendete nota) gli sarei grato per un congruo numero di mesi. Non nego che l’oggetto abbia una certa attrattiva nel mio spazio mentale. Assolutamente. A parte il fatto che i grafici Apple sono bravissimi a presentare i prodotti in modo da sollecitare le tue ghiandole salivari, con queste paginette eleganti (poi copiate da Google e da Amazon, basta che vi fate un giro sulle presentazioni del Kindle o del Nexus 7 per notarlo con chiarezza rocciosa e definitiva). 

Non lo posso negare. Non c’è confronto che tenga, ancora. L’iPhone è elegante. E soprattutto, fa girare il software che voglio io (DayOne, sappilo: è quasi tutta colpa tua). 

Questo per ribadire la mia vicinanza emotiva alla faccenda iPhone.

Però c’è qualcosa che non mi torna, c’è qualcosa che mi rimane un po’ qui.  Insomma, non riesce ad essere digerita bene.

Cerco di capire. Di razionalizzare.

Ecco.

Tutta questa cosa di pensare differente, insomma ora come la mettiamo?

Prima l’iPad mini, quando Steve aveva sostenuto che uno schermo minore di 10’ non aveva senso. Vabbé. E’ un bell’oggetto, d’accordo. Sia pure.

Però una cosa rimaneva. Una certezza, per noi utenti Apple. Il formato del telefono. Non ha senso lo schermo sopra i quattro pollici. Non deve avere senso. Tutta la storia che uno schermo piccolo è più pratico, entra in tasca, lo tieni in mano e con il pollice arrivi dappertutto. Per le altre cose c’è l’iPad, non bisogna confonderci. Il telefono deve essere compatto.

Ok, va bene, ci credo. 

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E’ sempre il solito problema: le dimensioni contano? E quanto?

Così passi mesi a guardare questi ragazzotti con i padelloni Samsung o gli Xperia della Sony, e trattieni qualche episodico moto di invida, cercando di ragionare, pensando loro in fondo non hanno ancora capito. Certo ogni tanto ti sorprendi a pensare a come sarebbe guardare delle foto su uno schermo più grande, ma poi ti riprendi e capisci. "E’ un inganno, ragiona. Lo schermo dell’iPhone è quello giusto. E’ quello che ti serve."

Perlomeno hai un punto di certezza, un conforto oggettivo. Gli iPhone sono tutti così. Certo dal cinque in poi si è un poì allungato lo schermo, ma è poca cosa. Una concessione minima, la larghezza è quella. La nostra filosofia è consistente, non ha motivo di cedimento. I padelloni Samsung  (oh, così brillanti… e guarda come si vede bene…) sono in fondo una manifestazione di immaturità, di superficialità tecnologica. E’ un problema, dopotutto, di scarsa consapevolezza.

Sì sembrano belli anche a me, quando non ragiono… 

Prima o poi, capiranno.

Inoltre, io ho le mie belle app pensate appositamente per questo schermo da 4 pollici. Gli utenti Android sono afflitti dal famoso problema della frammentazione dei dispositivi (ogni utente Apple deve impararlo bene), per cui alla fine una cosa che va bene a tutti (gli schermi) non è realmente ottimizzata per nessuno. Ricordiamocelo.

Questo quadro mentale semi-stabile può andare avanti per mesi. Alla fine sei quasi tranquillo, hai le tue belle convinzioni che tutto sommato tengono. Vacillano ogni tanto, ma tengono. Dopotutto si tratta di pensare differente dalle logiche del mercato. Noi abbiamo una filosofia, un modo di vedere il mondo: non è tutta questione di vendite. Non può esserlo. C’è dell’altro.

Poi arrivano i rumors di un iPhone più grande. Lasciamo stare, sono indiscrezioni, da verificare. Tocca vedere… 

Poi arriva il Keynote. Settembre, nove.

Eccoli.

E qui c’è il crollo. iPhone 6. Molto più che più grande.

Ma come sarebbe? Un modello da 5.5 pollici? E tutta la storia del display troppo grande

Intendiamoci. E’ sicuramente un gioiellino. Anzi, un gioiello: anche nel prezzo.

Però rimango con un fondo di amarezza.

 

A forza di pensare diverso, a volte - azzardo - si può perfino tornare a pensare uguale. 

giovedì 4 settembre 2014

Wattpad, leggere ovunque

Non è a molto tempo fa che  risale il mio primo incontro serio con Wattpad, ma si può ben dire che più lo uso e più me ne innamoro. E’ difficile definire esattamente quello che può essere. Intanto - vorrei partire da qui: una eccellente piattaforma per leggere ovunque, e leggere di tutto. Ci sono i grandi classici, tanto per iniziare: ci puoi trovare tanto Pride and Pregiudice di Jane Austen come Ulysses di James Joyce, in inglese. Ma non manca una buona collezione di classici, anche in italiano. Certo, proprio perché questi sono testi di dominio pubblico, non scarseggiano certo in rete le modalità con cui si possono scaricare (legalmente) e leggere. Epub, PDF, mobi, formato testo… tutto quello che volete.

Però tra tutte, la lettura attraverso Wattpad mi sembra particolarmente avvincente. Qualcosa che va studiato e compreso, come un nuovo modo di leggere nell’epoca della rete.

Mi spiego.

Quello che mi sembra faccia la differenza, non è tanto le lettura dal sito di Wattpad, attraverso il computer: sempre possibile, beninteso. Si possono ricercare libri interessanti, formarsi una propria libreria, ordinarli, condividerli, consultarli, commentarli. Ma l’interessa vero - a parer mio - scatta quando si fruisce Wattpad attraverso su un tablet o uno smartphone, per mezzo dell’applicazione gratuita (al presente sono supportati Android, iOS, Kindle Fire). Ecco: allora la lettura si trasforma, muta interiormente.

Leggere cessa di essere una occupazione solitaria, per diventare una operazione eminentemente sociale.

Eh sì, perché non solo il testo viene formattato per la lettura agevole sul dispositivo mobile (perfino sullo smartphone non è troppo male, devo dire: anche se non consiglierei la lettura di tutto un libro tramite l’iPhone, per dire), ma diventa possibile commentare puntualmente quello che si legge. Puntualmente, proprio: non soltanto a margine del capitolo (come si può fare anche da web), ma in ogni punto, semplicemente evidenziando una frase del testo e aggiungendo a margine le proprie riflessioni. Leggendo, poi, vengono segnalate a lato le frasi commentate, con anche il numero di interventi.

E’ evidente, che per un libro che abbia un buon numero di commenti, ciò apra a modalità di lettura assolutamente trasversali. Prendiamo un testo famoso come, appunto, Pride and Pregiudice. Anche per chi lo conosca bene, rileggerlo attraverso Wattpad assume una sua particolare interesse. Proprio in virtù delle sue caratteristiche, sui può leggere stando attenti ai commenti e seguendone (almeno) alcuni. Non tutti, certo, perché per un libro di quel genere sono decisamente parecchi: le statistiche sul sito riportano un numero di lettura superiore ai due milioni, un numero di apprezzamenti superiori a diecimila, e più di 2100 commenti (vedi figura). 

La lettura di questi testi, conosciuti e straconosciuti, si arricchisce di una sapore social che ne rinnova l’interesse, insomma. In un certo senso, diventano di nuovo testi vivi, che attraverso i commenti e i like si modificano giorno per giorno sotto i nostri occhi. Vengono riportati nell’attualità, vivono il presente.

Insomma, il libro non è più una entità chiusa, ma si muta in qualcosa in perenne divenire, in continua trasformazione. Certo c’è un nucleo “duro” (il testo), ma attorno al quale l’attività è fervente, morbida, multiforme.

Iniziare il primo capitolo di Pride and Pregiudice seguendo i commenti che sono praticamente presenti quasi su ogni frase, è un’avventura che rischia di prendere molto, molto tempo. E non sarebbe esaustiva, perché nuovi commenti vengono sempre aggiunti: ora che guardo, l’ultimo commento in calce al testo (senza considerare quelli relativi a singole frasi) risale ad appena 18 ore fa.

Il libro così appare come un centro di discussione, una sorta di piazza virtuale dove un dato lavoro viene letto e commentato. Tornandoci, ogni volta si possono trovare nuovi spunti, si può intrecciare la propria opinione con una di quelle dei lettori precedenti. Insomma il testo è tutto tranne che morto. 

Dunque già per un affamato lettore, Wattpad offre motivi di sicuro interesse.

C’è poi l’altra parte, quella dedicata a chi vuole intervenire più attivamente: a chi vuole scrivere. Infatti il bello è questo: che tutte queste prerogative sono a disposizione di tutti, di chiunque voglia scrivere. E per dire la verità, è proprio questa parte che ho scoperto per prima, e che mi ha interessato di più. Riversare contenuti su Wattpad (profilo mcastel) è stata poi, appena la logica conseguenza.

Ma di questo parleremo in un prossimo post. Intanto potete trovarvi qualcosa da leggere, tra autori vecchi e nuovi, tra grandi classici illustri sconosciuti (ma magari più bravi dei primi), non rimarrete senz’altro a bocca asciutta! 

giovedì 21 agosto 2014

I sacchi della posta (e la delocalizzazione)

C’è una bella canzone del Battisti “secondo periodo” (quello della collaborazione con Panella) che si intitola proprio  "I sacchi della posta”. Il riferimento immediato, seppure piuttosto complesso ed intrecciato poi in diversi temi com’è tipico del geniale paroliere Pasquale Panella, è alla posta fisica. Tanto tempo è passato da quando quella era la unica posta possibile. L’avvento della posta elettronica ha cambiato radicalmente le carte in tavola. Più che mai.

Mi tornano i ricordi.

Come molti, anche io ho vissuto vari stadi. C’è stata l’epoca di Outlook Express, client di posta - allora - praticamente incontrastato. Vi ricordate? Era il modo di consultare la posta. Quello, e basta.

Mailbox 378092 640

Ci sono stati - e ci sono - i vari client per linux o per mac. Ne ho usati tanti in diversi periodi, con alterna soddisfazione.

Carrellata avanti, torniamo al presente.

Ora, Mail di Apple per esempio è un programma molto ben fatto. Come molti programmi per Mac, sembra semplice fino a che non scavi abbastanza e trovi una pletora di opzioni veramente interessanti. Dovessi limitarmi ad un client “classico”; direi che questo è ottimo.

Ci sono poi i sistemi di webmail. Partiti come una eccentricità, come un modo differente di fare le cose, si stanno rapidamente imponendo come lo standard. Come se non ci fossero più vari modi per farlo, ma ce ne fosse uno solo. Aprire Gmail, o Yahoo! oppure Hotmail (se proprio necessario) e consultare la propria casella di posta. E’ la normalità, direbbe Fossati.

I vantaggi sono innegabili. Uno su tutti: accesso universale, da qualsiasi apparato. Computer di casa, di lavoro, tablet, smartphone, computer di un amico. Tutto. Sebbene la posta elettronica non si sia evoluta molto, non abbia scartato che in minima parte dalla sua iniziale formulazione, sebbene esperienze di rivoluzione radicale abbiano finora fallito, è il modo di usarla che è cambiato.  

Ma è ovvio.

Prima aveva senso pensare di tenere la posta su un unico computer. Ora l’accesso a dispositivi perennemente in rete si è espanso e delocalizzato in maniera così estrema che sarebbe impensabile, per moltissimi, avere la posta su un unico computer. E’ sempre più richiesto di poter accedere ai propri messaggi da virtualmente ovunque, e trovare sempre uno stato consistente. 

In fin dei conti si può vedere un webmail come una logica derivazione del protocollo IMAP. Con in più una intrinseca semplicità. E una facile comprensibilità - visto che siamo abituati alla navigazione con il browser. Se chiedo ai miei figli quale client di posta elettronica usano, probabilmente non capirebbero. Quale client? Si va su Chrome e si apre Gmail, o Yahoo!. Tutto qui.

Come sono lontani i tempi in cui si costruivano pazientemente sul disco locale gli archivi di tutti i messaggi letti e spediti, magari divisi per mese ed anno. Si archiviavano, si sistemavano. Per poi perdere tutto - tipicamente - nel cambio di computer o nella rottura del disco rigido. 

Ora mi sento più sicuro nel tenere i miei 62.000+ messaggi di posta sui server di Google che nemmeno a tenerli a casa mia (spero di non essere smentito domani). Sarebbe carino sapere su quali server sono spalmati, in che remota computer farm c’è - ad esempio - tutto quel dialogo con mia moglie, o con quel collega, oppure… ehm. Ma in fin dei conti non importa. E forse non lo sa nessuno. Forse è una domanda che non ha senso, non ha più senso. Sono in Internet. Un luogo non-luogo, un luogo che è dovunque ma da nessuna parte.

Altro che sacchi della posta. Quelli che avevano (hanno) un’ora di raccolta, che sai dove sono. Più o meno.

Ma - mi accorgo adesso - è la stessa geografia che viene man mano riformulata. Il concetto di luogo esiste ancora, ma è stato rimappato. Ora è un indirizzo web, è una URL. 

Così paradossalmente, la webmail, che dovrebbe essere quella più delocalizzata, è invece colei che meglio incorpora la nuova nozione geografica. Eh sì, perché nella mia casella Gmail ogni conversazione è individuabile univocamente: ogni conversazione ha un suo specifico URL. E questo è veramente comodo. Puoi ritrovare vecchi messaggi basta che ti appunti la URL relativa.

Di recente ho ripescato, proprio in questo modo, un vecchio messaggio di A.F., amico e collega, di cui mi ero appuntato la URL

ciao marco,

 

sono atterrato adesso ad amsterdam e ho appena finito il tuo libro..

 davvero bello!

 

mò devo prendere una coincidenza quando torno commento a voce..

Ecco, è bastato appuntarmi l’indirizzo  https://mail.google.com/mail/ca/u/0/#inbox/13f0e3ec2c6783f9 per poter tornare in ogni momento alla conversazione (non vi affrettate a copiarlo e incollarlo perché funziona solo dopo la corretta autenticazione). 

Ecco la vera nozione di posto. Di luogo. Nuova, ma antichissima. Dopotutto, un luogo è un indirizzo.

Semplice, come è sempre stato.

martedì 5 agosto 2014

Si può fare a meno di Facebook?

Certo il titolo di questo post è un po’ provocatorio: uno certo potrebbe rispondere, legittimamente, di sì. Sì, certo che si può fare a meno di Facebook, non è (ancora) indispensabile come l’aria, il cibo, l’amicizia, l’amore.
 
Posto questo, si può cercare comunque di capire se si può ancora organizzare la propria vita online senza finire a gravitare, più o meno continuamente, sui servizi offerti dal celebre social network. Prima di tutto dobbiamo comprendere che stiamo vivendo un momento decisamente particolare nella storia del web. Per la prima volta, una frazione significativa dell’uso di Internet si trova ad essere completamente convergente -in pratica - su una sola piattaforma.
 
Una piattaforma - dobbiamo aggiungere - che ormai viene perfino utilizzata per fini squisitamente “istituzionali": si pensi a scuole, università, enti di ricerca e di altro genere, stazioni radio e televisive,  a quanti di questi hanno un profilo su Facebook e/o una pagina, sovente deputata alla gestione di parti chiave della logica di queste istituzioni, come l’interazione con il pubblico. Ormai senza essere su Facebook non si riesce ad accedere ad una serie di servizi di indubbia comodità, quali il gruppo degli studenti di una data facoltà, il profilo della propria ditta o istituto di ricerca, oltreché vari servizi di diverso tipo. 
 
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Facebook. Se lo conosci, non fa male. O almeno, non troppo… :-)
Photo Credit: rishibando via Compfight cc
 
Insomma Facebook ha acquisito una importanza percentuale - relativamente alla totalità dello spazio espressivo informatico - che in passato è stato appannaggio di differenti servizi, come la posta elettronica stessa, oppure Usenet. C’è però una bella differenza, rispetto al passato. Che i servizi citati sono/erano davvero di tutti, mentre Facebook è una proprietà privata. E’ tutta un’altra musica: stavolta è una azienda, che ti permette di usare i suoi servizi, alle sue regole e alle sue condizioni (e non potrebbe essere che così). 
 
Diciamolo pure, è la solita storia: quando ci siamo iscritti a Facebook abbiamo detto va bene ad una serie di condizioni scritte in legalese, che nessuno ha mai letto (o comunque si ricorda), per le quali possiamo essere certi che siamo più o meno ospiti, e che può accadere che anche se ci comportiamo bene, qualcuno decida di mandarci via. O per lo meno, di toglierci le cose che ci siamo portati con noi.
 
Lo dico non per sminuire la portata di Facebook, senz’altro uno degli esperimenti più interessanti di comunicazione sociale su scala planetaria. Lo dico perché accade. Uno entra e pensa “beh se non mi comporto male non ho problemi, se non carico le foto di mia sorella in topless che balla ubriaca sul tavolo del ristorante o gente che strangola gattini, non incorrerò in nessun ostacolo, in nessun vincolo alla mia espressività”.
 
In fin dei conti lo pensavo anch’io, fino a qualche tempo fa.
 
Poi però mi sono accorto che non è esattamente così.
 
Una mia amica sta ancora cercando di raccapezzarsi, perché un suo gruppo è stato di punto in bianco cancellato da Facebook. E non era un gruppo molto pericoloso, visto che l’argomento era a cavallo tra la psicologia e la spiritualità cristiana. Inoltre, in ogni caso, era un gruppo chiuso. Ma tant’è. Da un giorno all’altro non c’era più.
 
Richieste di chiarimenti a Facebook non hanno avuto esito. Certo, si può sempre riaprire. Ma il materiale accumulato fino a questo punto? Questo è solo un esempio, molti altri se ne posso fare. So che gruppi non molto “politicamente corretti”ma “inoffensivi” (come quelli che promuovono la famiglia tradizionale - uomo e donna -come ambiente migliore per allevare dei bambini), hanno vita difficile al momento. Anche qui, storie di gruppi che spariscono di punto in bianco. 
 
E’ ben noto che le inoffensive foto di mamme che allattano non hanno - pure loro - vita facile sul network. Mentre gruppi (perlomeno) di dubbio gusto proliferano tranquillamente.
 
Al di là del caso specifico, comunque, c’è molto di cui riflettere.
 
Piaccia o non piaccia, siamo in miliardi a delegare la gran parte della  possibilità di espressione in rete nelle mani di pochi (si spera) illuminati gestori del network. I quali probabilmente si orientano in modo da massimizzare le rendite, non in base ad alti ideali. E come dar loro torto, da un certo punto di vista? 
 
Come può cambiare tutto ciò? Non vedo soluzioni semplici. Ci vorrebbe uno standard  per interagire con le reti di social network, così come c’è uno standard per la posta elettronica. In questo modo i vari portali sarebbero solo collettori di “unità espressive elementari” che possono sempre migrare da un collettore all’altro. Torneremmo finalmente proprietari dei nostri contenuti, e del loro destino. Padroni, non ospiti.
 
Ma la cosa è ampiamente fantascientifica, lo ammetto.
 
Che fare? Forse l’essenziale, in questa fase, è appena rimanere coscienti di ciò che accede. Demonizzare Facebook (o il servizio dominante di turno) non serve, è ridicolo. Tanto quanto incensarla. Si tratta semplicemente di utilizzarla, se ne abbiamo vantaggio, ma rimanendo consapevoli di cosa stiamo facendo. Non rinunciare a ragionare, insomma.
 
Almeno un po’, almeno ogni tanto.

giovedì 31 luglio 2014

Perché XP, ancora

E’ noto che da aprile di quest’anno la Microsoft ha deciso di interrompere del tutto il supporto al suo prodotto di maggior successo, probabilmente. Parliamo di Windows XP, quel sistema operativo che per diversi anni è stato sinonimo di computer per tantissime persone. Per molto, molto tempo, è stato così. Era talmente soverchiante rispetto alle altre possibilità, da aver definito chiaramente uno standard.  Il computer per antonomasia era quello: era un PC con Windows XP (più o meno originale) istallato sopra. Era la piena ortodossia informatica. Non c’era che un modo per farlo, in pratica.

Il resto era l’eccezione, la stranezza, l’eccentricità. Era una cosa per geek, certamente non qualcosa per poter lavorare semplicemente e velocemente. Linux - tanto per dirne una - era una avventura, un’avventura eccitante ma anche potenzialmente piena di frustrazioni (ad esempio, già far lavorare sotto linux il modem di casa poteva essere già un’impresa, al tempo: per me certamente lo è stata...). 

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Le “finestre" vecchie, se ancora molto usate, vanno sempre curate… ;-)

Windows XP è stato rilasciato nell’ottobre del 2001. E’ perciò stesso un sistema operativo antichissimo: per gli standard informatici tredici anni sono davvero un’eternità (anche se ad onor del vero bisogna dire che con i vari service pack il sistema stesso si è radicalmente evoluto nel tempo). 

Ora, da un certo punto di vista è più che logico che il supporto si interrompa ad un certo punto, specialmente dopo diversi anni da quando è stato sostituito con altri sistemi più moderni (seppure con alterne fortune, come ben sappiamo: Vista docet, e non dico altro). E’ anche più che logico che una ditta dopo tanti anni si riservi - a pieno diritto - la prerogativa di interrompere gli aggiornamenti, perfino quelli relativi alla più stretta sicurezza informatica.

Se non fosse.

Se non fosse che qui non stiamo parlando di un sistema operativo qualsiasi, nemmeno di un sistema operativo di particolare successo. Assolutamente. Qui stiamo parlando di un unicum nella storia dell’informatica. Bisogna necessariamente tenerne conto. Ragazzi, qui stiamo ragionando di un sistema operativo che al momento attuale - adesso, non cinque o dieci anni fa - gira su più di un quarto dei computer del mondo (secondo netmarketshare.com, vedi sotto). Possibile che si interrompano gli aggiornamenti di sicurezza per un sistema così diffuso?  

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L’obiezione consueta a questo, lo sappiamo bene, è tutta racchiusa nel reiterato slogan è bene aggiornare. Ora, diciamolo subito. Questo nessuno lo nega. Nessuno si sogna di dire che un computer vecchio con un sistema operativo vecchio è meglio di un computer nuovo. Ovvio. Però ci sono certi casi in cui non è possibile cambiare. Spesso, semplicemente, non ci sono le risorse. E se il computer fa bene quello che deve fare (magari è connesso ad un dispositivo per cui esiste il software per XP, e fa ancora  bene il suo lavoro), in realtà - non stracciatevi le vesti - non ci sarebbe veramente bisogno di cambiare. Tenendo presente che un cambio di SO implicherebbe quasi certamente la necessità di un cambio di hardware. 

E in ogni caso, se XP è il secondo sistema operativo, è piuttosto improduttivo insistere nello stigmatizzare la cosa. Bisogna prima di tutto prenderne atto.

Può il secondo sistema operativo al mondo essere vulnerabile sotto il profilo della sicurezza?

Può un quarto del mondo essere esposto al capriccio di un quattordicenne molto intelligente e (magari) poco etico, che si diverte a fare un programmino devastante, sfruttando una vulnerabilità nota alla quale nessuno si sente di provvedere?

Secondo me no. Citando l’editoriale di aprile di PCProfessionale (titolato significativamente Microsoft ripensaci), "In un mondo ideale Microsoft avrebbe dovuto attendere, per dare ossigeno alle aziende che non possono far migrare i propri sistemi informativi in tempi brevi e per permettere a banche e ospedali un aggiornamento dei propri sistemi critici."

Secondo me, Microsoft potrebbe - con grande ritorno di immagine - concedere un supporto ridotto all’osso e relativo solo alla stretta sicurezza, per il suo XP, ancora per un altro po’. 

Non la obbliga nessuno, ovvio.

Non lo possiamo pretendere beninteso.

Però fossi in loro - vista la situazione - io un pensierino ce lo farei...

martedì 22 luglio 2014

A che punto siamo?

E’ una domanda che viene spesso formulata, negli ambiti più diversi. C’è un ambito che prima  non veniva per nulla preso in esame, ed oggi può essere a buon diritto sbalzato agli onori della cronaca. Come qualcosa che devi considerare, come una cosa nuova che capita sotto la tua attenzione. Eppure è così, ed è tanto reale che una domanda semplice come a che punto siamo si diluisce in una mancanza di significato. O almeno, in un significato più allargato, ondivago, complesso.

E’ una geografia libresca che si ridefinisce e si stempera, allo stesso momento. Pensiamoci. Fino a ieri, indicare un punto determinato in un libro era molto facile. Si indicava la pagina e - se necessario - il capoverso. Il riferimento era chiaro e preciso, non c’era tema di sbagliare. È ancora così, per il libro di carta. Certo, a voler essere precisi, una ambiguità anona sussiste, perché c’è da considerare il caso di molteplici edizioni: la pagina dell’edizione rilegata non corrisponde a quella dell’edizione economica, tipicamente. Va bene. Basta aggiungere l’indicazione dell’edizione e comunque l’univocità dell’indicazione è di nuovo garantita.

Prepariamoci. Questa confortante rigorosità potrebbe essere presto un ricordo del passato.

Prendiamo il caso degli ebook. Sì, il tanto discusso libro digitale. Sembrerà strano, ma al momento non c’è un modo univoco per determinare una posizione all’interno del testo. Qui il digitale ha reso tutto molto più complesso, a differenza di analoghi passaggi al digitale, come il caso della musica. Il minuto 3.34 (dove parte quel favoloso assolo di batteria, oppure quel pieno orchestrale) in  un brano è rintracciabile sempre e comunque in maniera precisa - anzi, molto più precisa nel digitale che sul caro vecchio vinile. Sia che acquisto il brano da iTunes, da Google Play Music, o lo ascolto in streaming su Rdio (ancora meglio di Spotify), o quel che volete.

Facciamo il caso dei libri, invece. Di modi per indicare una posizione ve ne sono, certo. Ma sono troppi. 

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… a che pagina devo leggere per trovare i topi?

Photo Credit: Leo Laporte via Compfight cc

Ogni ecosistema ha il proprio. C’è Amazon che usa una numerazione tutta sua per individuare un punto, che invero risulta piuttosto dettagliata: considerando che un libro l’indice di Amazon va da zero a qualche migliaio, a seconda della lunghezza, si capisce come indicando una posizione, es. 563, si arriva con buona precisione al punto desiderato. Va detto che in alcuni libri Amazon indica anche un numero di pagina, che dovrebbe corrispondere all’edizione a stampa. ma più spesso questo (ancora) non avviene.

C’è iBooks - lo store di Apple - che indica il numero di pagine, considerando una pagina come quello che entra nello schermo del device scelto per la lettura. Attenzione che qui iniziano  i veri guai. Eh sì, perché questo all’apparenza è comodo, nella realtà rende  però impossibile indicare un punto preciso nel testo. Sì, perché basta ingrandire il carattere, ad esempio, per alterare la relazione del testo con il numero di pagina. Non parliamo poi dell’eventualità di aprire il libro su un apparecchio diverso!  

Dunque non c’è più una corrispondenza del testo con un qualche indice: non ha più senso dire “leggi quel pezzo a pagina 241, c’è il nome del colpevole” oppure “a pagina 1234 si svela il senso dell’universo, la vita e tutto quanto”. Non esiste più un contenuto univoco della pagina 241 o 1234, sono entità dinamiche le pagine, sempre cangianti. La stessa quantità totale di pagine di un libro, ora dipende dalla modalità con cui lo leggi: su uno smartphone possono essere migliaia, su un tablet molte molte di meno.

Anche tutti i rimandi interni al libro, tipo “vedi la nota a pag. 234” oppure “questo si tratterà estesamente a pag. 12345” sono completamente privi di valore, adesso.

Disdicevole.

Prendiamo poi Play Books di Google. Anche il gigante americano di Internet ha optato per una numerazione di pagina dinamica come unica indicazione del punto in cui si sta leggendo. Ovviamente in linea di massima non coincide con quella di Apple: diversi sono i caratteri, il loro numero per riga, e via di questo passo.

Va bene, direte voi. Rimaniamo calmi. Se leggo il testo su un’unico apparecchio, va tutto bene. Se poi è un Kindle, posso perfino indicare ad un’altra persona un punto specifico del libro. Che dire però di testi che magari si leggono su diversi apparecchi a seconda del momento? E soprattutto, come indicare ad una altra persona il punto specifico di un testo?

Prima appunto era semplice: pagina 15 era pagina 15, per chiunque. Ora non è più così. Ora se hai ceduto alla musa del digitale, se ti dicono leggi a pagina 15 tu non sai proprio cosa fare. 

Nell’epoca del digitale, una curiosa indeterminazione che parrebbe - ironia della sorte - tutta analogica...

venerdì 27 giugno 2014

Roma!

E' questo l'evocativo titolo del concerto che costituisce la terza puntata della bella iniziativa Pappano in web e che oggi stesso potrete seguire semplicemente utilizzando il box qui sotto (il concerto sarà anche disponibile on demand nei prossimi giorni, per chi dovesse perderlo). 

A dirigere l'Orchestra dell'Accademia sarà il Maestro Antonio Pappano
Si esibirà con loro anche il baritono Markus Butter.

Ecco la scaletta della serata, intitolata "Roma!":

Maxwell Davies - Sinfonia n.10: Alla ricerca di Borromini
Ottorino Respighi - Fontane di Roma
Ottorino Respighi - Pini di Roma


Fontana di Trevi, Roma

Coerentemente con l'impostazione multimediale dell'evento (cosa davvero apprezzabile), su Twitter, viene seguito tutto il ciclo con l'account @telecomitaliatw e con l'hashtag #Pappanoinweb, dove anche durante il concerto la musicologa Laura De Mariassevich condividerà con gli utenti le curiosità su musiche, strumenti, autori e musicisti coinvolti. E' dunque possibile seguire il concerto ed intervenire con commenti e cinguettii sul social network.

E' con piacere che facciamo il nostro piccolo per diffondere questa bella iniziativa, che usa in modo intelligente il web per diffondere la cultura nel senso più piacevole e (permettetemi) musicale del termine. Non posso trascurare una nota personale, essendo romano di nascita e innamorato della mia città, così piena di arte e di storia, accolgo questo programma con un motivo di soddisfazione in più! 

Non mi resta di augurarvi buon ascolto, magari associato dalla partecipazione su web dell'evento.

giovedì 12 giugno 2014

Calcolare all'inverso, come i polacchi?

A volte capita. Capita proprio a tutti, ci mancherebbe altro. Ci sono dei programmi di uso quotidiano, quelli che proprio utilizzi senza pensarci. Senza andare in profondità, studiarne le caratteristiche, esplorare tutti i vari sottomenù. Eh già. Perché sono fatti così, in fondo sono proprio  fatti apposta. Li lanci e li utilizzi. Per esempio, fai il conto sulla lista della spesa, controlla quanto hai speso in cose inutili ad esempio (le più deliziose ed intriganti, come ben sappiamo). Come fai? Semplice, se sei su un Mac apri Calcolatrice ed inizi a batterci dentro i numeri. Tiri le dovute somme, eventualmente ti senti un attimo in colpa per i soldi spesi (appena un attimo, non più del dovuto) e poi via.

Quello è ciò che deve fare una calcolatrice: a costo di esser banale, lo ripetiamo: fare i conti.

Non è che ti aspetti molte sorprese, in fondo. Eccoti qui la calcolatrice, semplice come deve essere 

CalcBas

Le immagini sono tutte screenshot di "Calcolatrice” su OS X 

Non ha certo l’aria di metter soggezione a qualcuno, non sembra una sua prerogativa quella di poter celare sorprese. Naturalmente quando i conti diventano un poco più complessi, si può sempre chiedere alla calcolatrice, per ora splendidamente basilare, di fare uno sforzo in più e diventare leggermente più scientifica… e lei prontamente obbedisce, slargandosi appena un po’ (la cultura prende spazio).

CalcSc

Notate come abbiano fatto la loro comparsa tutte le funzioni trigonometriche insieme con i logaritmi (naturali, in base due - mai usati - e in base dieci) e altre simpatiche possibilità (come il generatore di numeri casuali, ad esempio).

Una possibilità ulteriore è quella della vista programmatore, e qui andiamo abbastanza sull’esoterico, per molte persone (me incluso). Notare come uno strumento semplicissimo, banale quasi in maniera irritante - nel primo caso - si è già trasformato in un tool particolarmente elaborato, capace di costituire un valido strumento di lavoro in un ambito decisamente particolare. 

CalProg

E già potrebbe essere abbastanza, per un programmino diciamo accessorio che viene insieme con il sistema operativo. Però non è tutto. 

C’è ancora da esplorare il "Mela-R”: la porta di accesso - come stiamo per vedere - ad una logica differente, ad un altro modo di mettere insieme i numeri.

Era lì che aspettava, ma io non lo sapevo. Grande dunque è stata la mia sorpresa quando ho capito che con "Mela-R” quella che è una ordinaria calcolatrice si trasforma ubbidiente in una calcolatrice che funziona secondo la logica della notazione polacca inversa (RPN, per gli amanti della concisione). Ora, direte voi, che cosa è mai questa notazione inversa? Ai più non dice nulla, siamo d’accordo.

Mi sembra logico.

A me riporta invece di colpo agli anni lontani dell’adolescenza. Di quando papà portò a casa fiero una prima calcolatrice Hewlett Packard. Che appunto oltre a fare un sacco di cose sbalorditive per l’epoca (come programmare ad esempio) aveva qualcosa di  radicalmente diverso dalle “altre". Un vero modo di pensare differente. Una diversità tale che si imponeva anche di fronte ad un semplice calcolo, del tipo 2 +3 (lo so si può perfino fare a mente, se mi sforzo ci riesco, ma è per fare un esempio).

Il punto è che su una calcolatrice RPN non puoi fare 2 + 3 e battere il tasto di uguale.

CalcRPNScien

Per il semplice fatto (verificate qui sopra) che il tasto di uguale non esiste.

No, non esiste.

Non esiste perché non serve.

Abbastanza spiazzante, eh? Vediamo di fare un po’ di luce.

"La notazione polacca inversa (in inglese reverse polish notation o semplicemente RPN) è una sintassi utilizzata per le formule matematiche. Fu inventata dall'australiano Hamblin, filosofo ed esperto di computer, e fu così chiamata per analogia con la notazione polacca, inventata da Łukasiewicz. Con la RPN è possibile effettuare qualsiasi tipo di operazione, con il vantaggio di eliminare i problemi dovuti alle parentesi e alla precedenza degli operatori (prima la divisione, poi l'addizione ecc.). Alcune calcolatrici scientifiche utilizzano la RPN in quanto evita l'annotazione di risultati intermedi durante le operazioni.” (dalla relativa voce di Wikipedia)

Dunque, riepilogando la faccenda proiettata nell’evidenza di più immediata caratura, il tasto di uguale non serve. Perché se devo fare “2 + 3” prima introduco il 2, poi il 3, li mando all’insù nello stackinfine spingo il tasto”+” che processa i due numeri secondo l’operazione che voglio, e mi fornisce il risultato. E il gioco è fatto. 

Tornando a quel tempo, per me fare i conti (letteralmente) con una logica diversa era una piccola sfida e una possibilità di imparare qualcosa di nuovo. Soprattutto (come ogni  cultore del Perl sa bene) che c’è più di un modo per farlo. E che questo vale anche per le cose più banali. Era un tassello aggiuntivo della scoperta del mondo, un modo in cui mio padre mi stava dicendo che c’è un mondo da scoprire e questo mondo va ben al di là di quanto potevo allora figurarmi. Come oggi. Come in ogni istante. Ci sono più cose nel reale che nelle rappresentazioni di comodo che ci creiamo per illuderci di aver fatto completamente luce su di esso (non sia mai!).

Ecco. Ritrovare la logica RPN dentro la calcolatrice di sistema sul Mac, al di là del fatto che probabilmente non la userò mai veramente, mi arriva  come una deliziosa sorpresa, perché mi riporta ai tempi della giovinezza. All’epoca in cui il mondo era - appunto -  una continua scoperta. 

Che poi sempre lo è. Certo, alle volte uno un po' se lo dimentica. 

Ma fortuna, basta fare "Mela-R” per ricordarselo.

 

 

giovedì 15 maggio 2014

Facebook? Ha le orecchie

Mi dicono che è una cosa nota da tempo. Io però me ne sono accorto soltanto ora. Se vado per aggiornare il mio stato su Facebook, compare una iconcina diversa dal solito, nella sezione dedicata all’umore.  Se lo faccio adesso,  ad esempio, trovo una opzione aggiuntiva rispetto alle varie classiche opzioni “Mi sento..”, “Sto guardando…”. Sì una opzione molto più puntuale e meno generica: “Sto ascoltando Study Op. 35 No. 17”.

Accidenti. Cioè, Mr. Facebook riesce ad intercettare il mio stream della radio Internet e propormelo tra i possibili messaggi di stato, bello e pronto (nel dettaglio, sto ascoltando dei pezzi per chitarra classica di Fernando Sor).

Wow

Così preso da un raptus comparativo, mi sono precipitato su Google Plus a vedere se anche il social network della grande G presenta un udito altrettanto fine. Ebbene devo dire che non pare: se pure Google conosce quello che sto ascoltando (tra un po’ conoscerà di certo anche quello che sto pensando), perlomeno non lo dà a vedere: non mi propone di postare il brano che Rdio.com sta ora srotolando attraverso gli altoparlanti.

Google è sordo? Può darsi. Comunque, Facebook ci sente benissimo :)

mercoledì 14 maggio 2014

Sul leggere, oggi

Ci stavo pensando mentre ero immerso nella lettura di un romanzo, sul Kindle. Certo che la trasformazione a cui siamo chiamati adesso è veramente epocale. Sono secoli che usiamo i libri come veicolo di trasmissione del sapere, che sognamo, ci arrabbiamo, ci estasiamo, ci infervoriamo, eccitiamo e deprimiamo.  Attraverso i libri, impariamo a comprendere che c’è un abisso oltre il nostro orizzonte, cosicché quando si fa troppo piccolo possiamo di nuovo forzarlo a spalancarsi, a contatto con altre esperienze ed altre visioni del mondo, altri orizzonti… la somma di più orizzonti è un orizzonte finalmente vasto, vastissimo.

Tutto attraverso i libri. Tutto attraverso la parola scritta. Appunto, è stato così per secoli. 

E ora sta cambiando. Proprio adesso, una rivoluzione silenziosa sta accadendo. Morbida e silenziosa. Ma profonda.

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Libro o ebook? Questione di gusti. L’importante, dopotutto, è leggere...

Photo Credit: pedrosimoes7 via Compfight cc

Lo sappiamo, lo sanno tutti, sia gli entusiasti che i denigratori. Il libro digitale è inevitabilmente destinato a prendere il sopravvento. Sopratutto perché, innegabilmente, è comodo. Soprattutto da quando ho il Kindle con l’illuminazione, ho scoperto che è diventato comodissimo… troppo più comodo del libro di carta (lo so, lo so… la consistenza della carta, il suo profumo… ebbene sì, in ogni cambiamento si perde qualcosa, purtroppo). 

Basterebbe solo meditare sul fatto che orma puoi portarti una intera libreria in uno spazio piccolo e con un peso irrisorio.

Certo vi sono tante cose, nell’approccio con il libro, che ancora devono essere adeguatamente mappate nel nuovo sistema. Come un 33 giri lo cominciavi a valutare dall’analisi visiva dei solchi (qualcosa che i più maturi ricordano, una sapienza ormai passata, alla quale molte persone non accederanno mai), così il libro cartaceo indubbiamente ti restituisce una buona serie di informazioni tattili e visive ancora prima di essere letto.

La copertina. I colori, le scritte, la sua consistenza. Rigida, morbida. Plastificata o no. Con i bordini o a filo di pagina. Poi l’interno. La carta - appunto - il suo spessore, il suo colore. Mai uguale. La larghezza dei caratteri. Ecco, fermiamoci sul fatto in apparenza banale della larghezza dei caratteri, e della spaziatura. Prima facevano parte del libro. Erano già scelte. Ora la puoi decidere tu sul tuo lettore. Non fa più parte  intrinseca del libro, ne è stata sbalzata fuori. Per il font vale sovente lo stesso discorso. 

Insomma,non c’è più un libro scritto piccolo o grosso, largo o fitto. Perché decidere di questo rientra ormai nel potere di chi li usa, non di chi li fabbrica.

Sembra una stupidaggine. Eppure questo già ci forza a cambiare il paradigma, a fare i conti con una nuova idea del leggere.

L’esperienza d'uso è anch’essa, innegabilmente, diversa. Nel libro poi, il progresso di lettura lo avverti fisicamente, dalla mole di pagine che hai accumulato nella parte sinistra. I libri grossi li puoi perfino soppesare. Più peso mandi verso la parte sinistra più sei andato avanti nella lettura. E non solo. Per sapere quanto hai da leggere in un  capitolo, lo sfogli rapidamente fino alla conclusione. Tutto questo non è possibile con l’ebook, almeno, non nello stesso modo (il Kindle ha una sorta di preview che ti consente - in qualche modo - di sfogliare le pagine senza muoverti dalla tua posizione, e immagino che altri e-reader facciano lo stesso).

Non è insomma la stessa cosa, leggere in digitale. Per abituarsi ci vorrà del tempo.

Eppure, con tutti gli svantaggi che sappiamo, che ci possiamo dire, il libro elettronico è già innegabilmente troppo comodo. Tanto da creare anche una certa assuefazione. Personalmente, ormai mi irrita non poter cercare una parola o una sequenza di parole in un libro cartaceo. Devo scorrerlo tutto per trovare quella determinata frase? Quella che mi aveva colpito tanto? Era il primo capitolo, o forse il secondo? Aspetta, non era nell’introduzione, magari? Ma io ci divento matto! Poi, vogliamo parlare della possibilità di evidenziare dei passaggi? Finalmente con l’ebook si può fare, si può fare a volontà senza timore di danneggiare il testo (puoi sempre cambiare idea e ogni evidenziatura puoi rimuoverla). 

C’è ovviamente un mondo che al libro cartaceo è precluso, come la condivisione di brani sui social network, la raccolta delle parti più evidenziate su apposite pagine web, etc etc… cose di cui, del  resto,  abbiamo già parlato in questo blog.

Era per dire quanto in realtà il libro digitale sia comodo, ancorché irriducibilmente diverso dal suo parente cartaceo. 

Così può succedere che a volte, mentre leggi un libro di carta (avviene, avviene: sono molti i libri, passati e presenti, che non possiedono la versione digitale), ti trovi improvvisamente ad esperire delle mancanze che prima non avresti avvertito. Così mi è capitato l’altro giorno, che stavo rileggendo dei brani da un saggio mentre mi preparavo per uscire. Un po’ preso dalla fretta, ho guardato il libro come per avere lumi: ormai assuefatto alla lettura in digitale, mi aspettavo che toccandolo da qualche parte, non so, avrebbe fatto come il suo cugino elettronico, mi avrebbe servizievolmente detto che ore fossero. Niente, si è splendidamente ed orgogliosamente rifiutato.

Io sono solo un libro, sembrava volermi dire.

E nel bene e nel male, ne devo convenire, aveva completamente ragione. 

venerdì 9 maggio 2014

iPad / Surface Pro: considerazioni

C'era una volta... "Chi vince e chi perde!!" - diranno subito i miei piccoli lettori. No ragazzi: avete sbagliato. C'era una volta: considerazioni personali sulle differenze dei due prodotti.

Un piccolo "prestito" da Carlo Collodi, per il mio preambolo, in cui invito il lettore ad abbassare ogni difesa ed ogni tensione nella polemica Windows vs. iOS, OSX, Bill vs Steve, Apple vs MS. Puo' sembrare perfino superfluo doverlo accennare, ma ancora recentemente ho potuto constatare quanta tendenza ci sia a condire le proprie opinioni lasciandosi scappare piccole frasi dismissive o ironiche per vantarsi dell'appartenenza di uno o dell'altro clan.
Io sono un contentissimo fruitore della ricerca tecnologica di entrambi Apple e Microsoft, come tanti altri come me.

In questo blog voglio riassumere molto schematicamente le mie impressioni, delusioni es entusiasmi che ho vissuto con entrambe le soluzioni.

...soluzioni: non la scelgo a caso questa metonimia. E' proprio ciò che mi ancora al concreto dello scopo dei due prodotti, in queste mie considerazioni.

Ecco le mie impressioni, che, per questioni di tempo, elenco qui in maniera schematica ed estremamente colloquiale. Mi piacera' poi aggiungere qualche foto e qualche esempio, appena avrò un po' piu' di tempo.

Alla mano

l'iPad e' imbattibile. Leggero, snello, bello. Lontanissimo da essere un aggeggio elettronico, nonostante in effetti lo sia. 
Quello che mi manca di piu' del mio bellissimo iPad3 e' appunto questa sua maneggiabilità, questa sua fedeltà al suo essere.
Quello che piu' mi dispiace del mio Surface Pro 2 sono queste aperture per l'aria, nonostante siano discretissime, che condannano irrevocabilmente il Surface al suo rango di computer, di aggeggio elettronico. 
Tanto per fare un esempio: non ci si sente mai "nerds" (creature gaglioffe e goffe, socialmente incapacitate) sedendosi ad un caffe' con un iPad in mano, leggendo o curando il proprio facebook. Al contrario, l'iPad e' un elegante accessorio, come un bel paio di occhiali da sole firmati, che aggiunge personalita' al proprietario. Lo stesso non si puo' dire per Surface Pro. Quel poco di spessore in piu', e quel suo essere colorato di nero fa tutta la differenza. Non ha la capacita' fisico-estetica per essere un accessorio come un'altro. E' un minicomputer, e l'utilizzatore ne diviene irrimediabilmente il suo mini-ingegnere. Sto esagerando, naturalmente, ma e' per rendere la sottigliezza del dettaglio.

Un elemento che potrebbe passare per un dettaglio non essenziale e che invece è fondamentale dell'iPad e' che è completamente chiuso. Il suo rivestimento non presenta una presa d'aria, una porta, assolutamente nulla, eccetto che la piccola presa per il mini connettore preproprietario di Apple. Questo fa una enorme differenza, ed a mio avviso è il fattore che distanzia principalmente l'iPad dall'essere un aggeggio elettronico. E' un bellissimo foglio polivalente e polifunzionale. Io non credo nessuno prodotto potrà raggiungere in breve tempo i livelli di perfezione che presenta l'iPad su questo piano. Sospetto inoltre che l'essere chiuso aggiunga vita alle componenti interne, dato che non hanno problematiche di accumulazione di polvere e perfino più tollerante ad eventuali schizzi d'acqua.

lo stand

La penna

La perfezione che caratterizza l'iPad è certamente conseguenza della testardagine (perseveranza) della leadership della Apple: celeberrima quella di Steve.
E però a volte tale qualità può giocare a sfavore, ed il "casus stylus" ne è un esempio.
Nell'"essere foglio", l'esistenza di una matita ci sarebbe tutta. Ma quando l'iPad venne alla luce, ebbe il compito di spazzare dal proprio territorio di conquista la concorrenza, che allora consisteva soprattutto di varie versioni di Palm, e similari, tutti rigorosamente pilotati con le loro pennine. Secondo me Steve aveva ragione nel concludere che l'utilizzo della penna non solo non debba essere l'unico, ma che la maggior parte delle volte sia anche il meno conveniente.
Nella vita reale, non non prendiamo una penna per voltare pagina del giornale.
E pero è anche vero che nella vita reale noi non scriviamo con le dita, a meno che non ci si trovi in spiaggia, sulla sabbia, e sempre con risultati così così. Ma la assoluta fermezza alla Apple nel rifiuto di tale soluzione -fermezza necessaria ai quei tempi per toglierla dalle menti dei disegnatori di iPad e iPhone (anche i telefoni smartphone ante-iPhone dovevano essere impacciatamente pilotati con il loro pennino, il che è veramente assurdo, ma allora curiosamente accettato)- potrebbe essere meno necessaria oggi, proprio grazie al fatto che Apple ha evoluto questo paradigma.
Secondo me concepire un iPad che impachetta una sua matita, bella ed elegante come Apple la saprebbe immaginare, farebbe bene al prodotto, farebbe sembrare meno buffi quelli che vogliono appuntare qualcosa con i loro iPad nei caffè, e, soprattutto, nei meetings. Inoltre, darebbe del filo da torcere alla concorrenza, dato che tanti artisti e aspiranti tali si stanno buttando su Surface proprio per la presenza della penna, e Apple è sempre stata la luce per questa fetta del mercato. Ovvio che vi siano soluzioni "penna" da parte di terzi per l'iPad. Penne bluetooth che istallando il loro driver rendono l'iPad in grado di supportare tale soluzione. Ma questo è esattamente all'opposto dello scopo originale di Apple nel fare le cose non tecnozigogolate.

Surface Pro 2 ha la sua pennina.
  Dico subito: è una meraviglia! Il foglio (non nel fisico come l'iPad, ma nel pratico certamente) diviene ancora più foglio. Con Surface ho avuto tantissimi di quei momenti scoperta-sorpresa-wow che Apple per prima mi fece provare con i suoi vari prodotti in passato. Scoprire che quella discreta curva magnetica lungo il dorso della penna, che ha lo scopo di ancorarla al bordo del tablet quando riposta, può anche essere premuto ed ha la funzione di un click di mouse. O che girando la penna ed usando il suo retro la rende una gomma da cancellare! Come quelle matite con sopra la gomma! Disegnare sul Surface è una esperienza da provare. Prendere appunti su OneNote ha finalmente tutto il senso che il concetto astratto del "prendere appunti" ha.

E, con un po' di attenzione alla calligrafia, è anche un'interessante alternativa all'input tramite tastiera, dato che Windows 8 ha come vari tipi di input, insieme alla tastiera ancorata, libera o divisa anche il metodo di riconoscimento del corsivo.|
Surface non ha bisogno della penna per essere fruito a pieno. La penna aggiunge caratteristiche di "foglio" che vanno oltre alla sua interazione tramite dita. In questa breve relazione tra me ed il mio Surface, la penna è stata utilizzate molteplici volte, per intrattenimento e per lavoro, e sempre rendendo l'esperienza più ricca, e non più limitata.

Il Sistema

Le mie impressioni sui punti di forza e di debolezza dei due sistemi sono miste.
Personalmente trovo il sistema a iconcine di iOS a questo punto datato. Nel mio iPad e iPhone ho circa 4 o 5 pagine di iconcine, e non c'è assolutamente modo per me di individuare alcune delle applicazioni cercandole tra le iconcine. A volte mi diverto a cimentarmi in un "trova l'applicazione", scrutando iconcina per iconcina, spesso dovendo arrendermi. L'utilizzo del search è convenientissimo in iOS, sopratutto con la versione 7, quindi quanto detto prima non costituisce un ostacolo funzionale. Però mi lascia esteticamente perplesso questa colonia di iconcine troppo piccole per essere veramente significative e dallo scopo molto limitato, dato che accedo alla maggiorparte delle cose con il search. A mio avviso queste piccole icone, concepite per il telefono iPhone, non hanno subìto un ripensamento nè una evoluzione in qualsiasi direzione dalla loro comparsa, sette anni fa.
E farne il paradigma operativo anche per il tablet allontana ancor più la loro rilevanza, sempre a mio avviso, naturalmente°

Trovo che per qualche ragione, il mio cervello individui più facilmente le applicazioni tramite lo scroll continuo di windows 8. Per qualche ragione, in questa maniera riesco più facilmente ad avere un orientamento di dove mi trovi nello geografia icone. Poter organizzare le applicazioni in gruppi etichettati sopra è un'altra cosa che mi permette di organizzare il mio spazio icone permettendomene la navigazione in maniera ancora più agevole.
Sebbene lo start di windows mi paia più "buio" di quello iOS, io mi ci trovo bene e comodo.

Il multi-tasking del Surface è decisamente più completo. Lanciare l'applicazione youtube hyper e tornare sull'album foto o sullo start delle icone, non ne interrompe l'ascolto. Così come aggiustare la luminosità dello schermo mentre si vede un film su netflix non ne interrompe l'esecuzione, al contrario di quanto avvenga in ambiente iOS, dove l'esecuzione viene interrotta e necessita perfino di essere riavviata manualmente.

Le possibilità do multi-tasking di Windows permettono quindi questi split-screens che io trovo piacevoli e utili. La capacità delle varie applicazioni RT di riadeguarsi allo spazio dedicato loro nella loro porzione di schermo è una di quei momenti scoperta-wow di cui parlavo prima. Come in Music, o Mail, dove, dipendentemente da quanto spazio disponibile, compattano icone, o altre informazioni, mantenendo la presentazione sempre coesa, rilevante e pulita.

iOS, invece, secondo me implementa meglio la completezza dell'integrazione delle varie applicazioni nel sistema. Spesso in Windows le applicazioni mi rimandano al browser (Chrome nel mio caso), per completare certe operazioni, come di download, o di sign-up. iOS mi pare che offra una esperienza meno slacciata, e rimandi a Safari (qui senza possibilità di scelta browser) meno sovente.
E perfino questa sua limitata capacità multi-tasking aggiunge una piacevole semplicità all'utilizzo, forse più vicina alla sua "ragione d'essere tablet".

In breve, le dimensioni un poco meno fini di quelle dell'ipad, consentono prestazioni tecniche altissime. Questo rende possibile per Surface di far girare tutto ciò che gira su PC, senza diventare però né PC né laptop, ma rimanendo chiaramente tablet

Qui in foto a destra mi rilasso, dopo 2000 miglia nautiche, in un grattacielo di Kaohsiung (Taiwan) con il mio videogioco preferito Final Fantasy XIV. Non è un giochino tipo Angry Birds. E' un gioco impegnativo anche per una PS3, e qui su surface gira magnificamente con opzioni grafiche vicine al massimo.

(°) ci sarebbero tante considerazioni da fare sui vantaggi di avere iPad e iPhone sullo stesso ambiente operativo, mantenendo l'OS per Macs e laptops distinto, e sulla strategia di Microsoft di avvicinare le distanze tra ambienti desktop e ambienti phones e tablet offrendo a scalare lo stesso ambiente per i tre universi.

Le Funzioni

Qui è dove surface copre meglio le mie esigenze.
senza internet, o senza un computer a bordo, non potrei nemmeno passare foto tra ipad e iphone. I sistemi sigillati di apple, mentre garantiscono la superiore integrazione e un totale controllo della provenienza dei media fruibili (al punto di prevenire in alcuni casi anche la fruizione di media legittimamente comprati, ma non su circuito itunes), allo stesso tempo pongono importanti limiti di funzionalità.  
L'intergrazione con office è totale, mentre ipad mi dava una versione diluita di numbers. Essendo io uno che fa un uso sfrenato di excel, per praticamente ogni situazione, da project managenent, budget management, perfino a organization resource management, utilizzando macro, complicate pivot table e quant'altro, la possibilità di avere l'intera potenza di excel nella mia tabletta è ben apprezzata.
Open Source navigation software OpenCPN not allowed on iPad. Welcome on Windows tablets.

posso scaricare via usb gli shots presi dalla mia videocamera e dal mio telefono e fare video e foto editing, senza passare per un computer.

Grande utilizzatore di OneNote, che ho scoperto da poco, posso prendere appunti ed utilizzare il tablet come veramente un foglio di carta virtuale ed organizzato. OneNote è anche il mio diario preferito.
Posso scrivere senza tastiera, con penna, fare disegni e schizzi veloci, posso aggiungere foto... tutto quello che il mio lato adolescente vuole nel mantenere un diario. Cominciai con OneNote per caso, perchè in barca non è sempre pratico digitare su una tastiera quando ci si trova in mare, per via del movimento sulle onde. Per questo fino ad ora, nonostante fossi in possesso di un iPad da diverso tempo, h continuato a prendere appunti su quaderni di carta (regolarmente persi).




In foto, il mio surface mi accompagna mentre mappo il sistema elettrico dell'albero della mia barca a vela 
Con OneNote posso prendere appunti scrivendo, disegnando, includendo documentazione (ho nel blocco il pdf intero del manuale del motore della mia barca, su cui disegno le mie note), posso includere tabelle Excel, foto prese (anche dal telefono)... insomma, secondo me un metodo per annotare e organizzare veramente da scoprire: lo raccomando.

Generalizzando, quello che mi pare mi renda il surface più "utilizzabile" è la sua capacità di "input" da parte mia, mentre la superiorità fisica dell'iPad viene accompagnata da una limitata capacità di input, rendendola però superiore nelle sutuazioni "read only", per così dire.

Ad esempio di quello che intendo dire sono tutte quelle volte che mi sono munito di ipad in meetings per utilizzarlo come tavoletta, e mi sono trovato a non poter fare quello che avrei voluto, in tempo, per stare al passo con il meeting, e sono invariabilmente dovuto ricorrere a carta e penna, e aggiornare il mio ipad in un secondo tempo.
Con Surface riesco a mostrare quello che voglio, e ad aggiornare quello che devo e in tempo reale per informare il resto dei partecipanti (per esempio con calcoli risultanti da un excel per qualche what'if'scenario, o per budget alla luce di nuovi fatti).

La tastiera-coperta è confortabilissima e con un po' di pratica ci si scrive tanto rapidamente quanto con una tastiera classica normale. Ed è bastato il testo di queste mie considerazione per raggiungere tale pratica.

Il vantaggio di poter vedere videos e clips non sempre visibili ancora su iOS, a causa di questa insensata chiusura tra Apple e Adobe rende anche tutto il mondo multimedia di internet meno problematico.

C'era un tempo in cui apple fece il suo programma di iTunes anche in versione windows. Contando sulla loro inequivocabile superiorità della soluzione musicale, iTune per apple costituiva quindi un indubbio entry-point che prometteva una "osmosi" di clientela in senso unico verso apple.

Oggi apple non propone un iTunes per windows 8RT (tablet), mentre xbox music ha il suo app in apple store. Secondo me questo potrebbe fare riflettere sulla percezione che le due case reciprocamente hanno sul vantaggio a questo punto molto relativo dell'una sull'altra.

In minore importanza, osservo tra le altre cose anche che (in ordine sparso)
* il sistema di autocorezione mi appare più fresco e comodo in versione widows
* posso connettere surface alla mia televisione (no ho una LCD in cabina della mia barca) senza passare per apple tv, ma con un semplice mini-HDMI
* posso utilizzare i programmi di produzione musicali interi, quelli stessi che uso sul mio mega Dell di casa.
Essendo programmi per windows, offrono tutti funzionalità editing per schermi multi-touch, quindi con o senza mause, o con o senza keyboard, ci si lavora molto bene.
* suppongo che MS stia pagando royalties ad apple per la soluzione magnetica dell'alimentazione, e fanno bene, perchè è estremamente comoda. sopratutto sulla tastiera, che si aggancia alla tavoletta senza alcun impegno.




Conclusioni

Rimango con un poco di invidia nel vedere il mio amico sfilare il suo ipad per mostrarci foto, mappe e carte nautiche così agilmente. Ma anche parlando con lui, i problemi di gestirsi le foto, di ordinarle in album e di scrivere a lungo cominciano a venire fuori.
Tutto sommato non mi costa molto il meno ingombro, ma le cose che mi permette di fare sono innumerevolmente di più. 
Qui al lato, il mio ambiente di lavoro film editing desktop, nel mio tablet, mi consente di cominciare ad organizzare e montare il materiale ripreso durante i viaggi prima che ritorni di fronte al mio desktop.

Spero la vita del mio surface 2 pro duri a lungo, perché passando il tempo mi si lega come devoto compagno per ogni giorno più compiti e svaghi.

P.s.
Mi dimenticavo di dire due cose sulla fotocamera. Quella del surface è nettamente inferiore a quella dell'iPhone o dell'ipad. La qualità della fotocamera del surface è adeguata solo per webcam.
Se uno degli scopi del tablet è di fare foto da tenere, surface non fa il caso. La fotocamera di Apple è immensamente superiore. Appena posso posto due foto a confronto.

giovedì 24 aprile 2014

Pappano in Web: quando il browser ti porta in sala

Quando il browser ti porta in sala da concerto. E' una lodevole iniziativa degna di essere seguita con interesse, quella sponsorizzata da Telecom Italia  insieme con l'Accademia Nazionale di Santa Cecilia relativa alla diffusione di alcuni concerti di musica classica - di alto livello, diciamo subito - attraverso il web, fruibili da chiunque senza restrizioni. Una intrigante esplorazione di come il web si presti - ormai con pieno titolo - a diffondere la cultura nella sua forma più viva - non tanto nell'esplorazione pur degna di materiale di archivio, ma permettendo di godere della fruizione di un evento nel momento stesso del suo accadere.
 
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Non parlo infatti di registrazioni riversate sulla rete, ma di diffusione in tempo reale di veri concerti. Il prossimo evento - previsto per lunedì 28 aprile alle 20.30 - ha un programma davvero ghiotto, perché comprende il terzo e quarto movimento della Nona sinfonia di Beethoven.
 
Per la precisione, ecco la scaletta della serata:
 
  • Beethoven - Fidelio: Scena della prigione
  • Dallapiccola - Il prigioniero, opera in un atto
  • Beethoven - Sinfonia n.9: III e IV movimento
A dirigere il l'Orchestra del Santa Cecilia sarà il Maestro Antonio Pappano, un nome che per gli appassionati di musica classica non ha certamente bisogno di presentazioni.
 
Il concerto si potrà godere da questo stesso blog: collegandosi nell'orario del concerto il box qui sotto permetterà di assistere all'evento. Nell'attesa di lunedì, consiglio di approfittare della apposita guida all'ascolto fruibile dal sito telecomitaila. L'iniziativa è davvero intrigante e mi piace parlarne - e contribuire alla sua diffusione - anche perché sposa l'approccio web a 360 gradi; esiste infatti un hashtag Twitter #Pappanoinweb dove la discussione è già attiva. Inoltre, a proposito di Twitter, durante il concerto la musicologa Laura De Mariassevich condividerà con gli utenti le curiosità su musiche, strumenti, autori e musicisti coinvolti. Per approfondimenti sul progetto si può consultare l'apposita sezione del sito telecomitaila
 

 
 
Ci vediamo al concerto, allora: a proposito, il sottoscritto probabilmente sarà in sala a Santa Cecilia. Se non sarete lì, potete gustarvelo comodamente da casa. Basta il browser, appunto.

lunedì 31 marzo 2014

Nexus vs Ipad: Google Books o iBooks?

Al bar ci sono ancora poche persone, la luce scherza con la vetrata colorata. I quotidiani del giorno sono sul bancone ma i due non li guardano. Piuttosto appaiono concentrati su un oggettivo rettangolare, con uno schermo illuminato. 

Uno dei due alza lo sguardo, fissa l’altro con intensità.

- Che poi, alla fine quello che conta è il software

- Ma certo, sono d’accordo. Come potrebbe essere altrimenti?

- Ecco. Prendi per esempio la faccenda dei libri.

- I libri?

- Eh sì. Perché, anche se non è certo l’attrezzo ottimale, una cosa come un tablet si presta abbastanza bene ad essere usato come lettore di libri elettronici.

L’altro è perplesso, si vede.

- Forse.. forse sì. Ma tutta la faccenda della carta elettronica… che non stancherebbe la vista… come la mettiamo? Mi hanno spiegato al lavoro che per leggere il tablet non è la cosa più adatta...

- Certo, certo. Nessuno nega che la cosa migliore sia un lettore come il Kindle (o analoghi)  per quanto riguarda gli ebook. Anzi ti dirò che a me proprio il Kindle piace parecchio. Ma in mancanza...

-Signori i vostri cappuccini, prego

Il cameriere è gentile e sorride. E’ bello stare in un posto dove ti sorridono, pensa Marcello. E’ proprio un bel bar, questo, quasi lo vorrebbe dire a tutti, anche al cameriere. 

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  Photo Credit: MomentsForZen via Compfight cc

- Ok in mancanza? Prendi un tablet e leggi lo stesso, non è vero? Mi vuoi dire questo? - Sergio lo richiama all’argomento della loro conversazione.

- Esatto. Esatto. Ma vediamo un po’, come lo fai?

- Che vuol dire?

- Con che software lo leggi, questo benedetto libro? 

- Boh.. con il software per Kindle, per esempio?

Marcello prende un sorso di cappuccino. Guarda la luce giocare con la vetrata colorata dell’ingresso, e per un istante viene distolto dai pensieri. Cerca di recuperare il filo della conversazione.

- Il software per Kindle? Sì certo, quello c’è dappertutto. L’esperienza di lettura è analoga sui diversi dispositivi. Ma facciamo un’ipotesi un po’ più significativa. Immagina di avere un documento in epub e volerlo leggere sul tablet. 

- Sì ho infatti gli appunti di...

Marcello gli mette una mano sul braccio, come per interromperlo (in conseguenza di ciò, il cappuccino nella tazza compie una vistosa oscillazione ma senza inopportuni straripamenti).

- Ok benissimo. Ora, che fai con il Nexus 7? Lo carichi su Google Book, che è il lettore predefinito. Sull’iPad il documento si aprirà naturalmente dentro iBooks, che detto tra noi è un ottimo software. Ma...

- C’è un ma...? - fa Sergio, un po’ interdetto (ma sollevato perché il cappuccino non ha tracimato come temeva).

- Ecco, iBooks ragione in gran parte dentro il tuo tablet. Se carichi un libro dallìiPad, poi ecco, te ne vai in giro, sei in fila all’ufficio postale, e provi d’un tratto un desiderio...

- Quello di mandare tutti a quel paese, prendere a parolacce l’addetto allo sportello che è sempre imbranato... ed andarmene?

- Anche. Ma non solo. Volendo rimanere in fila, ti piacerebbe continuare a leggere il tuo libro, magari con l'iPhone...

- Sì, questo sì…certo, volendo rimanere in fila...

- Ecco, in iBook non lo trovi. Dovresti caricarlo separatamente per ogni device. Questo, essenzialmente, perché Apple è centrata sui dispositivi. Mentre Google Books ragiona in maniera diversa

- Cioè, come ragiona?

- Secondo il paradigma di Google, ovviamente.

- Già, stupido io a non pensarci. - fa Sergio, lievemente seccato perché ancora non ha capito.

Marcello lo guarda, capisce che non si è spiegato. Bene un bel sorso di cappuccino e si guarda intorno. Cominciano ad arrivare le persone al bar, una coppia parla fitto dall’altra parte del bancone. Un tipo distinto con gli occhiali e la barbetta legge il giornale sulla pagina sportiva. Una foto gigante di Totti occupa gran parte della pagina.

- Beh, semplice. Google ragiona in modo web-based. Tutto quello che carichi nelle applicazioni Google è di norma subito spedito nella nuvola. 

- Dove lo spedisce…?

- Nella… in rete, se preferisci. Così se apri Google Books da qualsiasi dispositivo, trovi a disposizione tutti i libri che hai comprato o caricato da altri computer o dal tablet o dove vuoi tu. Scarichi in locale quello che vuoi e leggi.

- Carino...

- Comodo, soprattutto.

- E con Apple?

- No, lì funziona solo per i libri comprati nello store di Apple. Gli altri che carichi, devi farlo separatamente per ogni dispositivo.

- Ma è più comodo Google Books allora - dice Sergio con una faccia come se si stesse finalmente compiendo un quadro interno coerente dentro la testa

- Direi di sì. Comunque questo non esaurisce la disamina e … mamma mia quanto è tardi, devo correre al lavoro!  - esclama Marcello

- Pago io i cappuccini, a patto che … - interviene Sergio.

- A patto che? - fa Marcello sulle spine: si vede che ha fretta.

- Che un’altra mattina di queste mi spieghi qualche altra cosa di questo Nexus, va bene? - sorride Sergio.

Marcello fa un cenno divertito, è già avviato verso la porta.

Apre e il sole si spande nell’ingresso. Il signore col giornale lo muove un po’ infastidito per evitare il riflesso. La luce gioca col faccione giulivo di Totti.  L’uomo ha messo un braccio intorno alla vita della donna e le parla piano, lei ha gli occhi lucidi ma ora sta sorridendo.

Sergio prende le cose e si muove verso la cassa. Guarda la porta a vetri e le ombre delle fronde degli alberi sul viale sembrano divertirsi di questo ancora incerto sole di primavera, creando un intarsio mobile di mille colori. Lo interpreta come un buon segno. Come il sorriso della donna.