martedì 28 agosto 2018

Perché stiamo su Facebook?

In questo piccolo blog, ci siamo occupati spesso di Facebook, e dei social network in generale. E come potrebbe essere altrimenti, verrebbe anche da chiedere, vista la pervasività che ha assunto negli ultimi anni il fenomeno social. Lo sappiamo, lo sappiamo bene: è qualcosa che è entrato irresistibilmente come abitudine nella nostra vita quotidiana, qualcosa alla quale abbiamo fatto spazio, perché evidentemente rispondeva ad un bisogno, ad una esigenza. 

La nuova umanità, la figura di uomo moderno che si sta faticosamente facendo strada, ha come incorporata una esigenza di comunicazione a largo spettro, che superi le distanze e le differenze tra le persone, che si aggreghi intorno ad alcuni poli di interesse, che possa farci sentire insieme durante gli eventi e attraverso le difficoltà. 

Chiunque abbia figli in età adolescenziale (e anche più grandi) osserva come ormai naturalmente essi si muovono nello spazio social che le varie piattaforme offrano, di come spesso lo integrino nella loro vita quotidiana che (a parte casi patologici) si svolge tanto online quanto offline, in un ibrido che coinvolge le diverse opzioni senza apparente soluzione di continuità: si va ad un evento e si prosegue online con le foto e i commenti, si rinforza la connessione sociale trovandoci online con le persone che conosciamo e con le quali abbiamo condiviso qualcosa nella vita reale, ci si mette d'accordo magari attraverso un gruppo WhatsApp per vederci da qualche parte, e così via. 

Maturare una nuova consapevolezza nell'uso di Facebook, sarà tutto a nostro vantaggio... 

Tutto questo, di cui volutamente ho sottolineato la parte virtuosa, non deve farci dimenticare che c'è anche una riflessione importante da portare avanti, ed è più urgente che mai. Ora che la  gioiosa ed un po' anarchica frammentazione informatica degli anni della giovinezza di Internet si è risolta calamitando i servizi intorno a pochissimi grandi poli (Google, Apple, Amazon, Facebook...), le preoccupazioni di un controllo e di una influenza sulla nostra vita (vedi il recente caso di Cambridge Analitica) ad opera dei nuovi potenti, non è più una nostalgia da complottisti, ma ha seri motivi per essere indagata, con serena pacatezza ma anche con grande attenzione. 

Il problema è - scarnificando all'osso - se questo ecosistema garantisca la fioritura di un pensiero diverso da quello tecnico-commerciale di cui sostanzialmente si innerva questa struttura di byte che avvolge ormai tutto il nostro quotidiano. Non dimentichiamo che tutti questi servizi sono infatti prima di tutto, appunto, servizi commerciali e dunque il loro primo interesse è quello di realizzare profitto. Per la maggior parte dei casi, noi non paghiamo alcuna quota, e dunque il valore che portiamo, è ben noto, sono i nostri dati, ovvero la nostra stessa vita, rimappata in cifre e tabulati. 

Dunque è bene fin da ora non cavalcare acriticamente il fenomeno, ma sviluppare e rinforzare via via  una riflessione critica che, senza demonizzare inutilmente la tecnica moderna e le sue irrinuciabili acquisizioni, ci permetta di acquisire una consapevolezza più globale, di questo cambiamento di epoca, del quale i mezzi di comunicazione informatica sono un segno molto forte. 

In questa direzione si muove una interessantissima puntata di Eta Beta, trasmissione su Radio Uno condotta da Massimo Cerofolini, che allarga la riflessione su Facebook all'ambito filosofico ed anche spirituale: un felice ampliamento che probabilmente il fenomeno stesso impone, se non si vuole rimanere in una analisi ristretta, lacunosa e alla fine inefficace. Questo è possibile grazie agli ospiti d'eccellenza,  tra i quali Marco Guzzi (filosofo, poeta, fondatore dei gruppi Darsi Pace, autore del volume Facebook, il profilo dell'uomo di Dio) e Luciano Floridi, filosofo dell'università di Oxford e autore del libro La quarta rivoluzione, come l'infosfera sta trasformando il mondo. 

Vi invito ad ascoltare il podcast della puntata, perché proprio da una analisi ad ampio spettro come questa, possono venire spunti utili per incrementare la propria consapevolezza, per stare dunque su Facebook finalmente come cittadini e non come sudditi. Il problema è infatti anche politico, come viene correttamente indicato nella parte conclusiva del programma. Scoprire, o riscoprire questo, alla luce delle parole di costruzione spese nella trasmissione, è necessario ed improcrastinabile. 

Tutto ciò, direi, proprio per garantire più spazio alla nostra libertà, alla nostra libera espressività, che alla fine è l'unico vero valore che potrà mai utilmente circolare su Facebook. Come su ogni altro social, presente o futuro.


martedì 14 agosto 2018

La fatica, messa in cifre...

Le applicazioni per l'attività fisica mi affascinano. Anche, le rispetto profondamente. Hanno un compito difficilissimo, infatti, degno di vera stima: detto in poche parole, rendere gradevole la fatica, 

Sì, lo sappiamo bene che le motivazioni per fare attività sportiva, sulla carta non dovrebbero mancare. Anzi, non mancano proprio. I benefici (anche psicologici) dell'attività fisica, regolare e misurata (senza colpi di testa, ma sintonizzata sul proprio corpo, peso, età, grado di allenamento e così via), sono indubbi e accertati. Però c'è sempre in agguato quella strana pigrizia, quella paura della fatica (anche moderata), quella nostra tendenza a rimandare, per la quale il giorno perfetto per iniziare una attività fisica regolare è sempre domani... Insomma ogni scusa è buona, lo sappiamo bene. 

D'accordo, non sono io. Ma è meglio, fidatevi... 
E allora, ogni motivazione è altrettanto buona. E' utilissima, anzi. Per me una buona strategia motivante è quella che lega l'attività sportiva alla passione per la tecnologia, a quella parte di me che gradisce analizzare tabulati e confrontare statistiche, macinare percentuali (esiste, esiste anche in voi, non vi preoccupate). Così fare anche appena una mezz'ora di camminata veloce, o di bicicletta (dosi omeopatiche, direte voi, ma considerate che così nessuno può sentirsi inferiore al sottoscritto...), è più gradevole se c'è qualcuno, o qualcosa, che registra le mie velocità, la frequenza cardiaca, il tracciato. Insomma qualcosa che mi posso portare a casa, dopo. 

Le applicazioni per telefono o smartwatch non mancano, e non è che qui ne faccio un elenco, no no. Io ne ho provate un po' in passato, Runtastic, oppure Endomondo, e qualcun altra ancora. Da un po' mi trovo bene con Samsung Health. La cosa bellissima se poi si possiede un Gear Fit 2 (io ne sono felice possessore appunto), è che in pratica non devi più scegliere e confrontare le varie app, perché il tuo smartwatch capita che funziona praticamente solo con questa. 

E non è male. Perché secondo me Samsung Health è piuttosto ben fatta, piuttosto completa, piuttosto simpatica da utilizzare. Poi è gratis, nessun abbonamento rognoso da fare. E non ha pubblicità, almeno sui dispositivi Samsung (non così mi pare se si installa su altri telefonini, ma potrei sbagliare). L'orologio parla con il telefono (subito o dopo l'allenamento) e gli passa i miei dati. Io sono contento di fare una piccola fatica se posso mettermi in gara con altri o anche con cosa io stesso ho fatto ieri, o la settimana scorsa, o l'anno scorso.

Il signor Samsung mi conosce, capisce bene che mi deve proprio motivare, e allora con le sue applicazioni mi fornisce anche dei premi. Oggi ne ho vinti ben tre, ma forse è perché è tipo la prima registrazione fatta con la bicicletta, e questo mi ha portato di botto a vincere la coppa per distanza più lunga, durata più lunga, ritmo migliore. Ho paura che la cosa non si ripeterà così facilmente nelle prossime occasioni, ma avrò modo di misurarmi con quanto ho combinato gli altri giorni. 

Vincere è facile, se si parte da zero...! 

Insomma bisogna che anche l'allenamento diventi un gioco. Il gioco è una cosa molto seria e impegna l'uomo in maniera molto profonda, superando gli strati di diffidenza e di cinismo, che ci portiamo sempre cuciti addosso. Facendoli svaporare, almeno un pochino, almeno per un pochino. 

E così un po' di motivazione viene recuperata. E iniziamo a sentire la bellezza del nostro corpo che si muove: che non ha prezzo. 

martedì 7 agosto 2018

Perché, che hai da commentare?

Ritornando su Blogger dopo avventure varie, da Wordpress a Medium, è anche ritornare ad una casa semplice, affidabile, magari spartana in certe parti, comunque - mi rendo conto - adatta a questo tipo di blog, a questo piccolo notebook che trattiene impressioni e frammenti d'uso relativi alla tecnologia (e a come si sporca di umanità, in maniera per me sorprendente e rallegrante). 

Blogger è semplice, pulito, non devo aggiornare nulla, non devo mettere plugin o editare il codice, mettermi a norma per i cookie o cose simili. Per certe cose è veramente troppo semplice. Per altre è perfettamente la semplicità che si cerca: per questo modesto progetto, è proprio quella semplicità che serve. Scrivere, e basta. Lasciare ogni particolare tecnico (o almeno la maggior parte) dietro le spalle. Ci pensi pure Google. 

Tornare qui, è anche, però, avviare una fase in cui cercare di comprendere come rendere facile ed efficace l'interazione e lo scambio di idee. I commenti, nel gergo classico dei blog. Che fare? Se entrando su Medium era drasticamente semplice - se muovi un blog su Medium i commenti li perdi del tutto, non esiste che te li porti dietro - qui che c'è un po' più di flessibilità, può sorgere la questione se appoggiarsi al sistema nativo di Blogger (un po' elementare per dire la verità, però appunto nativo), oppure ricorrere ad un sistema esterno, come Disqus.


Ora, c'è di buono che - grazie al fatto che mi sono appoggiato a Disqus nel passato - ora i commenti che sono passati attraverso le varie fasi di hosting, su diverse piattaforme, si sono più o meno conservati (e man mano che riprendo i post da Medium dovrebbero ricomparire, bel belli). Per questo in questo momento sto continuando ad usare Disqus, essenzialmente.

E' pur vero, come mi è stato giustamente fatto notare, che usare un sistema esterno aggiunge un layer di complessità in più, forse non del tutto giustificato a fronte dei vantaggi. Forse, anche, una cosa non idonea del tutto, proprio laddove si voglia invece ritornare ad una semplicità più possibile evidente e fruibile. 

Da un giro in rete, pullulano le argomentazioni pro e contro Disqus, rispetto ai sistemi nativi, e ovviamente anche a Facebook (come è logico, in rete pullula qualsiasi cosa). 

In generale, appoggiarsi ad un sistema esterno ha dei vantaggi (se distruggi il blog i commenti  restano) ma apre anche delle problematiche (ulteriore autenticazione, ulteriore raccolta dati). E' anche se vogliamo qualcosa di più filosofico e concettuale, perché in fondo è la scelta tra un sistema che comprende tutto in un unico posto o un sistema che compone tutto in un unico posto (questa mi piace, non so se è una gran pensata, ma mi piace).

Come la mettiamo? 
Perché, che avete da commentare? 
E soprattutto, come volete commentare? 


giovedì 2 agosto 2018

Tu conti, come persona

L'abbiamo detto tante volte, ormai la connessione globale, continua, è la norma, per tutti. 

L'eccezione è quando non si dispone di accesso alla rete, semmai. E' un caso che è sempre più improbabile, sempre meno gestibile (ovvero accettabile, per il senso comune), via via che il tempo passa. Non vi annoierò raccontandovi di come era prima, prima che ci fosse Internet, e poi delle connessioni a consumo, quando si stava collegati appena pochi minuti e il contatore girava, e tutte queste cose qui.

No, oggi vado a vedere come reagiamo, come reagiscono i nostri strumenti di elezione - i browser - quando si trovano di fronte l'imbarazzante ed improbabile evento di non avere connessione alla Grande Rete Universale. 

Non è una indagine con velleità di completezza. Nemmeno, che voglia dimostrare qualcosa. Giusto una curiosità, tanto per vedere. 

Ecco come reagisce Chrome, ad esempio, se si è improvvidamente fuori rete. 


Il tono è parecchio sobrio, ti informa che niente, non puoi navigare. Vedi un po' tu, allora, di risolvere la questione, perché così è francamente intollerabile: il dinosauro lì mostrato, unico accenno ad un approccio un po' ilare del problema, ti fa capire che sì, ecco, giusto i dinosauri, loro non avevano Internet, e non c'è nessuna necessità ed utilità di stare senza rete. Tra l'altro, senza rete Google ci perde, perché non passa la pubblicità, insieme ai siti. E' il caso, dunque, di rimanere all'epoca dei dinosauri? Dài, spicciati a risolvere il problema. Ritorna online, ritorna fruitore. Non ci far spazientire.

Vediamo ora come reagisce Firefox



Anche esso molto sobrio, anzi di più: non compare nemmeno un dinosauro (per dire). Ma alcune informazioni ti aiutano a capire se è un errore umano oppure di qualche altro tipo. Sembra sotto sotto, comunque, che ci sia un po' di speranza, un po' più di speranza rispetto alla desolazione di Chrome offline, tutto sommato (secondo me Chrome soffre ad essere offline). Cioè, il problema esiste, siamo d'accordo, ma forse si può ancora fare qualcosa. Già Impossibile contattare il server, fateci caso, è meno disperatamente drastico di Connessione Internet assente. 

Le parole non sono a caso; le parole sono importanti. 



Per me la cosa più bella però è la reazione di Edge, il nuovo browser di casa Microsoft. 



Diciamolo: è l'unico che cerca di rianimarti un poco. Intanto ti fa capire che tu esisti. Che non sei un granellino insignificante di fronte alla preponderanza e alla pervasività del Sistema Mondiale Globalizzato (cioè Internet). Ora, guardiamo la cosa con calma. Prendiamolo sul serio. Ti dice "Non sei connesso" e questa informazione, ovvio, te la deve dire. E' la realtà dei fatti, baby, piaccia o non piaccia è così. 

Però la butta subito sulla valorizzazione della persona (di te, proprio di te): E il Web non è lo stesso senza di te. Questo, insieme al cuoricino spezzato del disegno, ti rincuora un po' (vabbè, un pelo ruffiano, ma lasciamo perdere questo aspetto). Cioè, ti dice, ti rassicura, io non ci sono, ma quelli comunque sentono la mia mancanza. Ovvero, tu non sei irrilevante, ovvero tu contribuisci al web, non sei un semplice fruitore. Possiamo dire, azzardare, che c'è un accenno ad un pensiero creativo. Tu puoi aggiungere valore al web. Che poi è così: se solo ce lo ricordassimo più spesso. 

E non trascura di fornirti speranza, di non farti naufragare nel disagio: "Verrà riattivata la connessione" è come un amico, un parente, che ti dà una pacca sulla spalla e dice coraggio, andrà tutto bene, tutto si risolverà, vedrai. Vero o non vero, è la cosa che ci vuole, in questo momento drammatico. 

Poi certo ti fornisce alcuni semplici consigli, di quelli che li penseresti da solo (saranno attaccati i cavi?, il wireless è acceso?), ma almeno ti ha messo un po' di buon umore. 

Facendoti capire che tu conti, come persona. Ovvero, dicendo la semplice, rivoluzionaria verità.