venerdì 9 novembre 2018

Microsoft ed Android, prove tecniche di convergenza

In questi tempi di progressioni furibonde e di convergenza sempre più spinta tra fisso e mobile, c'è una cosa che mi pare particolarmente degna di nota. Una cosa da seguire con attenzione, in questo  nostro piccolo laboratorio. Del resto, ogni ipotesi e schema di convergenza è interessante. E' un allaccio di universi distinti, una strada di amicizia tra protocolli diversi. Un cammino che non è scontato a priori, ma è sempre una avventura.

Sappiamo bene della convergenza che è in atto da diversi anni, nell'interno del mondo Apple: chi ha un telefonino e un computer con il celebre marchio della mela morsicata, si trova piano piano a disporre di un ambiente integrato e sempre più omogeneo, con possibilità estesa di dialogo tra i vari apparecchi, con possibilità di riprendere il lavoro spostandosi da uno all'altro apparecchio, sincronizzazioni automatiche, e via di questo passo. Indubbiamente molto comodo.

Prove tecniche di convergenza (vabbè, con un po' di cammino...) 

L'altro lato della faccenda, è che se ti capita di mettere un piede fuori da questo ecosistema, iniziano le difficoltà, cominciano i guai.

Se poniamo (non sia mai) ti risolvi a ritornare su Android, per il tuo smartphone, ma ti mantieni più o meno aderente ai dettami Apple in quando computer e/o portatile, devi certamente venire a patti con una prevedibile difficoltà di interfaccia, tra i due mondi. Per esempio, se colleghi il tuo Android al tuo iMac, non ti aspettare che avvengano cose particolarmente audaci.

Infatti, non accade nulla.

Certo, puoi montare Android File Transfer, così hai accesso ai file del tuo telefono, da computer. Ma in modo parecchio spartano, peraltro.

Ovviamente, se invece colleghi l'iPhone all'iMac, ti si apre un mondo. Sempre secondo quanto è stato già stabilito da altri, però. Esempio, il trasferimento della musica lo fai solo attraverso iTunes, altrimenti te lo scordi proprio. Il filesystem dell'iPhone è peggio della materia oscura, del resto: non lo vedi proprio, per quanto lo cerchi. Al di là di questo, che può piacere o no: indubbiamente l'ambiente ti viene incontro per facilitarti in quel che devi fare.

In questo contesto, è degno di nota lo sforzo di Microsoft la quale - dopo aver abbandonato il tentativo di sfondare con i suoi Windows Phone (chi ce l'ha ancora?) - si sta applicando seriamente per realizzare una convergenza virtuosa tra il sistema Windows e i telefoni Android. Le ultime notizie vanno sempre più in quella direzione, ed è francamente incoraggiante, per chi (come me) ha fatto da tempo la scelta di rientrare in Android e ora si trova anche felice possessore di un sistema Windows, il Surface 4.

L'obiettivo di una reale convergenza tra sistemi in linea di principio eterogenei - perché Google e Microsoft sono ovviamente due entità diverse - è reso più facile dalla plasticità intrinseca del sistema Android, in contrasto con il capillare controllo che invece Apple detiene sul suo sistema mobile (anche qui, pro e contro, non ci dilunghiamo).

Concretamente? Su Android posso cambiare launcher, se mi stanco di quello "della casa". Posso scegliere tra varie possibilità, e cambiare secondo i miei gusti, o le mie risorse hardware. Questo lo dico ogni volta che un aficionado Apple (niente di male, lo sono stato anche io) inizia a magnificare la brillanza e l'omogeneità di iOS (la risposta ovvia che mi viene data, è "ma perché dovrei voler cambiare?").

Niente, a me piace cambiare. Sopratutto mi piace la libertà di poterlo fare.

Tornando a noi, la mossa intelligente di Microsoft - che prende fiato proprio dalla architettura più aperta di Android - è quella di aver ideato e distribuito Arrow, un suo launcher, ovviamente progettato per rendere possibile questa convergenza. E' da un po' che lo uso sul mio glorioso Galaxy Note 3 e devo dire che, convergenze a parte, è realizzato molto bene e in modo intelligente. E' facile configurarlo ed è un piacere usarlo.

E poi la convergenza comunque aumenta, aumenta ad ogni aggiornamento (e gli aggiornamenti sono parecchio frequenti), come si vede. Qui sotto, vedete come mi si presentavano le novità dell'aggiornamento più recente.



Così, mi piace e mi intriga questa ricerca di un ambiente comune per due entità in principio molto diverse (anzi, competitor), che trovano in questa convergenza, evidentemente, un mutuo vantaggio. Mi piace la scelta di Microsoft che, una volta accolta la sostanziale sconfitta del progetto Windows Phone, abbia imboccato una strada virtuosa e feconda: come dire, se non puoi batterli, allora fatteli amici. Se non puoi sconfiggerli, allora lavoraci insieme. 

E' sostanzialmente  - al di là di ogni retorica - un approccio aperto, pensato per interfacciarsi con chi è diverso, massimizzando le possibilità di contatto, di scambio. Lavorando a smussare le differenze, o meglio, a fare sì che non siano ostative di un vero rapporto di scambio, di una reale interazione.

Al di là dei motivi squsitamente commerciali (le ditte sono ditte, non enti di beneficienza) che potremmo ci sono e pure potremmo analizzare, mi piace approfondire, capire questa attitudine.

Per  far questo, infatti, devo avere un atteggiamento aperto verso l'altro, devo assorbirne i caratteri, il modo di essere, e sintonizzarmi di conseguenza. Devo prima guardare, capire, assorbire l'altro. Uscendo fuori dai miei schemi. Ci vuole disponibilità, concretezza, anche molta umiltà.

Lungi dal demonizzare il mio avversario, del dire - o pensare - me ne frego (come purtroppo capita), mi aspetta un paziente lavoro di ricerca di punto di contatto. Mi aspetta un lavoro di inedita relazionalità, nell'interesse comune. Un lavoro, probabilmente, che trova un suo specifico accordo con le linee di forza dell'universo (azzardo, lo so, ma è bello pensare così), poiché alla fine l'universo non è altro che un sistema relazionale, come ci dice il fisico Antonio Bianconi.

Tutte cose su cui è interessante riflettere. Tutte cose utili, a ben pensarci, anche fuori dall'ambito di computer e telefonini. Anzi, se possibile, molto più utili e fecondi esattamente fuori da tale ambito. 


martedì 30 ottobre 2018

Verso una rete multicolore?

Se nel post precedente abbiamo parlato della chiusura di Google+, l'unica vera possibilità di sfidare Facebook sul suo stesso terreno, dobbiamo dire però che anche quest'ultimo non se la passa molto molto bene.

Cioè, insomma.

E' sempre il primo social network al mondo. Il che non è poi male, come risultato. Però ci sono anche dei segnali, delle tendenze, che portano a pensare che, dopotutto, l'era Facebook sia in fin dei conti come le altre, ovvero abbia un inizio ma anche una fine. 

Segnali e tendenze che meritano attenzione.

Piccola parentesi. Così è stato, proprio così è stato, per l'epoca Yahoo! del resto. Il trionfo e la caduta del web uno punto zero è stato segnato dal percorso di questa azienda (i meno giovanotti se lo ricordano senz'altro). Tutto era di Yahoo!, ogni servizio valido era suo, in pratica. O se non era suo poco male: lo compravano, e lo diventava. Insomma, niente sembrava poter scalfire questo dominio. 

E poi... è andata come è andata. Sono arrivati Google, poi Facebook. I servizi Yahoo! sono (più o meno) ancora in giro, come fossili nell'ambra, quasi, come segni di un modo di intendere il web che non è più, che ora semplicemente, non è più.

La rete deve rifrangere ogni colore, in modo limpido, aperto, nuovo. 

Questo forse è il nostro problema, che è un problema percettivo, prima di tutto. Siamo abituati ad un orizzonte piccolo, troppo vicino. Noi siamo come schiacciati in un eterno presente, per quanto riguarda il web, tanto che rischiamo di non farci quasi più caso. Sì, la situazione può cambiare, per Facebook. Le voci critiche sul modo di operare del gigante dei social, sono sempre più numerose, e hanno diversi argomenti, anche piuttosto solidi.

Molti tra i più giovani hanno ormai abbandonato Facebook per Instagram, privilegiando un modo di comunicazione che avviene principalmente per immagini. Intanto, i problemi e le grane di Facebook - e non solo i dividendi - continuano a crescere.

Questo può essere visto anche con ottimismo, nella misura in cui si spera possa aprire l'epoca di una rete più poliedrica, portatrice di colori diversi, di modi e mondi diversi. 

Nel complesso, per quanto Facebook sia grosso modo sempre uguale a sé stesso, sono i tempi con i quali si deve confrontare, che cambiano. Dall'inizio dell'era Facebook, si è molto modificata la nostra coscienza critica sull'uso dei dati personali, per esempio. Siamo sempre più consapevoli che la tutela di questi dati è continuamente a rischio, in un word wide web così pervasivo e tecnologicamente evoluto. E siamo sempre più avvertiti del ruolo decisivo che un'entità come Facebook può giocare in contesti molto variegati e esterni al web, dalla scelta di che prodotti consumare all'esito delle elezioni politiche negli stati sovrani. 

Ci sono insomma segnali sempre più forti che ci dicono che le cose non possono andare avanti in questo modo. Abbiamo bisogno realmente di una rivoluzione nell'uso degli strumenti digitali. Una rivoluzione non violenta, lenta, ma reale. Per tanti versi, si capisce, chi è in posizione di potere cerca di mantenere lo status quo. Eppure è un lavoro difficile, sempre più difficile mano a mano che il contesto cambia, la percezione di rischi e benefici si allarga. La consapevolezza si diffonde. 

La grande rete è totalmente diversa da come era nel 2004, anno di nascita di Facebook. Ed è in continua mutazione, in mutazione accelerata. L'unica per sopravvivere, è reinventarsi continuamente, è essere trasparenti davvero, è essere aperti davvero. Abbandonando pretese monopolistiche perseguite in modi opachi. Sognare una rete varia e multicolore, governata da una vera pluralità di soggetti, deve essere quello che ci spinge, la visione. 

Trasparenza, apertura, disponibilità alla coabitazione con altri soggetti. Piace pensare che chi vince, alla fine, chi rimane, lo possa fare per queste qualità. 




martedì 9 ottobre 2018

Ciao ciao, Google +

Sono quelle cose che lo sai, lo senti, ad un certo punto devono accadere. E' nell'aria, insomma: anzi a volte ti domandi ancora perché non accade, perché non sia accaduto già. Così, quando mi hanno segnalato che Google+ avrebbe chiuso, in fondo, non mi sono stupito. 

Semmai mi sono stupito del fatto che non fosse già accaduto.



Scrivono adesso che il fatto è dovuto essenzialmente ad una falla di sicurezza. D'accordo, ma non mi convince del tutto. Del resto, Facebook ha avuto simili problemi, e sappiamo bene tutti come questo non abbia comportato alcun rischio di chiusura.

No, la cosa è un'altra. Questa semmai è l'occasione "giusta", quello che serviva, per chiudere. Alla fine lo dice Google medesima, quasi a mezza bocca.  Lo dice lei qual è la vera ragione:

the consumer version of Google+ currently has low usage and engagement: 90 percent of Google+ user sessions are less than five seconds

Dunque essenzialmente, chiude perché non è riuscita a sfondare. La gente non ci rimane, non ci dimora, su Google+. Viene qui, se viene, ma scappa altrove, subito. Su questo fallimento, ognuno può avere le sue idee. Essenzialmente, anche se ce lo aspettavamo, è una cosa che ci lascia l'amaro in bocca. Perché sancisce inequivocabilmente il primato di Facebook + Instagram, se vogliamo, le creature di Zuckerberg. E non ci dispiace perché non sono buone, o cose simili: in questa sede, tale argomento non lo consideriamo affatto. Ci dispiace perché non esiste più alcuna vera alternativa. Il progetto più credibile, quello con più investimenti alle spalle, sta sventolando bandiera bianca. La gente identifica sempre di più un social network con Facebook/Instagram, ormai. Non c'è verso di poter sviluppare un pensiero diverso.

Questo è abbastanza grave. 

Non c'è verso di pensare un modo diverso per far andare avanti le cose. Un modo diverso per gestire le community, i gruppi, le pagine. Non c'è più spazio per un pensiero differente. Siamo omologati sul modello di Facebook, sulle storie di Instagram. Tutte cose molto ben fatte, per carità. Ma quello che si è perso, si sta perdendo, è una modalità diversa di vedere le cose. 

Quando c'è un solo modo di vedere le cose, è comunque un impoverimento. Anche se quel modo fosse fantastico, fosse mirabolante. Già cinque anni fa parlavamo, in questo blog, di omologazione informatica, e ora non possiamo che ribadire questo concetto, ritornare su questo pericolo, sempre più reale. 

Il web del 2018 è un business molto strutturato, non c'è spazio per innovazione ed improvvisazione, non è il web di vent'anni fa. Google pure si adegua. Google che, dalla sua, ha già una lunga serie di servizi interessanti che ha drasticamente interrotto, da Wave, a Jaiku, a Buzz... esperimenti interessanti, a volte molto interessanti, che hanno visto una fine drastica e (in certi casi) prematura. 

Dobbiamo stare attenti. Vivendo dentro Facebook, dentro Instagram, senza nemmeno renderci conto, ne assorbiamo le regole, ci nutriamo del suo modo di vedere il mondo. A rischio è la varietà e la possibilità di un pensiero diverso, che sempre più non ha argini, non ha modalità espressive. E questo, lo ripetiamo, anche se Facebook fosse un ambito estremamente virtuoso ed esente da criticità (come non pare che sia, basti pensare al caso Cambridge Analytica). 

Questo incide sul nostro vivere, incide più di quanto saremmo portati a pensare. Avverte Marco Guzzi,  nel volume La nuova umanitàche "le tecnologie non sono semplici strumenti messi nelle mani di un uomo che se ne può servire come vuole restando comunque identico a se stesso, ma sono piuttosto pratiche complesse che plasmano e trasformano le nostre mani, e che quindi manifestano di volta in volta l'essenza storica (l'epocalità intrinseca) del nostro essere uomini."

Chi ha vissuto l'epoca gloriosa della nascita del web, ricorda bene come Internet fosse davvero un campo di eventi che, nei fatti, rappresentava un formidabile volano per la creatività e l'iniziativa di singole persone o di piccoli gruppi. Ora non è più così, ora per sfondare ci vogliono investimenti massicci e team molto preparati. Probabilmente è una mutazione inevitabile, e non servirà a molto, i questa o altre sedi, rimpiangere i bei tempi antichi.

Serve solo, e serve urgentemente, essere consapevoli del tragitto che sta percorrendo il web. Per non subirlo, o viverlo passivamente, ma esserne - per quanto è possibile - protagonisti attivi, avvertiti dei vantaggi e dei rischi. Davanti ad una prospettiva di omologazione totale, riprendere la libertà creativa d'essere uomini nuovi, di abbeverarsi comunque ad un progetto di nuova umanità. 

Uomini che usano il fatto tecnico, senza per questo esserne usati. 




martedì 2 ottobre 2018

Chrome festeggia dieci anni (e c'è spazio per gli ospiti)

Quando arrivò il browser Chrome, ricordo, ebbi la sensazione come di una cattiva mossa: mi chiedevo come mai Google avesse deciso di investire in un browser quando ce ne erano già di ottimi in circolazione, a partire da Firefox. Ora Chrome compie dieci anni e in dieci anni il web è cambiato moltissimo, sono successe tante cose. 

Ed io sto scrivendo questo post dentro Chrome. 




Scegliere un browser è poi una cosa abbastanza personale, dunque non si possono dare regole o indicazioni di validità generale. E' questione di gusti, dopotutto. 

A parte qualche cosa, qualche cosa infatti si può dire. La piattaforma, per esempio. Mi piacciono quei browser che si trovano per tutte le piattaforme, quello sì. Firefox, Chrome vanno bene, Safari un po' meno, Edge come Safari. Anche se Edge ha già messo il naso fuori da Windows, ancora non lo trovo per macOS, per esempio. Ho bisogno di usare la stessa cosa in ambienti diversi, mi aiuta a farmi sentire a casa. Continua la mia storia, la storia che viene tracciata dai siti che visito, con i quali interagisco, dove sono già autenticato. Momenti informatici che lasciano una scia nelle mia giornata. Quando apro il browser devo essere riconosciuto, non avvertire un ambiente freddo, asettico, ma un ambiente che mi conosce, che è sagomato, ormai, intorno alle mie abitudini.

E' una cosa psicologica, se volete. Ma fa la differenza, più di tanti fattori tecnici, più della esasperante corsa alla velocità di caricamento dei siti o della performance dell'ultimo motore Javascript. E' l'uomo, più che la tecnica, insomma.  

Chrome, nella nuova incarnazione, mi sembra particolarmente elegante, bello da vedere. Firefox ha tantissimi pregi, ma non riesco a farmi piacere l'interfaccia. Alla fine questo è meno secondario di quanto si pensi. 


Chrome, come si diceva, mi offre la sincronizzazione della mia vita online attraverso tutti i vari dispositivi, a patto di essersi fatti riconoscere dal sistema. Accetto volentieri, perché ne comprendo la necessità. Potrei farlo con Firefox, ma dovrei attivare un meccanismo di sincronizzazione ulteriore, mentre in Google sono praticamente sempre loggato, dunque non mi costa nulla di più. 

Chrome ha poi questa cosa comodissima dell'essere intrinsecamente multiutente, puoi aprire varie istanze nello stesso momento, e vedi come si vede il mondo da punti diversi dell'universo Google (utenti diversi) oppure da ospite. Di grande ausilio quando magari si scrive per un blog e si ha voglia di vedere rapidamente come appare l'universo se non sei connesso a questo o quel servizio. Tipo, un ospite piò commentare? Questo materiale appare a tutti o solo a chi è autenticato? Niente di più facile che lanciare una finestra ospite su Chrome e verificare di persona.

Da che punto guardi il mondo tutto dipende, diceva una canzone di qualche tempo fa. E' bello abituarsi a comprendere come si può vedere il mondo da angoli diversi, e come non appare mai lo stesso. E' bello ed educativo, dunque, anche rendersi familiari con questa varietà informatica.

Soprattutto in tempi di omologazione, di parole d'ordine e di chiusure di confini (mentali, materiali),  di diffidenza programmatica, di linguaggio ristretto e urticante, ritengo che mantenere invece un approccio aperto e multiutente (perché non esisto solo io) sia ben più che una strategia virtuosa (più o meno vincente sotto l'aspetto commerciale), ma sia veramente un passo necessario. 



lunedì 17 settembre 2018

Google lo sa... ma si perde il meglio

Certamente, Google lo sa. Ma non intendo riferirmi alle classiche ricerche in rete, dove siamo ormai abbastanza certi che googlando qualcosa otterremo le informazioni che cerchiamo, o almeno ci avvicineremo abbastanza a trovarle. 

No, Google sa anche quello su cui noialtri, spensieratamente, lo riterremmo ignorante. Tanto per capirci, l'editoriale di PC Magazine del mese di settembre, si intitola significativamente Google sa sempre dove siete, e dove siete stati. Che vi piaccia o no! Il titolo è abbastanza preoccupante, ma leggendo l'articolo non si può dire che la preoccupazione sia infondata. 




Lo abbiamo visto diverse volte, siamo diventati in un certo senso noi stessi merce, nel senso che le informazioni su di noi (dove andiamo, cosa facciamo, cosa guardiamo e cosa pensiamo di comprare), hanno valore, sono monetizzabili. Non sempre questo è esecrabile, non è tutto negativo. Per esempio, io non vedo come una cosa brutta che mi arrivi pubblicità mirata ai miei interessi, e non sia esposto ad inserzioni di detersivi o assorbenti, per dire. Dall'altro lato, questa profilazione sempre più accanita un po' inizia a spaventarmi. 

E' chiaro che Google mi vuole conoscere, vuole conoscere i miei gusti, per ottimizzare l'offerta di vendita. Come qualsiasi commesso esperto, cerca di valutare chi è entrato in negozio per comprendere meglio a che tipologia di merce può essere interessato. Fino ad un certo punto, va bene. E' naturale.

Il problema è che la tecnologia diventa momento per momento più fina, più sopraffina, e questa analisi restituisce sempre più dati, mi riproietta nello spazio informatico come una serie complessa ed articolata di parametri. C'è dunque un problema di privacy, sicuramente. Ci sono soggetti commerciali come Google o Facebook che ogni giorno immagazzinano informazioni su di me, e sanno ormai più cose sul mio comportamento e sulle mie scelte di quante io stesso ne possa consapevolmente elencare. 

C'è però anche un problema più profondo, di percezione della persona. E' qui lo scarto drammatico, l'elisione totale di un aspetto, dell'aspetto più insondabile e misterioso della persona. Perché io vengo ridotto, rimappato, in una serie di comportamenti, e perdo ogni aggancio con il mistero in cui è intriso l'essere umano. Perdo il mio rapporto con il Tutto, il mio anelito di Infinito e di Senso: al mercato questo non interessa, nella misura in cui non influenza le mie scelte commerciali, o politiche (perché anche il mio orientamento politico viene mappato e subdolamente influenzato dalla rete, come recenti clamorosi casi insegnano).

Il rischio è che noi stessi iniziamo a pensare la concretezza dell'essere umano allo stesso modo degli algoritmi di Google e di Facebook. Che invece tracciano la parte meno interessante di noi, quella più istintuale, più prevedibile, più categorizzabile. Questo rischio, così grave, nasconde probabilmente un compito, non più dilazionabile. 

Avverte Marco Guzzi che Siamo chiamati a una rifondazione spirituale delle tecnologie, ad una mistica poetica, capace cioè di fare storia, e quindi anche a una inedita politica del Giorno Nascente. (La Nuova Umanità, pag. 114)

Ogni uomo è un mistero infinito. E questo Google non lo sa.
E quel che è peggio, molto peggio, è che non gli interessa. 

Starà a noi ricordarlo, ritrovarlo, questo infinito. E renderlo parola.
Renderlo di nuovo cercabile, incontrabile.

Così che anche Google, finalmente, se ne accorga.

martedì 4 settembre 2018

Venti anni dopo (i.e., sognare ancora)

No, non si parla del seguito del celebre romanzo I tre moschettieri, di Alessandro Dumas, ma del fatto che Google compie venti anni, e lo fa esattamente oggi. Questa è una delle (non troppo frequenti) occasioni in cui uno può utilmente vantare la sua età non proprio minima per articolare una riflessione ampia sul fenomeno. 

Se non altro, perché, insomma, lui c'era. 

Infatti. Io c'ero. Venti anni sono tanti. Vuol dire che molte persone sono nate e vissute interamente nell'era Google, non sperimentando quel che c'era prima. Per non parlare delle persone che non hanno ricordi dell'era pre-Internet. D'accordo. 

Ma ricordare l'epoca pre-Google è già, di per sé, scavare in un passato (informaticamente) remotissimo. Però può servire, può essere una testimonianza che non tutti possono produrre, di prima mano. Il fatto è questo, comunque: venti anni di Google inevitabilmente, rimandano a quel che c'era, prima

Oggi cercare qualcosa è totalmente sinonimo di usare Google (con buona pace di Bing e dei simili tentativi). E' automatico. Poi se uno cerca con Chrome, automaticamente chiama il motore di ricerca Google, quindi non se ne accorge nemmeno. 



Eppure, prima, era diverso. Prima c'erano altri motori. C'è stato un tempo che cercare su Internet era sinonimo di cercare con Altavista. A molti questo nome non dirà nulla, Altavista. Eppure era il motore di ricerca su Internet, senza alternativa. Era come Google adesso, pari pari. 

Poi venne l'epoca Yahoo!, o meglio di Internet 1.0. Era lo standard, Yahoo!, delle ricerche su Internet. E aveva piano piano costellato la sua offerta di tanti servizi aggiuntivi, gruppi, chat, giochi, storage (la famosa Valigetta Yahoo! antesignana di Drive, Dropbox, Onedrive e simili, repentinamente scomparsa). Tutte cose che sono appunto sparite o si sono congelate, come i Gruppi Yahoo!, residuo cristallino - quasi un fossile in ambra - una sorta di capsula  impermeabile dell'epoca uno-punto-zero piovuta qui fino a noi, in un tunnel informatico, stranamente persistente.



Poi venne appunto l'epoca Google, che è quella che stiamo vivendo (con aggiunta di Facebook, se vogliamo, Microsoft e pochissimi altri soggetti). Non sappiamo quanto durerà e non sappiamo cosa verrà dopo. Non è chiaro, nemmeno, come queste diverse fasi si avvicendino, quando e perché un soggetto commerciale ceda il passo ad un altro. 

Ma accade. 

Così i venti anni di Google in realtà ci interrogano, a livello più profondo, a capire come mai Internet si è sviluppato e polarizzato in questo modo, ovvero agglomerandosi intorno a pochissime entità commerciali molto potenti, sacrificando quella meravigliosa (e un po' anarchica) diversità che per molti begli anni è stata la sua principale caratteristica. 

Google ha venti anni e Internet, di suo, ha messo la testa a posto. Anche troppo, secondo alcuni. Ha rinunciato ai sogni, ha abbracciato la logica commerciale (ormai intesa come inevitabile ed incontrastabile), ha perso iniziativa e spontaneità, ha depennato agevolmente l'entusiasmo degli inizi, dove bastava una buona idea per realizzare un progetto di successo sul web. Del resto, oggi il web è così complicato che nessuno, da solo, può sognarsi di realizzare niente. 

Sarà una crescita, sicuramente, ma c'è anche tanto rimpianto, tanta nostalgia dei tempi passati. Google è maturo, ma noi ci permettiamo di rimpiangere i tempi in cui era ancora bambino.

Tempi in cui fiorivano mille e mille progetti, in cui ogni giorno sul web si incontrava, davvero,  la creatività in azione. Oggi il commercio ha preso il posto dell'inventiva, non si sogna più come un tempo. E' un business, Internet, non una palestra di invenzioni. 

I giganti hanno spazzato via la panoplìa allegra ed irregolare dei piccoli. 
Forse, un'altra epoca può arrivare, deve arrivare.

Se non smettiamo di sognare, però.


martedì 28 agosto 2018

Perché stiamo su Facebook?

In questo piccolo blog, ci siamo occupati spesso di Facebook, e dei social network in generale. E come potrebbe essere altrimenti, verrebbe anche da chiedere, vista la pervasività che ha assunto negli ultimi anni il fenomeno social. Lo sappiamo, lo sappiamo bene: è qualcosa che è entrato irresistibilmente come abitudine nella nostra vita quotidiana, qualcosa alla quale abbiamo fatto spazio, perché evidentemente rispondeva ad un bisogno, ad una esigenza. 

La nuova umanità, la figura di uomo moderno che si sta faticosamente facendo strada, ha come incorporata una esigenza di comunicazione a largo spettro, che superi le distanze e le differenze tra le persone, che si aggreghi intorno ad alcuni poli di interesse, che possa farci sentire insieme durante gli eventi e attraverso le difficoltà. 

Chiunque abbia figli in età adolescenziale (e anche più grandi) osserva come ormai naturalmente essi si muovono nello spazio social che le varie piattaforme offrano, di come spesso lo integrino nella loro vita quotidiana che (a parte casi patologici) si svolge tanto online quanto offline, in un ibrido che coinvolge le diverse opzioni senza apparente soluzione di continuità: si va ad un evento e si prosegue online con le foto e i commenti, si rinforza la connessione sociale trovandoci online con le persone che conosciamo e con le quali abbiamo condiviso qualcosa nella vita reale, ci si mette d'accordo magari attraverso un gruppo WhatsApp per vederci da qualche parte, e così via. 

Maturare una nuova consapevolezza nell'uso di Facebook, sarà tutto a nostro vantaggio... 

Tutto questo, di cui volutamente ho sottolineato la parte virtuosa, non deve farci dimenticare che c'è anche una riflessione importante da portare avanti, ed è più urgente che mai. Ora che la  gioiosa ed un po' anarchica frammentazione informatica degli anni della giovinezza di Internet si è risolta calamitando i servizi intorno a pochissimi grandi poli (Google, Apple, Amazon, Facebook...), le preoccupazioni di un controllo e di una influenza sulla nostra vita (vedi il recente caso di Cambridge Analitica) ad opera dei nuovi potenti, non è più una nostalgia da complottisti, ma ha seri motivi per essere indagata, con serena pacatezza ma anche con grande attenzione. 

Il problema è - scarnificando all'osso - se questo ecosistema garantisca la fioritura di un pensiero diverso da quello tecnico-commerciale di cui sostanzialmente si innerva questa struttura di byte che avvolge ormai tutto il nostro quotidiano. Non dimentichiamo che tutti questi servizi sono infatti prima di tutto, appunto, servizi commerciali e dunque il loro primo interesse è quello di realizzare profitto. Per la maggior parte dei casi, noi non paghiamo alcuna quota, e dunque il valore che portiamo, è ben noto, sono i nostri dati, ovvero la nostra stessa vita, rimappata in cifre e tabulati. 

Dunque è bene fin da ora non cavalcare acriticamente il fenomeno, ma sviluppare e rinforzare via via  una riflessione critica che, senza demonizzare inutilmente la tecnica moderna e le sue irrinuciabili acquisizioni, ci permetta di acquisire una consapevolezza più globale, di questo cambiamento di epoca, del quale i mezzi di comunicazione informatica sono un segno molto forte. 

In questa direzione si muove una interessantissima puntata di Eta Beta, trasmissione su Radio Uno condotta da Massimo Cerofolini, che allarga la riflessione su Facebook all'ambito filosofico ed anche spirituale: un felice ampliamento che probabilmente il fenomeno stesso impone, se non si vuole rimanere in una analisi ristretta, lacunosa e alla fine inefficace. Questo è possibile grazie agli ospiti d'eccellenza,  tra i quali Marco Guzzi (filosofo, poeta, fondatore dei gruppi Darsi Pace, autore del volume Facebook, il profilo dell'uomo di Dio) e Luciano Floridi, filosofo dell'università di Oxford e autore del libro La quarta rivoluzione, come l'infosfera sta trasformando il mondo. 

Vi invito ad ascoltare il podcast della puntata, perché proprio da una analisi ad ampio spettro come questa, possono venire spunti utili per incrementare la propria consapevolezza, per stare dunque su Facebook finalmente come cittadini e non come sudditi. Il problema è infatti anche politico, come viene correttamente indicato nella parte conclusiva del programma. Scoprire, o riscoprire questo, alla luce delle parole di costruzione spese nella trasmissione, è necessario ed improcrastinabile. 

Tutto ciò, direi, proprio per garantire più spazio alla nostra libertà, alla nostra libera espressività, che alla fine è l'unico vero valore che potrà mai utilmente circolare su Facebook. Come su ogni altro social, presente o futuro.


martedì 14 agosto 2018

La fatica, messa in cifre...

Le applicazioni per l'attività fisica mi affascinano. Anche, le rispetto profondamente. Hanno un compito difficilissimo, infatti, degno di vera stima: detto in poche parole, rendere gradevole la fatica, 

Sì, lo sappiamo bene che le motivazioni per fare attività sportiva, sulla carta non dovrebbero mancare. Anzi, non mancano proprio. I benefici (anche psicologici) dell'attività fisica, regolare e misurata (senza colpi di testa, ma sintonizzata sul proprio corpo, peso, età, grado di allenamento e così via), sono indubbi e accertati. Però c'è sempre in agguato quella strana pigrizia, quella paura della fatica (anche moderata), quella nostra tendenza a rimandare, per la quale il giorno perfetto per iniziare una attività fisica regolare è sempre domani... Insomma ogni scusa è buona, lo sappiamo bene. 

D'accordo, non sono io. Ma è meglio, fidatevi... 
E allora, ogni motivazione è altrettanto buona. E' utilissima, anzi. Per me una buona strategia motivante è quella che lega l'attività sportiva alla passione per la tecnologia, a quella parte di me che gradisce analizzare tabulati e confrontare statistiche, macinare percentuali (esiste, esiste anche in voi, non vi preoccupate). Così fare anche appena una mezz'ora di camminata veloce, o di bicicletta (dosi omeopatiche, direte voi, ma considerate che così nessuno può sentirsi inferiore al sottoscritto...), è più gradevole se c'è qualcuno, o qualcosa, che registra le mie velocità, la frequenza cardiaca, il tracciato. Insomma qualcosa che mi posso portare a casa, dopo. 

Le applicazioni per telefono o smartwatch non mancano, e non è che qui ne faccio un elenco, no no. Io ne ho provate un po' in passato, Runtastic, oppure Endomondo, e qualcun altra ancora. Da un po' mi trovo bene con Samsung Health. La cosa bellissima se poi si possiede un Gear Fit 2 (io ne sono felice possessore appunto), è che in pratica non devi più scegliere e confrontare le varie app, perché il tuo smartwatch capita che funziona praticamente solo con questa. 

E non è male. Perché secondo me Samsung Health è piuttosto ben fatta, piuttosto completa, piuttosto simpatica da utilizzare. Poi è gratis, nessun abbonamento rognoso da fare. E non ha pubblicità, almeno sui dispositivi Samsung (non così mi pare se si installa su altri telefonini, ma potrei sbagliare). L'orologio parla con il telefono (subito o dopo l'allenamento) e gli passa i miei dati. Io sono contento di fare una piccola fatica se posso mettermi in gara con altri o anche con cosa io stesso ho fatto ieri, o la settimana scorsa, o l'anno scorso.

Il signor Samsung mi conosce, capisce bene che mi deve proprio motivare, e allora con le sue applicazioni mi fornisce anche dei premi. Oggi ne ho vinti ben tre, ma forse è perché è tipo la prima registrazione fatta con la bicicletta, e questo mi ha portato di botto a vincere la coppa per distanza più lunga, durata più lunga, ritmo migliore. Ho paura che la cosa non si ripeterà così facilmente nelle prossime occasioni, ma avrò modo di misurarmi con quanto ho combinato gli altri giorni. 

Vincere è facile, se si parte da zero...! 

Insomma bisogna che anche l'allenamento diventi un gioco. Il gioco è una cosa molto seria e impegna l'uomo in maniera molto profonda, superando gli strati di diffidenza e di cinismo, che ci portiamo sempre cuciti addosso. Facendoli svaporare, almeno un pochino, almeno per un pochino. 

E così un po' di motivazione viene recuperata. E iniziamo a sentire la bellezza del nostro corpo che si muove: che non ha prezzo. 

martedì 7 agosto 2018

Perché, che hai da commentare?

Ritornando su Blogger dopo avventure varie, da Wordpress a Medium, è anche ritornare ad una casa semplice, affidabile, magari spartana in certe parti, comunque - mi rendo conto - adatta a questo tipo di blog, a questo piccolo notebook che trattiene impressioni e frammenti d'uso relativi alla tecnologia (e a come si sporca di umanità, in maniera per me sorprendente e rallegrante). 

Blogger è semplice, pulito, non devo aggiornare nulla, non devo mettere plugin o editare il codice, mettermi a norma per i cookie o cose simili. Per certe cose è veramente troppo semplice. Per altre è perfettamente la semplicità che si cerca: per questo modesto progetto, è proprio quella semplicità che serve. Scrivere, e basta. Lasciare ogni particolare tecnico (o almeno la maggior parte) dietro le spalle. Ci pensi pure Google. 

Tornare qui, è anche, però, avviare una fase in cui cercare di comprendere come rendere facile ed efficace l'interazione e lo scambio di idee. I commenti, nel gergo classico dei blog. Che fare? Se entrando su Medium era drasticamente semplice - se muovi un blog su Medium i commenti li perdi del tutto, non esiste che te li porti dietro - qui che c'è un po' più di flessibilità, può sorgere la questione se appoggiarsi al sistema nativo di Blogger (un po' elementare per dire la verità, però appunto nativo), oppure ricorrere ad un sistema esterno, come Disqus.


Ora, c'è di buono che - grazie al fatto che mi sono appoggiato a Disqus nel passato - ora i commenti che sono passati attraverso le varie fasi di hosting, su diverse piattaforme, si sono più o meno conservati (e man mano che riprendo i post da Medium dovrebbero ricomparire, bel belli). Per questo in questo momento sto continuando ad usare Disqus, essenzialmente.

E' pur vero, come mi è stato giustamente fatto notare, che usare un sistema esterno aggiunge un layer di complessità in più, forse non del tutto giustificato a fronte dei vantaggi. Forse, anche, una cosa non idonea del tutto, proprio laddove si voglia invece ritornare ad una semplicità più possibile evidente e fruibile. 

Da un giro in rete, pullulano le argomentazioni pro e contro Disqus, rispetto ai sistemi nativi, e ovviamente anche a Facebook (come è logico, in rete pullula qualsiasi cosa). 

In generale, appoggiarsi ad un sistema esterno ha dei vantaggi (se distruggi il blog i commenti  restano) ma apre anche delle problematiche (ulteriore autenticazione, ulteriore raccolta dati). E' anche se vogliamo qualcosa di più filosofico e concettuale, perché in fondo è la scelta tra un sistema che comprende tutto in un unico posto o un sistema che compone tutto in un unico posto (questa mi piace, non so se è una gran pensata, ma mi piace).

Come la mettiamo? 
Perché, che avete da commentare? 
E soprattutto, come volete commentare? 


giovedì 2 agosto 2018

Tu conti, come persona

L'abbiamo detto tante volte, ormai la connessione globale, continua, è la norma, per tutti. 

L'eccezione è quando non si dispone di accesso alla rete, semmai. E' un caso che è sempre più improbabile, sempre meno gestibile (ovvero accettabile, per il senso comune), via via che il tempo passa. Non vi annoierò raccontandovi di come era prima, prima che ci fosse Internet, e poi delle connessioni a consumo, quando si stava collegati appena pochi minuti e il contatore girava, e tutte queste cose qui.

No, oggi vado a vedere come reagiamo, come reagiscono i nostri strumenti di elezione - i browser - quando si trovano di fronte l'imbarazzante ed improbabile evento di non avere connessione alla Grande Rete Universale. 

Non è una indagine con velleità di completezza. Nemmeno, che voglia dimostrare qualcosa. Giusto una curiosità, tanto per vedere. 

Ecco come reagisce Chrome, ad esempio, se si è improvvidamente fuori rete. 


Il tono è parecchio sobrio, ti informa che niente, non puoi navigare. Vedi un po' tu, allora, di risolvere la questione, perché così è francamente intollerabile: il dinosauro lì mostrato, unico accenno ad un approccio un po' ilare del problema, ti fa capire che sì, ecco, giusto i dinosauri, loro non avevano Internet, e non c'è nessuna necessità ed utilità di stare senza rete. Tra l'altro, senza rete Google ci perde, perché non passa la pubblicità, insieme ai siti. E' il caso, dunque, di rimanere all'epoca dei dinosauri? Dài, spicciati a risolvere il problema. Ritorna online, ritorna fruitore. Non ci far spazientire.

Vediamo ora come reagisce Firefox



Anche esso molto sobrio, anzi di più: non compare nemmeno un dinosauro (per dire). Ma alcune informazioni ti aiutano a capire se è un errore umano oppure di qualche altro tipo. Sembra sotto sotto, comunque, che ci sia un po' di speranza, un po' più di speranza rispetto alla desolazione di Chrome offline, tutto sommato (secondo me Chrome soffre ad essere offline). Cioè, il problema esiste, siamo d'accordo, ma forse si può ancora fare qualcosa. Già Impossibile contattare il server, fateci caso, è meno disperatamente drastico di Connessione Internet assente. 

Le parole non sono a caso; le parole sono importanti. 



Per me la cosa più bella però è la reazione di Edge, il nuovo browser di casa Microsoft. 



Diciamolo: è l'unico che cerca di rianimarti un poco. Intanto ti fa capire che tu esisti. Che non sei un granellino insignificante di fronte alla preponderanza e alla pervasività del Sistema Mondiale Globalizzato (cioè Internet). Ora, guardiamo la cosa con calma. Prendiamolo sul serio. Ti dice "Non sei connesso" e questa informazione, ovvio, te la deve dire. E' la realtà dei fatti, baby, piaccia o non piaccia è così. 

Però la butta subito sulla valorizzazione della persona (di te, proprio di te): E il Web non è lo stesso senza di te. Questo, insieme al cuoricino spezzato del disegno, ti rincuora un po' (vabbè, un pelo ruffiano, ma lasciamo perdere questo aspetto). Cioè, ti dice, ti rassicura, io non ci sono, ma quelli comunque sentono la mia mancanza. Ovvero, tu non sei irrilevante, ovvero tu contribuisci al web, non sei un semplice fruitore. Possiamo dire, azzardare, che c'è un accenno ad un pensiero creativo. Tu puoi aggiungere valore al web. Che poi è così: se solo ce lo ricordassimo più spesso. 

E non trascura di fornirti speranza, di non farti naufragare nel disagio: "Verrà riattivata la connessione" è come un amico, un parente, che ti dà una pacca sulla spalla e dice coraggio, andrà tutto bene, tutto si risolverà, vedrai. Vero o non vero, è la cosa che ci vuole, in questo momento drammatico. 

Poi certo ti fornisce alcuni semplici consigli, di quelli che li penseresti da solo (saranno attaccati i cavi?, il wireless è acceso?), ma almeno ti ha messo un po' di buon umore. 

Facendoti capire che tu conti, come persona. Ovvero, dicendo la semplice, rivoluzionaria verità. 




sabato 28 luglio 2018

Due a zero per gli States?

Mi imbatto in un interessante articolo su Il Post, al riguardo del diritto alla privacy e soprattutto alla possibilità o meno per le autorità di accedere a quella incredibile raccolta di dati e metadati sulla nostra vita ordinaria, che tutti ci portiamo in tasca: sì, il telefono cellulare. 

La lettura del pezzo è molto interessante, perché sfata pacatamente alcuni miti nei quali ancora siamo imbevuti, che distorcono un po' la realtà: L'Europa non sembra in effetti così avanti nella tutela dei dati personali rispetto agli Stati Uniti, anzi. Certo, una tutela che a volte vorremmo non ci fosse, come quasi saremmo tentati leggendo proprio i due casi dell'articolo, che hanno per oggetto non immacolati personaggi (facendo finta che esistano...), ma due - possiamo dirlo - delinquenti, ma non per questo menu umani di ognuno di noi, non per questo meno oggetto di diritti come ognuno di noi.



Quello che si evince, anche e soprattutto, è la conferma di quanta vita viene trattenuta quotidianamente in queste piccole scatoline che ci portiamo appresso, e che effetti imprevedibili può suscitare il loro (più o meno inopportuno) disvelamento.

Sì, viene da pensare a Perfetti Sconosciuti, quel film di qualche anno fa che mise benissimo a tema esattamente questo argomento: lì una situazione apparentemente tranquilla (una cena tra amici) esplode letteralmente in una rete fittissima di conflitti, delusioni, risentimenti... tutto per un tranquillo giochino, che consiste fondamentalmente nell'aprire il flusso informativo in arrivo sugli smartphone, elidere la privacy anche solo per poche ore, per "dimostrare" di non avere segreti. Devastante (ma bellissimo, il film).

Mi chiedo, forse è violenta in sé la pretesa di non avere segreti, grandi o piccoli, o cose che comunque se lette da un'altra persona, fuori contesto, potrebbero dispiacere, potrebbero aprire ferite. Forse è una pretesa inutilmente dura quella di non avere zone d'ombra, una hybris totalitaria dalla quale dobbiamo difenderci?

Chissà. Intanto la tecnologia continua ad interagire con il mistero dell'uomo, aprendo nuove (ed antiche) questioni.

Tutte da vivere. 

martedì 17 luglio 2018

Una rete di meraviglie?

Questo è il punto. Ormai non ci meravigliamo più. Siamo capaci di trascorrere le giornate, infatti, considerando "normale" quello che solo fino a pochi anni fa avrebbe destato la più grande meraviglia. Come appare normale, ormai, l'idea di essere sempre connessi.

Dovunque andiamo ormai ci aspettiamo di poter avere l'accesso ad Internet. Eh sì, perché ormai l'accesso ad Internet è diventato sempre più portatile, quasi ormai indossabile, e dunque non siamo troppo disposti a farne a meno. Anche perché, sempre più attività si svolgono sul web.




Pare strano, adesso, pensare a quando Internet non c'era. Ma appare ancora più strano pensare all'epoca in cui Internet, pur esistendo, non era diffuso così capillarmente come adesso, non era percolato nelle più varie attività umane. Pare strano, per chi ha vissuto l'epoca di transizione dal non connessi al sempre connessi, con tutte le gradazioni che si sono prodotte, nel tempo. 

Non sempre ce ne rendiamo conto, ma siamo sulla soglia di una rivoluzione epocale. Soprattutto, penso, non se ne rendono conto i nativi digitali, le persone nate e cresciute con Internet, con l'idea di averlo sempre a disposizione, con la sensazione sottopelle che sia una cosa eterna ed immutabile.

A volte penso che questi nativi  si siano persi una cosa formidabile. La sensazione frizzante di una cosa nuova e bella che stava arrivando. Non capita tutti i giorni, una rivoluzione così. Ricordo la meraviglia di caricare una pagina web, anche semplice semplice, solo testo e una figura piccolina. Niente interattività, niente javascript, AJAX, applet, cose che si modificano da sole, niente. Pagina totalmente statica.

Ma già realizzare di poter seguire una serie di collegamenti, che ogni pagina può essere collegata ad una miriade di altre, in un gigantesco e potenzialmente illimitato ipertesto, già il presentimento timido di iniziare dunque un'esplorazione che virtualmente può non avere mai fine. Già questo, già questo rimarrà per sempre una cosa straordinaria. Che solo una piccola parte di umanità potrà mai aver provato (sì, posso dire, per quel che vale, io c'ero).

Ancora di più, la scoperta di poter creare dei contenuti ed esporli in questa rete. Che siano potenzialmente fruibili in Giappone, in Asia, in Antartide. Dovunque. Ma come poterlo pensare, prima di Internet?

A ripensarci, è avvilente che usiamo tutto questo, che sfruttiamo questa rete di meraviglia, a volte, semplice-mente per questionare su Facebook. Ma ci sta, anche questo ci sta. E' umano, totalmente umano. L'importante è rendersi conto, rendersi conto di che strumento formidabile abbiamo a disposizione. Sottrarlo un momento dal velo opaco dell'abitudine - sotto il quale l'abbiamo sepolto - per meravigliarci, di nuovo.

Dopotutto Internet, senza la meraviglia, è morto, è una cosa morta.
Con la meraviglia e lo stupore, veicolati in rete, possiamo fare grandi cose.

Ora, e sempre. 

sabato 7 luglio 2018

Love Actually, su Netflix

Con grande piacere ho scoperto che il film Love Actually, un capolavoro leggero (dunque ancora più difficile da realizzare, mirabile da guardare) è sbarcato da poco su Netflix. Già ieri sera ne ho rivisto subito un pezzetto. Non potevo aspettare.




Al mio entusiastico post su Facebook, una amica mi ha scritto qualcosa di scherzoso, come calma, se vuoi ti presto il DVD. Avrei voluto dire, ma non è la stessa cosa. Ormai, non è la stessa cosa. Non so, ormai un DVD mi sembra una cosa vecchia. L'idea di non poterlo vedere immediatamente al computer o sul televisore, di dover collegare il lettore ottico (ormai nei computer non è quasi mai presente), mettere il DVD, aspettare che carichi... e se poi voglio riprendere la visione con il telefono, o con il tablet? No, non c'è verso. 

Mi fa un'idea strana questo uso del supporto ottico. E' come se il film non fosse veramente in mio possesso, come se lo potessi usare in modo limitato, complicato. E' curioso perché evidentemente è l'esatto contrario: non possiedo nessun film su Netflix,  ne posso solo usufruire. Tanto è vero che possono toglierlo dal catalogo quando vogliono (come accade) e rimetterlo (come accade) e io non ho il minimo appiglio per protestare. 

Eppure quando ieri sera l'ho visto su Netflix ho esultato (dentro di me). Ho percepito che era veramente a mia disposizione, sempre, senza fare cose complicate, ovunque io sia (con la connessione, ma ormai non serve quasi più dirlo, la connessione è quasi ovunque). Posso vederne un pezzo, spostarmi rapidamente in avanti, cambiare lingua, ritornare, lui è sempre lì. In un attimo si può riprendere la visione, da dove l'avevo interrotto (lo so, interrompere Love Actually è praticamente un grande delitto, una volta ne dobbiamo parlare di questo meraviglioso film). 



Secondo me il supporto ottico è totalmente obsoleto. Quando anni fa Steve Jobs tolse l'immagine del CD dal logo iTunes alcuni se ne lamentarono. Ma aveva ragione. La musica, i film si sono spostati sullo streaming. Ora è proprio l'idea di dover ricorrere ad un supporto per ascoltare un album, o vedere un film, che rende la cosa fastidiosa. Che dà l'idea di complicazione. 

Se devo ascoltare un disco lo trovo su Spotify, se devo vedere un film, ecco Netflix. Sono finiti i tempo delle (bellissime) collezioni di CD, DVD, pazientemente ordinati sugli scaffali, magari in base a anno di uscita, generi, categoria... Non è meglio o peggio, ognuno ha le sue preferenze. E' semplicemente che è così, e ogni altro modo ora è una (più o meno strana) alternativa. 

Non è così, anche per voi? 

venerdì 6 luglio 2018

Blogger, reloaded?

In effetti questa è una delle piattaforme di blogging più antiche. Anzi, è stata la piattaforma da cui tutto è partito. Il fenomeno blog, messo un po' in sordina dall'esplosione dei social, sembra parte di un web antico, eppure ancora c'è. Blogger - risalente al secolo scorso, addirittura - è stata come sappiamo comprata da Google, ed è attiva tuttora. E dopo varie opzioni, diverse prove, diverse scelte, sto ricominciando ad apprezzarla. In confronto al tasso di innovazione e alla velocità di variazione di tanti ambienti come Wordpress, Medium, etc - diciamolo subito  - è una specie di dinosauro, di bradipo, insomma in movimento lento.

Lentissimo.

Blogger ha questo, di suo. Può far passare anni, senza che venga introdotta alcuna modifica. Interi anni (un anno, per un progetto Internet, equivale a mille secoli nel mondo reale). Tanto che ti chiedi se sia rimasto acceso solo per caso, magari qualcuno in Google si è dimenticato di spegnere l'interruttore. Tipo, non so, chi lo chiude Blogger stasera? Ok, faccio io. Ricordati però prima che vai via, eh. 


Blogger è una faccenda per cui, nel suo blog (sì esiste un blog dedicato), può passare tranquillamente più di un anno da un post al successivo. Per esempio, il penultimo post è di marzo 2017, e l'ultimo è di maggio del 2018. Insomma con tempi dilatati tanto che pensi, beh, ma c'è ancora qualcuno lì? 

Però nella sua lentezza, nella sua impermeabilità a ogni meccanismo social, ha i suoi pregi.

Per essere uno strumento gratuito, ne ha diversi. Per esempio, un controllo completo sul tema. L'editor dei temi arriva a livello delle linee di codice, permettendo di effettuare online delle modifiche il cui unico limite è la conoscenza del codice HTML e dei CSS di chi vi si trova in mezzo. Wordpress, nella sua versione dot com, non permette che minime modifiche.

Ha poi una sua essenzialità, che trovo molto adeguata per siti personali o comunque di pretese relativamente modeste. 



Blogger permette anche di associare un nome a domino senza pagare nulla, come del resto fa Tumblr (e basta, credo). Certo, i temi di Wordpress sembrano più carini, nella media, ma si può sopravvivere lo stesso. 

Si potrebbe continuare con elenco di pregi e difetti, ovviamente.  Certo che alla fine è tutta questione di gusto, è una questione più emotiva che razionale. Così nell'espressione in rete la parte del cuore gioca un ruolo fondamentale, ora e sempre, anche quando si vorrebbe fare rotta verso una asetticità e un pragmatismo più elevato. 

Meno male che non è così, meno male che anche qui possiamo sempre ripartire dalle emozioni, forse la parte che più di ogni altra attende di essere trasmessa in rete, per creare risonanze ampie e virtuose, fuori dalla litigiosità coatta di tanti social. Ci vuole una presa d'aria, un momento di tranquillità. 

Dove pesare le parole, levigarle, assestarle. Assecondarle. 

E fare spazio all'idea di... riprendersi questo spazio. 
Dopo vari tentativi, diversi esperimenti, Wordpress, VPS, Medium.... 
Lentamente, pacatamente. 

Forse, ritornare. 

venerdì 2 marzo 2018

iA Writer, scrivere fatto semplice

Scrivere senza distrazioni è probabilmente la frase più usata (ed abusata) per il software di scrittura al computer. Visto che il minimalismo va ancora abbastanza di moda, è sempre un lancio elegante ed efficace. Però questa volta direi che l’appellativo risulta abbastanza azzeccato.

iA Writer è la mia attuale opzione per quanto riguarda la scrittura creativa (racconti, poesie), per una serie di ragioni che accennerò in parte, se vorrete seguirmi.

Bisogna dire subito, è multipiattaforma. Esiste per OS X, iOS, Android e — tra pochissimo — anche per Windows. Dunque puoi veramente portare il tuo lavoro dappertutto, qualsiasi computer o tablet o telefonino tu stia portandoti appresso in un dato momento. Puoi iniziare con il MacBook, per dire, poi spostarti sul tablet e quando sei fuori casa, dare una ritoccatina alla tua opera usando lo smartphone.

Nella ricerca di ambienti adeguati di scrittura, ho fatto un viaggio abbastanza articolato, che è partito — tralasciando ora la preistoria — dall’infatuazione per Scrivener (sul quale ho compiuto tutta la lunga opera di revisione del romanzo Il ritorno), per muoversi poi su Ulysses, ed approdare infine a iA Writer. Provato quasi per caso, poi piano piano è maturato l’interesse e direi quasi la passione. Certo il passaggio da Ulysses a iA Writer — in particolare — non è stato facilissimo, perché abbandonare un ottimo software, con delle eccellenti caratteristiche, non è mai facile. Eppure l’esigenza di poter avere accesso alle mie cose anche sui dispositivi mobili Android, alla fine ha prevalso.

In questo, la scelta di Ulysses di passare ad un modello di business che prevede un abbonamento mensile, in luogo dell’acquisto del software, ha dato anche lui una mano, lo devo ammettere. Senza entrare adesso in accurate disanime dei vari modelli per finanziare uno sviluppo di software, direi solo, in questa sede, che non è un modello a cui io sia particolarmente affezionato. Ho già troppi abbonamenti (Netflix, Spotify…) per accollarmene un altro a cuor leggero.

Ed eccoci. Da diversi mesi uso iA Writer sia per la prosa che per le poesie. Certo, c’è da abituarsi al fatto che si deve lavorare in Markdown, che per i più — magari abituati a Word — può essere un attimino spiazzante. Eppure dopo un pochino ti ci abitui, e anzi inizi ad apprezzare il vantaggio indiscutibile di lavorare con file di puro testo, essenzialmente l’unico formato che rimane leggibile in un tempo abbastanza lungo (fatte salve le iscrizioni rupestri).

Il racconto Venti Passi su iA Writer, (a sinistra in formato Markdown, a destra il rendering)

Nel Markdown la formattazione è tenuta al minimo (l’idea è che pensi a quello che devi scrivere e rimandi gli abbellimenti per dopo), ed è integrata nel testo ASCII. Così se parti per la Luna un anno o due e poi torni, non è apri l’ultimo Word e scopri che i tuoi files non sono più leggibili. In linea di principio, un qualsiasi stupido editor di testo, te li presenta in formato leggibile.

Ok, vai. Se devi, vai… Ma hai salvato tutto in Markdown, prima di partire?

La qual cosa, mi piace.

E del resto, anche Ulysses sposava già la stessa filosofia. Avendo già sofferto il cambiamento all’uscita da Scrivener, ora soffro un po’ di meno.

La chiave di tutto — a mio modo di vederere-— è la possibilità di esportare in una ampia serie di formati: per terminare l’ultima parte di lavoro, dove sia necessario. Ad esempio, puoi esportare in formato Word e finire l’ultima revisione lì. Siamo pratici: è assai difficile che un editore — o una piattaforma di autopubblicazione — accolga i tuoi lavori redatti in uno splendido Markdown. Ti chiederanno piuttosto un “bel” file Word, se non magari un PDF.

Ed ecco il trucco.

Tutto il backstage (il 99% del lavoro) lo fai in Markdown, e poi l’ultimo ritocco lo apponi esportando in Word e sistemando quelle due o tre cosette (impaginazione, caratteri, etc…) di cui in fase creativa potevi tranquillamente non occuparti.

iA Writer ha di suo diverse caratteristiche comode ed interessanti (e anche qualcosa in meno di Ulysses), ma è inutile che vi faccia perdere tempo elencandole tutte. Le trovate nella loro pagina web (come è normale che sia).

La cosa che più mi piace, e che mi fa affrontare e superare anche qualche asprezza ancora presente nel software (esempio, una qualche differenza nel rendering del Markdown quando si usi un ambiente OS X rispetto alle applicazioni Android), è però qualcosa di più immateriale, se possibile, del software medesimo.

Ed è l’attitudine. La scelta del focus, se volete. Facciamo sempre questi due esempi, che sono uguali ed opposti, tanto per capire. iA Writer punta ad essere disponibile su ogni piattaforma (no, a parte il VIC 20, che ora ha un segmento di mercato abbastanza ridotto). In soldoni: c’è per OS X, iOS, Android e — ormai ci siamo — per Windows. Ulysses, per parte sua, si indirizza esclusivamente (e/o elitariamente…) al mondo Apple (OS X e iOS).

iA Writer con il suo sbarco su Windows rende — grazie al cielo!— anche il mio Surface 4 un attrezzo adeguato al mio lavoro di scrittore (suona alquanto pomposo, lo so, ma in fondo come bisogna chiamare uno che scrive?). E spazza via i piccoli residui di incertezza che ancora potevo avere, in caso li avessi avuti (forse sì, non è certo).
Solo Apple oppure Apple e resto del mondo? Niente di male o di esecrabile in entrambi i casi, ma è ovvio che tale scelta di fatto si ritaglia una porzione di mercato e specifici utenti, già di per sé. Se io mi trovo bene con il mio mix OS X + Android + Windows (Surface 4, appunto), è ovvio che Ulysses non potrà essere la mia prima opzione. Più articolato è il caso di chi si muove già dentro un ecosistema tutto Apple, in quel caso potrà scegliere solamente in base alle caratteristiche e al modello di business.

Ah, da non dimenticare. Per lavorare ovunque è necessario e sufficiente che il lavoro sia memorizzato sul cloud, come si dice oggi. iA Writer mi permette di appoggiare i files su Dropbox (o Google Drive) in modo di poterci accedere da qualsiasi dispositivo, in qualsiasi momento. E anche di sentirsi un po’ meno preoccupato del crollo randomico di qualche unità a disco, proprio nel momento in cui stai per mettere l’ultima parola sul manoscritto sul quale hai faticato per un congruo numero di mesi.

E’ un progetto attivamente sviluppato, e alcune nuove caratteristiche che stanno per essere implementate, me lo rendono ancora più piacevole.

Per cui, niente, la mia scelta è questa adesso.

Ora scusate, dovrei andare a scrivere.

lunedì 29 gennaio 2018

Quei libri, tutti da ascoltare

L’ho trovato stamattina per caso, e ne sono stato immediatamente contento. Finalmente! Google apre agli audiolibri, ma soprattutto — diciamolo subito — lo fa utilizzando un modello diverso da quello di Amazon, la quale costringe di fatto a sottoscrivere un abbonamento mensile per avere accesso agli audiolibri (è questa l’unica possibilità per usufruire della sua divisione Audible, come è noto).

La differenza tra i modelli di business è notevole, anche per il consumatore. Del resto, non sarà certo per caso se il banner che campeggia nella nuova sezione dello store Google recita ammiccante “Ascolta senza abbonamento”.

Personalmente è una cosa di cui sentivo la mancanza.

Mi interessa certo avere accesso agli audiolibri, in formato più snello e moderno (e immediatamente fruibile su vari dispositivi) rispetto all’acquisto del CD in negozio (ma ormai i CD, non sanno un po’ di vecchio, secondo voi?), e tuttavia non ho interesse a sottoscrivere l’ennesimo abbonamento mensile.

Voglio insomma pagare per quello che consumo, visto che prevedibilmente non avrò un consumo molto forte.

E visto anche — aggiungerei — che molti titoli di indubbio valore si trovano ormai disponibili tramite altri canali. Qui voglio solo menzionare le puntate dell’eccellente programma Ad Alta Voce di Radio Tre, di cui la Rai mette a disposizione i podcast: sia dalla sua nuova app Play Radio che attraverso i consueti canali di consumo (io mi trovo discretamente a mio agio con CastBox ad esempio).

A proposito, detto così di passaggio: Ad Alta Voce, da gennaio, sta attraversando i Diari di Etty Hillesum, un testo straordinario, tra l’altro letto con grande bravura ed immedesimazione da Sandra Toffolatti.

Tornando a Google, devo dire che l’interfaccia per l’utilizzo degli audiolibri direttamente dal web, è apprezzabilmente semplice e completa.


Molto chiara la divisione per capitoli, innanzitutto. Non manca la possibilità di spostarsi in un punto a piacere nel capitolo stesso, e anche di avviare la lettura a velocità diverse. Decisamente comodi anche i pulsanti rapidi per tornare indietro o spostarsi in avanti di 30 secondi, utili davvero per riprendere una parte se ci eravamo distratti o trovare un dato punto se riprendiamo un ascolto di cui magari abbiamo perso “il segno”.

Insomma devo dire, a prima impressione, un’ottima possibilità, preziosa ancor più visto che alternative reali sono davvero poche, se non vogliamo appunto aderire al modello di abbonamento mensile.



Il racconto, del resto (proprio nel senso di qualcosa che si racconta a voce) è una cosa antichissima, ed è utilmente complementare al rapporto visivo con un testo scritto. E’ anche una cosa intrinsecamente ancor più relazionale, visto che è sempre un altro che ti racconta qualcosa, un testo di fisica o un romanzo (in questo non è molto importante). Voglio dire, insomma, che il libro diventa — in questa sua declinazione audio — una faccenda a tre: chi lo ha scritto, chi lo racconta e chi ne fruisce (e qui capisco che ho scelto lo screenshot peggiore, visto che chi legge e chi scrive qui sono la stessa persona: ma tant’è).

Insomma farsi raccontare qualcosa è come rinnovare un rito antichissimo. Molto più antico della lettura. Ed è una cosa che possiamo fare mentre siamo in macchina, o mentre stiriamo, o prepariamo la carbonara o una bella macedonia (no, un frullato no, per via del rumore del frullatore).

Una cosa che non tramonterà mai, per nostra (grande) fortuna.