martedì 9 ottobre 2018

Ciao ciao, Google +

Sono quelle cose che lo sai, lo senti, ad un certo punto devono accadere. E' nell'aria, insomma: anzi a volte ti domandi ancora perché non accade, perché non sia accaduto già. Così, quando mi hanno segnalato che Google+ avrebbe chiuso, in fondo, non mi sono stupito. 

Semmai mi sono stupito del fatto che non fosse già accaduto.



Scrivono adesso che il fatto è dovuto essenzialmente ad una falla di sicurezza. D'accordo, ma non mi convince del tutto. Del resto, Facebook ha avuto simili problemi, e sappiamo bene tutti come questo non abbia comportato alcun rischio di chiusura.

No, la cosa è un'altra. Questa semmai è l'occasione "giusta", quello che serviva, per chiudere. Alla fine lo dice Google medesima, quasi a mezza bocca.  Lo dice lei qual è la vera ragione:

the consumer version of Google+ currently has low usage and engagement: 90 percent of Google+ user sessions are less than five seconds

Dunque essenzialmente, chiude perché non è riuscita a sfondare. La gente non ci rimane, non ci dimora, su Google+. Viene qui, se viene, ma scappa altrove, subito. Su questo fallimento, ognuno può avere le sue idee. Essenzialmente, anche se ce lo aspettavamo, è una cosa che ci lascia l'amaro in bocca. Perché sancisce inequivocabilmente il primato di Facebook + Instagram, se vogliamo, le creature di Zuckerberg. E non ci dispiace perché non sono buone, o cose simili: in questa sede, tale argomento non lo consideriamo affatto. Ci dispiace perché non esiste più alcuna vera alternativa. Il progetto più credibile, quello con più investimenti alle spalle, sta sventolando bandiera bianca. La gente identifica sempre di più un social network con Facebook/Instagram, ormai. Non c'è verso di poter sviluppare un pensiero diverso.

Questo è abbastanza grave. 

Non c'è verso di pensare un modo diverso per far andare avanti le cose. Un modo diverso per gestire le community, i gruppi, le pagine. Non c'è più spazio per un pensiero differente. Siamo omologati sul modello di Facebook, sulle storie di Instagram. Tutte cose molto ben fatte, per carità. Ma quello che si è perso, si sta perdendo, è una modalità diversa di vedere le cose. 

Quando c'è un solo modo di vedere le cose, è comunque un impoverimento. Anche se quel modo fosse fantastico, fosse mirabolante. Già cinque anni fa parlavamo, in questo blog, di omologazione informatica, e ora non possiamo che ribadire questo concetto, ritornare su questo pericolo, sempre più reale. 

Il web del 2018 è un business molto strutturato, non c'è spazio per innovazione ed improvvisazione, non è il web di vent'anni fa. Google pure si adegua. Google che, dalla sua, ha già una lunga serie di servizi interessanti che ha drasticamente interrotto, da Wave, a Jaiku, a Buzz... esperimenti interessanti, a volte molto interessanti, che hanno visto una fine drastica e (in certi casi) prematura. 

Dobbiamo stare attenti. Vivendo dentro Facebook, dentro Instagram, senza nemmeno renderci conto, ne assorbiamo le regole, ci nutriamo del suo modo di vedere il mondo. A rischio è la varietà e la possibilità di un pensiero diverso, che sempre più non ha argini, non ha modalità espressive. E questo, lo ripetiamo, anche se Facebook fosse un ambito estremamente virtuoso ed esente da criticità (come non pare che sia, basti pensare al caso Cambridge Analytica). 

Questo incide sul nostro vivere, incide più di quanto saremmo portati a pensare. Avverte Marco Guzzi,  nel volume La nuova umanitàche "le tecnologie non sono semplici strumenti messi nelle mani di un uomo che se ne può servire come vuole restando comunque identico a se stesso, ma sono piuttosto pratiche complesse che plasmano e trasformano le nostre mani, e che quindi manifestano di volta in volta l'essenza storica (l'epocalità intrinseca) del nostro essere uomini."

Chi ha vissuto l'epoca gloriosa della nascita del web, ricorda bene come Internet fosse davvero un campo di eventi che, nei fatti, rappresentava un formidabile volano per la creatività e l'iniziativa di singole persone o di piccoli gruppi. Ora non è più così, ora per sfondare ci vogliono investimenti massicci e team molto preparati. Probabilmente è una mutazione inevitabile, e non servirà a molto, i questa o altre sedi, rimpiangere i bei tempi antichi.

Serve solo, e serve urgentemente, essere consapevoli del tragitto che sta percorrendo il web. Per non subirlo, o viverlo passivamente, ma esserne - per quanto è possibile - protagonisti attivi, avvertiti dei vantaggi e dei rischi. Davanti ad una prospettiva di omologazione totale, riprendere la libertà creativa d'essere uomini nuovi, di abbeverarsi comunque ad un progetto di nuova umanità. 

Uomini che usano il fatto tecnico, senza per questo esserne usati. 




martedì 2 ottobre 2018

Chrome festeggia dieci anni (e c'è spazio per gli ospiti)

Quando arrivò il browser Chrome, ricordo, ebbi la sensazione come di una cattiva mossa: mi chiedevo come mai Google avesse deciso di investire in un browser quando ce ne erano già di ottimi in circolazione, a partire da Firefox. Ora Chrome compie dieci anni e in dieci anni il web è cambiato moltissimo, sono successe tante cose. 

Ed io sto scrivendo questo post dentro Chrome. 



Scegliere un browser è poi una cosa abbastanza personale, dunque non si possono dare regole o indicazioni di validità generale. E' questione di gusti, dopotutto. 

A parte qualche cosa, qualche cosa infatti si può dire. La piattaforma, per esempio. Mi piacciono quei browser che si trovano per tutte le piattaforme, quello sì. Firefox, Chrome vanno bene, Safari un po' meno, Edge come Safari. Anche se Edge ha già messo il naso fuori da Windows, ancora non lo trovo per macOS, per esempio. Ho bisogno di usare la stessa cosa in ambienti diversi, mi aiuta a farmi sentire a casa. Continua la mia storia, la storia che viene tracciata dai siti che visito, con i quali interagisco, dove sono già autenticato. Momenti informatici che lasciano una scia nelle mia giornata. Quando apro il browser devo essere riconosciuto, non avvertire un ambiente freddo, asettico, ma un ambiente che mi conosce, che è sagomato, ormai, intorno alle mie abitudini.

E' una cosa psicologica, se volete. Ma fa la differenza, più di tanti fattori tecnici, più della esasperante corsa alla velocità di caricamento dei siti o della performance dell'ultimo motore Javascript. E' l'uomo, più che la tecnica, insomma.  

Chrome, nella nuova incarnazione, mi sembra particolarmente elegante, bello da vedere. Firefox ha tantissimi pregi, ma non riesco a farmi piacere l'interfaccia. Alla fine questo è meno secondario di quanto si pensi. 


Chrome, come si diceva, mi offre la sincronizzazione della mia vita online attraverso tutti i vari dispositivi, a patto di essersi fatti riconoscere dal sistema. Accetto volentieri, perché ne comprendo la necessità. Potrei farlo con Firefox, ma dovrei attivare un meccanismo di sincronizzazione ulteriore, mentre in Google sono praticamente sempre loggato, dunque non mi costa nulla di più. 

Chrome ha poi questa cosa comodissima dell'essere intrinsecamente multiutente, puoi aprire varie istanze nello stesso momento, e vedi come si vede il mondo da punti diversi dell'universo Google (utenti diversi) oppure da ospite. Di grande ausilio quando magari si scrive per un blog e si ha voglia di vedere rapidamente come appare l'universo se non sei connesso a questo o quel servizio. Tipo, un ospite piò commentare? Questo materiale appare a tutti o solo a chi è autenticato? Niente di più facile che lanciare una finestra ospite su Chrome e verificare di persona.

Da che punto guardi il mondo tutto dipende, diceva una canzone di qualche tempo fa. E' bello abituarsi a comprendere come si può vedere il mondo da angoli diversi, e come non appare mai lo stesso. E' bello ed educativo, dunque, anche rendersi familiari con questa varietà informatica.

Soprattutto in tempi di omologazione, di parole d'ordine e di chiusure di confini (mentali, materiali),  di diffidenza programmatica, di linguaggio ristretto e urticante, ritengo che mantenere invece un approccio aperto e multiutente (perché non esisto solo io) sia ben più che una strategia virtuosa (più o meno vincente sotto l'aspetto commerciale), ma sia veramente un passo necessario.