giovedì 31 luglio 2014

Perché XP, ancora

E’ noto che da aprile di quest’anno la Microsoft ha deciso di interrompere del tutto il supporto al suo prodotto di maggior successo, probabilmente. Parliamo di Windows XP, quel sistema operativo che per diversi anni è stato sinonimo di computer per tantissime persone. Per molto, molto tempo, è stato così. Era talmente soverchiante rispetto alle altre possibilità, da aver definito chiaramente uno standard.  Il computer per antonomasia era quello: era un PC con Windows XP (più o meno originale) istallato sopra. Era la piena ortodossia informatica. Non c’era che un modo per farlo, in pratica.

Il resto era l’eccezione, la stranezza, l’eccentricità. Era una cosa per geek, certamente non qualcosa per poter lavorare semplicemente e velocemente. Linux - tanto per dirne una - era una avventura, un’avventura eccitante ma anche potenzialmente piena di frustrazioni (ad esempio, già far lavorare sotto linux il modem di casa poteva essere già un’impresa, al tempo: per me certamente lo è stata...). 

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Le “finestre" vecchie, se ancora molto usate, vanno sempre curate… ;-)

Windows XP è stato rilasciato nell’ottobre del 2001. E’ perciò stesso un sistema operativo antichissimo: per gli standard informatici tredici anni sono davvero un’eternità (anche se ad onor del vero bisogna dire che con i vari service pack il sistema stesso si è radicalmente evoluto nel tempo). 

Ora, da un certo punto di vista è più che logico che il supporto si interrompa ad un certo punto, specialmente dopo diversi anni da quando è stato sostituito con altri sistemi più moderni (seppure con alterne fortune, come ben sappiamo: Vista docet, e non dico altro). E’ anche più che logico che una ditta dopo tanti anni si riservi - a pieno diritto - la prerogativa di interrompere gli aggiornamenti, perfino quelli relativi alla più stretta sicurezza informatica.

Se non fosse.

Se non fosse che qui non stiamo parlando di un sistema operativo qualsiasi, nemmeno di un sistema operativo di particolare successo. Assolutamente. Qui stiamo parlando di un unicum nella storia dell’informatica. Bisogna necessariamente tenerne conto. Ragazzi, qui stiamo ragionando di un sistema operativo che al momento attuale - adesso, non cinque o dieci anni fa - gira su più di un quarto dei computer del mondo (secondo netmarketshare.com, vedi sotto). Possibile che si interrompano gli aggiornamenti di sicurezza per un sistema così diffuso?  

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L’obiezione consueta a questo, lo sappiamo bene, è tutta racchiusa nel reiterato slogan è bene aggiornare. Ora, diciamolo subito. Questo nessuno lo nega. Nessuno si sogna di dire che un computer vecchio con un sistema operativo vecchio è meglio di un computer nuovo. Ovvio. Però ci sono certi casi in cui non è possibile cambiare. Spesso, semplicemente, non ci sono le risorse. E se il computer fa bene quello che deve fare (magari è connesso ad un dispositivo per cui esiste il software per XP, e fa ancora  bene il suo lavoro), in realtà - non stracciatevi le vesti - non ci sarebbe veramente bisogno di cambiare. Tenendo presente che un cambio di SO implicherebbe quasi certamente la necessità di un cambio di hardware. 

E in ogni caso, se XP è il secondo sistema operativo, è piuttosto improduttivo insistere nello stigmatizzare la cosa. Bisogna prima di tutto prenderne atto.

Può il secondo sistema operativo al mondo essere vulnerabile sotto il profilo della sicurezza?

Può un quarto del mondo essere esposto al capriccio di un quattordicenne molto intelligente e (magari) poco etico, che si diverte a fare un programmino devastante, sfruttando una vulnerabilità nota alla quale nessuno si sente di provvedere?

Secondo me no. Citando l’editoriale di aprile di PCProfessionale (titolato significativamente Microsoft ripensaci), "In un mondo ideale Microsoft avrebbe dovuto attendere, per dare ossigeno alle aziende che non possono far migrare i propri sistemi informativi in tempi brevi e per permettere a banche e ospedali un aggiornamento dei propri sistemi critici."

Secondo me, Microsoft potrebbe - con grande ritorno di immagine - concedere un supporto ridotto all’osso e relativo solo alla stretta sicurezza, per il suo XP, ancora per un altro po’. 

Non la obbliga nessuno, ovvio.

Non lo possiamo pretendere beninteso.

Però fossi in loro - vista la situazione - io un pensierino ce lo farei...

martedì 22 luglio 2014

A che punto siamo?

E’ una domanda che viene spesso formulata, negli ambiti più diversi. C’è un ambito che prima  non veniva per nulla preso in esame, ed oggi può essere a buon diritto sbalzato agli onori della cronaca. Come qualcosa che devi considerare, come una cosa nuova che capita sotto la tua attenzione. Eppure è così, ed è tanto reale che una domanda semplice come a che punto siamo si diluisce in una mancanza di significato. O almeno, in un significato più allargato, ondivago, complesso.

E’ una geografia libresca che si ridefinisce e si stempera, allo stesso momento. Pensiamoci. Fino a ieri, indicare un punto determinato in un libro era molto facile. Si indicava la pagina e - se necessario - il capoverso. Il riferimento era chiaro e preciso, non c’era tema di sbagliare. È ancora così, per il libro di carta. Certo, a voler essere precisi, una ambiguità anona sussiste, perché c’è da considerare il caso di molteplici edizioni: la pagina dell’edizione rilegata non corrisponde a quella dell’edizione economica, tipicamente. Va bene. Basta aggiungere l’indicazione dell’edizione e comunque l’univocità dell’indicazione è di nuovo garantita.

Prepariamoci. Questa confortante rigorosità potrebbe essere presto un ricordo del passato.

Prendiamo il caso degli ebook. Sì, il tanto discusso libro digitale. Sembrerà strano, ma al momento non c’è un modo univoco per determinare una posizione all’interno del testo. Qui il digitale ha reso tutto molto più complesso, a differenza di analoghi passaggi al digitale, come il caso della musica. Il minuto 3.34 (dove parte quel favoloso assolo di batteria, oppure quel pieno orchestrale) in  un brano è rintracciabile sempre e comunque in maniera precisa - anzi, molto più precisa nel digitale che sul caro vecchio vinile. Sia che acquisto il brano da iTunes, da Google Play Music, o lo ascolto in streaming su Rdio (ancora meglio di Spotify), o quel che volete.

Facciamo il caso dei libri, invece. Di modi per indicare una posizione ve ne sono, certo. Ma sono troppi. 

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… a che pagina devo leggere per trovare i topi?

Photo Credit: Leo Laporte via Compfight cc

Ogni ecosistema ha il proprio. C’è Amazon che usa una numerazione tutta sua per individuare un punto, che invero risulta piuttosto dettagliata: considerando che un libro l’indice di Amazon va da zero a qualche migliaio, a seconda della lunghezza, si capisce come indicando una posizione, es. 563, si arriva con buona precisione al punto desiderato. Va detto che in alcuni libri Amazon indica anche un numero di pagina, che dovrebbe corrispondere all’edizione a stampa. ma più spesso questo (ancora) non avviene.

C’è iBooks - lo store di Apple - che indica il numero di pagine, considerando una pagina come quello che entra nello schermo del device scelto per la lettura. Attenzione che qui iniziano  i veri guai. Eh sì, perché questo all’apparenza è comodo, nella realtà rende  però impossibile indicare un punto preciso nel testo. Sì, perché basta ingrandire il carattere, ad esempio, per alterare la relazione del testo con il numero di pagina. Non parliamo poi dell’eventualità di aprire il libro su un apparecchio diverso!  

Dunque non c’è più una corrispondenza del testo con un qualche indice: non ha più senso dire “leggi quel pezzo a pagina 241, c’è il nome del colpevole” oppure “a pagina 1234 si svela il senso dell’universo, la vita e tutto quanto”. Non esiste più un contenuto univoco della pagina 241 o 1234, sono entità dinamiche le pagine, sempre cangianti. La stessa quantità totale di pagine di un libro, ora dipende dalla modalità con cui lo leggi: su uno smartphone possono essere migliaia, su un tablet molte molte di meno.

Anche tutti i rimandi interni al libro, tipo “vedi la nota a pag. 234” oppure “questo si tratterà estesamente a pag. 12345” sono completamente privi di valore, adesso.

Disdicevole.

Prendiamo poi Play Books di Google. Anche il gigante americano di Internet ha optato per una numerazione di pagina dinamica come unica indicazione del punto in cui si sta leggendo. Ovviamente in linea di massima non coincide con quella di Apple: diversi sono i caratteri, il loro numero per riga, e via di questo passo.

Va bene, direte voi. Rimaniamo calmi. Se leggo il testo su un’unico apparecchio, va tutto bene. Se poi è un Kindle, posso perfino indicare ad un’altra persona un punto specifico del libro. Che dire però di testi che magari si leggono su diversi apparecchi a seconda del momento? E soprattutto, come indicare ad una altra persona il punto specifico di un testo?

Prima appunto era semplice: pagina 15 era pagina 15, per chiunque. Ora non è più così. Ora se hai ceduto alla musa del digitale, se ti dicono leggi a pagina 15 tu non sai proprio cosa fare. 

Nell’epoca del digitale, una curiosa indeterminazione che parrebbe - ironia della sorte - tutta analogica...