giovedì 21 agosto 2014

I sacchi della posta (e la delocalizzazione)

C’è una bella canzone del Battisti “secondo periodo” (quello della collaborazione con Panella) che si intitola proprio  "I sacchi della posta”. Il riferimento immediato, seppure piuttosto complesso ed intrecciato poi in diversi temi com’è tipico del geniale paroliere Pasquale Panella, è alla posta fisica. Tanto tempo è passato da quando quella era la unica posta possibile. L’avvento della posta elettronica ha cambiato radicalmente le carte in tavola. Più che mai.

Mi tornano i ricordi.

Come molti, anche io ho vissuto vari stadi. C’è stata l’epoca di Outlook Express, client di posta - allora - praticamente incontrastato. Vi ricordate? Era il modo di consultare la posta. Quello, e basta.

Mailbox 378092 640

Ci sono stati - e ci sono - i vari client per linux o per mac. Ne ho usati tanti in diversi periodi, con alterna soddisfazione.

Carrellata avanti, torniamo al presente.

Ora, Mail di Apple per esempio è un programma molto ben fatto. Come molti programmi per Mac, sembra semplice fino a che non scavi abbastanza e trovi una pletora di opzioni veramente interessanti. Dovessi limitarmi ad un client “classico”; direi che questo è ottimo.

Ci sono poi i sistemi di webmail. Partiti come una eccentricità, come un modo differente di fare le cose, si stanno rapidamente imponendo come lo standard. Come se non ci fossero più vari modi per farlo, ma ce ne fosse uno solo. Aprire Gmail, o Yahoo! oppure Hotmail (se proprio necessario) e consultare la propria casella di posta. E’ la normalità, direbbe Fossati.

I vantaggi sono innegabili. Uno su tutti: accesso universale, da qualsiasi apparato. Computer di casa, di lavoro, tablet, smartphone, computer di un amico. Tutto. Sebbene la posta elettronica non si sia evoluta molto, non abbia scartato che in minima parte dalla sua iniziale formulazione, sebbene esperienze di rivoluzione radicale abbiano finora fallito, è il modo di usarla che è cambiato.  

Ma è ovvio.

Prima aveva senso pensare di tenere la posta su un unico computer. Ora l’accesso a dispositivi perennemente in rete si è espanso e delocalizzato in maniera così estrema che sarebbe impensabile, per moltissimi, avere la posta su un unico computer. E’ sempre più richiesto di poter accedere ai propri messaggi da virtualmente ovunque, e trovare sempre uno stato consistente. 

In fin dei conti si può vedere un webmail come una logica derivazione del protocollo IMAP. Con in più una intrinseca semplicità. E una facile comprensibilità - visto che siamo abituati alla navigazione con il browser. Se chiedo ai miei figli quale client di posta elettronica usano, probabilmente non capirebbero. Quale client? Si va su Chrome e si apre Gmail, o Yahoo!. Tutto qui.

Come sono lontani i tempi in cui si costruivano pazientemente sul disco locale gli archivi di tutti i messaggi letti e spediti, magari divisi per mese ed anno. Si archiviavano, si sistemavano. Per poi perdere tutto - tipicamente - nel cambio di computer o nella rottura del disco rigido. 

Ora mi sento più sicuro nel tenere i miei 62.000+ messaggi di posta sui server di Google che nemmeno a tenerli a casa mia (spero di non essere smentito domani). Sarebbe carino sapere su quali server sono spalmati, in che remota computer farm c’è - ad esempio - tutto quel dialogo con mia moglie, o con quel collega, oppure… ehm. Ma in fin dei conti non importa. E forse non lo sa nessuno. Forse è una domanda che non ha senso, non ha più senso. Sono in Internet. Un luogo non-luogo, un luogo che è dovunque ma da nessuna parte.

Altro che sacchi della posta. Quelli che avevano (hanno) un’ora di raccolta, che sai dove sono. Più o meno.

Ma - mi accorgo adesso - è la stessa geografia che viene man mano riformulata. Il concetto di luogo esiste ancora, ma è stato rimappato. Ora è un indirizzo web, è una URL. 

Così paradossalmente, la webmail, che dovrebbe essere quella più delocalizzata, è invece colei che meglio incorpora la nuova nozione geografica. Eh sì, perché nella mia casella Gmail ogni conversazione è individuabile univocamente: ogni conversazione ha un suo specifico URL. E questo è veramente comodo. Puoi ritrovare vecchi messaggi basta che ti appunti la URL relativa.

Di recente ho ripescato, proprio in questo modo, un vecchio messaggio di A.F., amico e collega, di cui mi ero appuntato la URL

ciao marco,

 

sono atterrato adesso ad amsterdam e ho appena finito il tuo libro..

 davvero bello!

 

mò devo prendere una coincidenza quando torno commento a voce..

Ecco, è bastato appuntarmi l’indirizzo  https://mail.google.com/mail/ca/u/0/#inbox/13f0e3ec2c6783f9 per poter tornare in ogni momento alla conversazione (non vi affrettate a copiarlo e incollarlo perché funziona solo dopo la corretta autenticazione). 

Ecco la vera nozione di posto. Di luogo. Nuova, ma antichissima. Dopotutto, un luogo è un indirizzo.

Semplice, come è sempre stato.

martedì 5 agosto 2014

Si può fare a meno di Facebook?

Certo il titolo di questo post è un po’ provocatorio: uno certo potrebbe rispondere, legittimamente, di sì. Sì, certo che si può fare a meno di Facebook, non è (ancora) indispensabile come l’aria, il cibo, l’amicizia, l’amore.
 
Posto questo, si può cercare comunque di capire se si può ancora organizzare la propria vita online senza finire a gravitare, più o meno continuamente, sui servizi offerti dal celebre social network. Prima di tutto dobbiamo comprendere che stiamo vivendo un momento decisamente particolare nella storia del web. Per la prima volta, una frazione significativa dell’uso di Internet si trova ad essere completamente convergente -in pratica - su una sola piattaforma.
 
Una piattaforma - dobbiamo aggiungere - che ormai viene perfino utilizzata per fini squisitamente “istituzionali": si pensi a scuole, università, enti di ricerca e di altro genere, stazioni radio e televisive,  a quanti di questi hanno un profilo su Facebook e/o una pagina, sovente deputata alla gestione di parti chiave della logica di queste istituzioni, come l’interazione con il pubblico. Ormai senza essere su Facebook non si riesce ad accedere ad una serie di servizi di indubbia comodità, quali il gruppo degli studenti di una data facoltà, il profilo della propria ditta o istituto di ricerca, oltreché vari servizi di diverso tipo. 
 
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Facebook. Se lo conosci, non fa male. O almeno, non troppo… :-)
Photo Credit: rishibando via Compfight cc
 
Insomma Facebook ha acquisito una importanza percentuale - relativamente alla totalità dello spazio espressivo informatico - che in passato è stato appannaggio di differenti servizi, come la posta elettronica stessa, oppure Usenet. C’è però una bella differenza, rispetto al passato. Che i servizi citati sono/erano davvero di tutti, mentre Facebook è una proprietà privata. E’ tutta un’altra musica: stavolta è una azienda, che ti permette di usare i suoi servizi, alle sue regole e alle sue condizioni (e non potrebbe essere che così). 
 
Diciamolo pure, è la solita storia: quando ci siamo iscritti a Facebook abbiamo detto va bene ad una serie di condizioni scritte in legalese, che nessuno ha mai letto (o comunque si ricorda), per le quali possiamo essere certi che siamo più o meno ospiti, e che può accadere che anche se ci comportiamo bene, qualcuno decida di mandarci via. O per lo meno, di toglierci le cose che ci siamo portati con noi.
 
Lo dico non per sminuire la portata di Facebook, senz’altro uno degli esperimenti più interessanti di comunicazione sociale su scala planetaria. Lo dico perché accade. Uno entra e pensa “beh se non mi comporto male non ho problemi, se non carico le foto di mia sorella in topless che balla ubriaca sul tavolo del ristorante o gente che strangola gattini, non incorrerò in nessun ostacolo, in nessun vincolo alla mia espressività”.
 
In fin dei conti lo pensavo anch’io, fino a qualche tempo fa.
 
Poi però mi sono accorto che non è esattamente così.
 
Una mia amica sta ancora cercando di raccapezzarsi, perché un suo gruppo è stato di punto in bianco cancellato da Facebook. E non era un gruppo molto pericoloso, visto che l’argomento era a cavallo tra la psicologia e la spiritualità cristiana. Inoltre, in ogni caso, era un gruppo chiuso. Ma tant’è. Da un giorno all’altro non c’era più.
 
Richieste di chiarimenti a Facebook non hanno avuto esito. Certo, si può sempre riaprire. Ma il materiale accumulato fino a questo punto? Questo è solo un esempio, molti altri se ne posso fare. So che gruppi non molto “politicamente corretti”ma “inoffensivi” (come quelli che promuovono la famiglia tradizionale - uomo e donna -come ambiente migliore per allevare dei bambini), hanno vita difficile al momento. Anche qui, storie di gruppi che spariscono di punto in bianco. 
 
E’ ben noto che le inoffensive foto di mamme che allattano non hanno - pure loro - vita facile sul network. Mentre gruppi (perlomeno) di dubbio gusto proliferano tranquillamente.
 
Al di là del caso specifico, comunque, c’è molto di cui riflettere.
 
Piaccia o non piaccia, siamo in miliardi a delegare la gran parte della  possibilità di espressione in rete nelle mani di pochi (si spera) illuminati gestori del network. I quali probabilmente si orientano in modo da massimizzare le rendite, non in base ad alti ideali. E come dar loro torto, da un certo punto di vista? 
 
Come può cambiare tutto ciò? Non vedo soluzioni semplici. Ci vorrebbe uno standard  per interagire con le reti di social network, così come c’è uno standard per la posta elettronica. In questo modo i vari portali sarebbero solo collettori di “unità espressive elementari” che possono sempre migrare da un collettore all’altro. Torneremmo finalmente proprietari dei nostri contenuti, e del loro destino. Padroni, non ospiti.
 
Ma la cosa è ampiamente fantascientifica, lo ammetto.
 
Che fare? Forse l’essenziale, in questa fase, è appena rimanere coscienti di ciò che accede. Demonizzare Facebook (o il servizio dominante di turno) non serve, è ridicolo. Tanto quanto incensarla. Si tratta semplicemente di utilizzarla, se ne abbiamo vantaggio, ma rimanendo consapevoli di cosa stiamo facendo. Non rinunciare a ragionare, insomma.
 
Almeno un po’, almeno ogni tanto.