giovedì 3 ottobre 2019

Lucio Battisti arriva su Spotify

Era molto, che molti di noi lo aspettavano. E credo si possa dire, si possa dire senz'altro, che da qualche giorno siamo tutti un poco più ricchi. Dal 29 settembre, per la precisione. Giorno in cui il catalogo del "primo Battisti" (quello del sodalizio con Mogol, che ha prodotto moltissimi indiscutibili capolavori), è approdato finalmente sulle piattaforme di ascolto in streaming. Ovvero, nel luogo esatto dove in questo momento storico, si ascolta la musica, principalmente. 

Verso la fine degli anni '60
Come ogni fan di Lucio Battisti già sa, anche la data di questo evento non è una data scelta a caso. Riprende direttamente il titolo di una sua celebre canzone, una delle prime, appunto. Comunque, che Lucio Battisti ci sia mancato, su Spotify (e simili servizi ovviamente), è per me la semplicissima verità. Che ci sia mancato molto, intendo.

Così se pur rimane, per me, il desiderio (o il sogno) di avere a disposizione il catalogo completo, comprensivo del secondo periodo di Lucio, quello in collaborazione con Pasquale Panella (tanto bello e luminoso quanto ancora sostanzialmente non compreso) c'è comunque tutta la gioia di avere intanto alcuni dei suoi album più celebri, finalmente disponibili sulle piattaforme di streaming. 

Che è davvero un arricchimento, per tutti. Non entro nel merito delle controversie legali che hanno tenuto le splendide melodie di Lucio lontane da Spotify e soci, non mi interessa qui. Dico soltanto che non sono per nulla d'accordo con chi ritene questa una commercializzazione e uno svilimento di alcuni degli album più belli della musica italiana. Au contraire! 

Pensiamoci un momento. Ormai l'ascolto in streaming è la modalità normale di fruire della musica, per moltissime persone. Iniettare le canzoni di Battisti in questo circuito è riportarle in un certo modo in vita, rimetterle a disposizione di tutti, veramente. Permettere che questa musica fluisca finalmente fuori dal contenitore del CD, che ormai (in termini di modalità di fruizione) comincia a mostrare tutta la sua età.

No, non è che averli su Spotify è semplicemente avere aperto un'altro canale di fruizione. E' che questo canale è particolarmente ricco e ha delle sue peculiarità. Brani come Emozioni, oppure Non è Francesca - brani che sono come la pietra angolare di tanta espressività musicale del nostro paese - di fatto, facendosi liquidi, circolando in forma di bytes nei circuiti musicali (ufficiali e legali) entrano di fatto nel regno dell'intelligenza artificiale, e di tutto quel che si può fare con essa.

Non sono ascoltabili soltanto come album, appunto. Ben altro, già li aspetta. Infatti, esplodono nei colori della modernità, che vuol dire che diventano il centro propulsore di compilations, playlist, "radio" tematiche, e ogni altra derivazione che i sapienti algoritmi dei servizi di streaming oggi possono proporre. Escono prepotentemente dal "compartimento stagno" del compact disc, sostanzialmente  e costituzionalmente refrattario ad ogni ibridazione e contaminazione, digitalmente asettico e in sé stesso conchiuso, e si aprono al resto del mondo (musicale), fecondano e fermentano una serie imprevedibile e quasi insondabile di possibili articolazioni. Tutte da indagare e da godere, per chi è appassionato. 

Insomma, il punto è che le canzoni di Battisti in qualche modo, crescono, con questo passaggio importante. Diventano qualcosa che non era nemmeno pensabile, nel momento in cui sono state concepite. L'arte che spiazza e decentra incontra la precisione informatica dei più sofisticati algoritmi, un matrimonio tra diversissimi che, forse proprio per questo, promette di durare ed essere anche molto fecondo.

Per dire, ora una delle tante playlist di musica italiana non sarà più costruita attorno ad una mancanza, ma guadagnerà senz'altro caratteri di integrità e completezza, mai azzardati prima di questo fine settembre.

E il consumo della musica di Lucio Battisti diventa anche tracciabile, monitorabile, indagabile. Alfine, esposto e disposto al data mining, in tutte le sue forme, presenti e future. Al momento che finisco di scrivere questo post, il conteggio delle riproduzioni dei brani più gettonati (termine alquanto desueto ma in fondo adeguato) del nostro, sono (guarda un po') quel 29 settembre nel quale tutta questa storia ebbe inizio (577.509) poi Mi ritorni in mente con 540.761 riproduzioni e appena dopo, immancabile capolavoro, Il mio canto libero (501.338 riproduzioni). Sono i tre brani che, all'alba del 3 ottobre, hanno passato il mezzo milione di riproduzioni. E sono passati appena quattro giorni e un pochino, dall'apertura del catalogo. C'è da scommettere che quando leggerete queste righe, i numeri che ho riportato siano già ampiamente superati.

Insomma. C'è bisogno di buona arte, di buona musica, di buon parlare, in questo mondo, troppo spesso asservito alla distrazione e al chiacchiericcio. Mettere Lucio Battisti in rete risponde (al di là delle ovvie logiche commerciali, sempre presenti) a questo bisogno, va in questa direzione. Dunque è una cosa bella, luminosa. Che fosse prudente "preservare" Lucio dai social, dalla rete, come dicono alcuni? Forse, in un certo senso. Teniamo conto però che troppo spesso la saggezza è solamente la prudenza più stagnante, come ci ricorda proprio il nostro cantautore (La collina dei ciliegi, ovvero qualcosa che sta alla musica popolare italiana, per lo splendido equilibrio, come una sonata per pianoforte di Mozart sta alla musica classica).

Aggiungendo, e quasi sempre dietro la collina il sole.

Quando avremo anche il catalogo del secondo Battisti, i meravigliosi cinque album con Pasquale Panella (tanto sperimentali quanto autenticamente godibili) avremo ancora un poco più di sole, nelle orecchie e sulla pelle, in ricircolo nel cuore. Per ora, godiamoci queste piccole gemme. Ironiche, scanzonate, profonde, canticchiabili. Diciamolo, eterne.

Grazie Lucio. Ci ritorni in mente, oggi più che mai.
E comunque, ci manchi.




martedì 24 settembre 2019

Il bello e (soprattutto) l'utile, nel testo digitale

Mi fermo volentieri sopra un articolo apparso su Kobo News (d'accordo, non un punto di vista esattamente imparziale sull'argomento) a firma di Enrico Pitzianti, perché si pone in modo un po' diverso rispetto alla vulgata corrente, sul fatto che la lettura su carta sia per molti aspetti, migliore o più "appagante" rispetto a quella che si può fare sui dispositivi digitali, come un lettore ebook. 

E' pur vero che in un certo senso, anche su questo blog, si è aperta qualche concessione alla specifica modalità della lettura su carta, cosa che non si intende ritrattare adesso. 


Leggere in digitale apre un mondo nuovo, ma non così sconfinato come sembra...

L'articolo è interessante perché si muove nell'ambito del pensiero complesso, che tiene conto della potenziale diversità dei fattori in gioco, della loro irriducibile variabilità. Ovvero, dire che un libro cartaceo "è meglio" semplicemente, è una semplificazione ormai inaccettabile. Dovremmo piuttosto dire che va visto, caso per caso. 
Un buon libro di solito viene con una copertina interessante, un titolo non banale, un packaging non troppo sciatto, ci fa presagire che ci sia qualcosa che vogliamo leggere, che ci interessa o ci serve sapere. Eppure i controesempi non si contano..
Il problema è tutto nel rapporto tra il contenitore ed il contenuto, e nel capire in che misura esiste e si sviluppa questo rapporto, in che percentuale questa fitta trama di scambio influenzi la fruizione del libro stesso. Abbiamo svincolato queste due entità, d'accordo: ma dobbiamo ancora abituarci alla faccenda. Ed è comprensibile, perché per secoli e secoli, il libro è stato definito, pensato, sognato, amato, nella sua (apparentemente) inscindibile unità di contenitore e contenuto, per l'appunto. 

lunedì 2 settembre 2019

I Beatles, e quell'odore della carta

Sono un po' esitante, perché in un certo senso già capisco che questo post si muove un po' in senso contrario a quanto abbiamo più volte scritto su queste colonne (improprio, ma mi piace scrivere su queste colonne..), in diverse occasioni, in merito al raffronto tra lettura su carta e lettura digitale. 

Perché nonostante tutto, io rimango un grande fautore della lettura digitale. E' qualcosa di bellissimo mettere nello zainetto un Kindle e con questo semplice gesto, portarsi appresso una buona frazione della propria biblioteca di casa. Centinaia di libri, tutti a disposizione. Dove puoi peraltro cercare come non hai mai osato fare (tipo, una specifica parola in tutti i tuoi libri... sfido a farlo con il cartaceo, sarebbe un lavoro enorme anche per una squadra di persone). E poi...

No, ma ritorno al tema. Qui voglio dirlo, ammettere una certa peculiarità del libro di carta. Quello che compri in libreria e sfogli, per capirci. 

Non è che mi sono riconvertito al cartaceo così, per approfondita riflessione. Non è così.

Soltanto, che oggi mi trovato al centro di Roma, per alcune incombenze, svolte le quali mi sono concesso una passeggiatina (avevo con me l'ombrello, dunque non sarebbe piovuto), fino alla Galleria Colonna (ora, Galleria Alberto Sordi). Lì sono stato attratto da Feltrinelli, come una mosca dal miele (non c'è verso). Vabbè che da quando ho il Kindle, uso la libreria solo come un elenco di suggerimenti... Comunque entro, gironzolo un po', respirando l'aria dei libri, che è sempre buona. Arrivo al terzo piano, in realtà cercando più la caffetteria che altro, ma mi imbatto in una piccola sezione di libri riguardanti la musica. 

Questa non si può trascurare. 

Dopo un po' - trovo tanti bei libri che regolarmente scarto perché costano troppo per le mie tasche - proprio quando stavo cercando un libricino (non troppo costoso) da portarmi via, magari trascinarlo in caffetteria e farci colazione insieme, trovo questo: un libricino (non troppo costoso) da portare via, da farci colazione e magari portarlo anche a casa. Ovvero,  abbastanza quello che stavo cercando. 

A questo punto, faccio una verifica sul cellulare, sperando che non ci sia su Amazon. Invece c'è. Allora, in seconda battuta, spero che non ci sia per Kindle, eccheccavolo, quando ne voglio uno (anche famoso) non c'è mai, questo invece chi lo conosce (senza offesa) e invece ...

Invece c'è. Maledizione. E risparmierei, non molto devo dire, comunque lo farei. 

Delusione. A questo punto la procedura di lavoro è delineata: dovrei lasciarlo lì, uscire dalla libreria (con o senza stop nella caffetteria) e poi comprarmelo per il Kindle mentre torno a casa, tramite lo smartphone. Tornando insomma a mani vuote, almeno nel senso più fisico della questione.

Però, però vediamo... (occhio, qui inizia la parlamentazione interna)... magari lo posso almeno portare con me a far colazione, poi si vedrà... Lo posso sempre rimettere a posto, dopo. Chi mi dice nulla? 

Esatto, questo si può fare, non è una violazione di nessuna mia regola interiore, non è scorretto, Marco daje, prendi 'sto libro dallo scaffale, deciditi. Prima di notte, insomma. 

Lo prendo, allora? OK,lo prendo. 

Arrivo alla caffetteria, che poi è proprio lì dietro, stesso piano, pochi metri distante dalla sezione musica. Ordino cappuccino e brioche e mi siedo, in compagnia del libro. Almeno questo tempo lo passiamo insieme tu ed io (gli dico, lui peraltro rimane abbastanza muto, pur essendo un libro di argomento musicale).

Beatles e cappuccino. Un connubio di grande impatto psichedelico.

Iniziamo a fare conoscenza, allora. E devo dire che qui il mio convincimento digitale inizia ad andare in crisi. Per le informazioni che arrivano con questo libro cartaceo, essenzialmente. Che non mi arrivano con la versione Kindle. Ma non intendo qui il solito profumo della carta (che poi tutto 'sto profumo non mi pare che ce l'abbia). Intendo cosa più banali, terra terra. 

La grandezza del libro, intanto. Il suo peso. Il grado di rigidità della copertina in cartoncino. Lo spessore delle pagine. E poi, sfogliando, la scelta del carattere tipografico (abbastanza grande che riesco a leggere senza occhiali, bene). Il tipo di carta, la sua specifica porosità. Poi qui di sono i disegni. Ecco, come sono intersecati allo scritto, in che pagine, che impressione globale mi danno. 

Sul Kindle tutto è ottimizzato, sapientemente ottimizzato: ma è sempre quello. Il tipo di carattere, la dimensione del libro, il peso ovviamente, insomma un libro è sempre uguale all'altro tranne che per quel che c'è scritto. Qui un libro vero è già diverso dall'altro a prescindere da quel che c'è scritto. 

Il punto interessante (per cui vi ho portato fin qui), è che quel che c'è scritto si imbeve del contesto, e ne riceve un profumo e una consistenza particolari. Quel che c'è scritto si contamina con il suo contenitore, e si realizza una unione particolare, non riproducibile in modo digitale. Una cosa non del tutto logica, leggermente psichedelica, per restare in tema Beatles.

Prendiamo una frase più o meno a caso. Ecco, prendiamo da pagina 18.
Da tutto il mondo ci si sarebbe recati tra i palazzi e le strane nebbiose della capitale inglese e a respirare la nuova aria che cominciava a circolare e ad avvolgere la vita delle nuove generazioni, influenzandone il modo di vivere, il modo di pensare, i rapporti sociali, le relazioni interpersonali, insomma ridefinendo un intero stile di vita. 
Ora, che io lo leggo sul libro, alla pagina che sta a sinistra, dove devo esercitare pressione perché il libro ancora abbastanza nuovo, non si richiuda, che lo leggo con questi caratteri tipografici, che intanto avverto l peso della parte destra che è ancora preponderante, il che a sua volta mi dice che ho appena iniziato (lo dice in modo analogico, ma lo dice), e me lo dice insieme allo sforzo moderato ma percepibile del pollice della mano sinistra, almeno fino a che non mi decido e come facevo un tempo "convinco" il libro (che ancora nutre indecisi rimpianti per il suo stato di previa verginità non essendosi ancora mai relazionato con un vero fruitore)  ad essere letto e a non richiudersi subito, passando energicamente la mano sul libro tenuto aperto, lungo la sua costola... 

Insomma, tutte queste metainformazioni mi arrivano allo stesso momento dei concetti della frase, e formano un tutt'uno alla mia percezione. Io leggo da tutto il mondo... e mentre penso ai Beatles questo concetto si arricchisce del colore leggermente giallino della carta, dei rapporti di peso che sento sulla mano, del contatto con questo oggetto. E questo influenza il mio modo di sentire, per parafrasare il brano citato, lo fa indubbiamente.

Ma tutto questo è avvenuto dopo, dopo aver superato lo scoglio, aver rischiato su questa domanda: lo compro o non lo compro, questo libro?

C'è voluta una scusa, per zittire il mio Catilina interno molto occupato a dirmi guarda Marco, guarda che la versione Kindle ti costa di meno... resisti alla tentazione di non uscire a mani vuote, non ti fare abbindolare... insomma ragiona, che ti costa rimettere questo libro sullo scaffale? Fai la cosa furba, falla... 

Non sapevo cosa rispondere. Alla fine mi è arrivata un'idea, forse non robustissima, ma è stata sufficiente. E le figure, i disegni, gentile signor censore? Lei ha ragione in generale, ma ... sappiamo tutti che i libri con figure rendono meglio su carta...

Non mi soffermo sulla robustezza di tale considerazione. Dirò solo, che grazie a quella sono riuscito. 

E stavolta, credo stavolta la cosa furba l'ho fatta, ma non quella che pensa lui.
Sono uscito, con il mio libro del Beatles, ancora in mano.

Un po' come ai vecchi tempi, un po' come allora.

I Beatles, secondo me, sono d'accordo: e questo già chiude ogni questione.

martedì 30 luglio 2019

Paola, e la bellezza intorno

Non c'è niente da fare, apparentemente.  Siamo abituati al lamento, e questa attitudine irriflessa, che spunta sempre inesorabile, quando non siamo intimamente disposti ad un lavoro su di noi, si riflette e si trasmette in quello che vediamo ed incontriamo. Ed ovviamente (ed è per questo che ne scrivo qui) anche nel mondo digitale, che è specchio abbastanza fedele di quello che usiamo chiamare reale. 

Questo mondo dei social, che illustri analisi di esperti ed esternazioni di meno esperti, consegnano spesso ad un giudizio negativo senza possibilità di appello (salvo poi, almeno per i non più giovanissimi, ad usarlo comunque, al ritmo inesorabile della quotidianità), ecco, questo mondo dei social, ha una sua parte buona, una parte virtuosa che noi pure utilizziamo, di cui ci gioviamo, ma senza quasi accorgercene. 

Ovvero, senza mettere l'accento sul positivo. Che pure ci farebbe bene, molto bene.

Quanta "carica positiva" può passare su Internet? Più di quanto pensiamo...

Per questo credo che raccontarci storie buone che riguardano l'uso dei media, non significhi affatto chiudere gli occhi sui tanti usi distorti che se ne possono fare, e che ben conosciamo. Tutt'altro: significa rischiare di aprirli davvero, quegli occhi, e mettersi di fronte ad una rivoluzione totale del modo di agire e pensare, il cui meccanismo propulsivo si trova proprio in questa innovazione tecnologica che ha investito la fine dello scorso secolo, di importanza senz'altro paragonabile all'invenzione della stampa nel quindicesimo secolo.

lunedì 13 maggio 2019

Quindici anni dopo (un rischio da riscoprire)

Come passa il tempo! E non potrebbe iniziare in modo differente questo post. Ora che Gmail ha appena compiuto il suo quindicesimo anno, mi viene da ripensare ai primi momenti di vita, al suo esordio. Che io ho praticamente vissuto, insieme con lei.



Ricordo bene l'entusiasmo dell'inizio, di quando Gmail stava aprendo progressivamente al pubblico, e veniva distribuito ad inviti. Ogni iscritto aveva a disposizione, mi pare, appena una decina di inviti. Mi è stato detto che venivano anche messi in vendita su Ebay. La gente aveva davvero voglia di provare qualcosa di nuovo, per la posta elettronica. Si era nel 2004, ma già quel senso di novità premeva. Il protocollo email del resto è una delle cose più antiche che abbiamo nel campo delle comunicazioni telematiche, che resiste splendidamente anche a coraggiosi (e defunti) tentativi di innovazione



E quella trovata dello spazio disponibile, che aumentava piano piano? Una cosa in completo stile Google, ovvero con quell'idea di divertimento che aleggia anche su progetti su cui si punta molto. Ma era così. C'era un contatore, nella propria area email, che segnava momento per momento l'ammontare di spazio di archiviazione a cui si era arrivati. Tutto cominciò, come sappiamo, da 1 gigabyte, che a suo tempo sembrava uno spazio assolutamente immenso. A quel tempo, gli account gratuiti offrivano ambienti di qualche decina di megabyte, più o meno. Un gigabyte sembrava una cosa del tutto impossibile da riempire, nemmeno in una vita. Sappiamo bene che non è così, soprattutto al giorno d'oggi e con l'aumentare dei contenuti multimediali trasmessi anche via email; a quel tempo, la situazione era davvero diversa. 

E fu il mio inizio. Senza troppo sperarci, chiesi su un forum un invito a chi ne aveva disponibili, e mi arrivò (gratis, grazie al cielo). Così registrai subito il mio account m.castellani e iniziai, iniziai questa avventura. Da allora non sono più sceso da gmail, mi trovo bene e apprezzo molto le sue qualità. E' il sistema di posta elettronica, per me. 

Tanto più vero, da quando anche il mio istituto si è affidato a Google per la gestione della posta, e dunque anche i mail di lavoro li leggo sempre con la interfaccia Gmail (che uso da anni tramite l'ottimo e robusto MailPlane, che mi libera dal dover usare il browser per leggere i messaggi di posta, regalandomi la flessibilità e l'indipendenza di un programma dedicato).

Così Gmail ha assorbito integralmente le mie modalità di fruizione della posta elettronica; nel tempo, ha lavorato sui fianchi tutte le altre soluzioni e le altre possibilità. E' rimasta solo lei. Fino a che qualcuno oserà di nuovo, proporrà una visione più ampia, farà il prossimo passo avanti.

Ma ora, accantonata anche la parte più biografica, vorrei concludere con un piccolo pensiero, giusto per provare ad allargare lo sguardo.

Gmail è stato coraggioso fin dal suo sorgere. Innovativo in una grande quantità di modi, ha mostrato nel 2004 che su Internet c'era ancora posto per la creatività e per una sana innovazione. Ha costretto molte persone a ridefinire l'idea della posta elettronica, traghettandola definitivamente nel nuovo millennio.

Adesso il rischio è perdere questa spinta, lasciarla svaporare, acquietarsi su una rete che appare propagazione irriflessiva dello status quo e specchio troppo fedele dell'onnipresenza della pubblicità, unica entità veramente indiscutibile in un modo telematico, un tempo felicemente disordinato ed anarchico, ora troppo dominato da logiche commerciali. Una rete che - di conseguenza - è più che mai, alla ricerca di un senso.

C'è bisogno di rischiare qualcosa di nuovo, sulla rete. Rischiarla in nuova progettualità, delle aziende, delle associazioni, dei singoli. Perché a volte questo (ragionevole) rischio, paga. 

venerdì 26 aprile 2019

La puntina, che percorreva i solchi...

Mi rendo conto, sempre di più, che quello che per me è scontato, assodato, stabilito una volta per tutte, per altri può essere invece qualcosa di inedito, di non visto, di nuovo. Questo è l'impatto della tecnologia nel mondo di oggi, che quello che è normale (tanto normale che è inutile dirselo) per una generazione, può essere totalmente sconosciuto a quella successiva. 

Credo che sia una caratteristica peculiare di questo cambiamento d'epoca di cui spesso sentiamo parlare (qui ovviamente declinato in riferimento all'ambito tecnologico). Ogni cosa è drammaticamente accelerata, ogni cosa si gioca nello spazio ristretto di pochi anni, ogni cosa viene sostituita presto: non solo da nuovi strumenti, ma da nuove procedure, nuovi approcci, modi diversi di fare le stesse cose. Modi diversi di vederle, anche. 

Mi pare emblematico, in questo, il semplice caso dell'ascolto di musica registrata. 

Quello che facevo io, da (più) giovane, non è quello che si fa adesso. I (più) giovani, adesso, agiscono e pensano la musica, in modo totalmente diverso. 

Ma dobbiamo andare nel dettaglio, per capire. Mettiamoci all'inizio degli anni '80, facciamo, prima dell'avvento del Compact Disc (che è già modernariato di suo, adesso).  Cosa si faceva per ascoltare musica? Sì ovviamente c'era la radio, ma lì dovevi prendere quel che ti capitava. Ma se volevi proprio ascoltare un po' di prog rock, ad esempio, facilmente dovevi ricorrere ad altre fonti. 

No, Spotify non c'era. Perché nemmeno Internet, nemmeno quello c'era. 
Dunque nemmeno scaricare musica era un'opzione praticabile. 
Nemmeno pensabile, in realtà. 

La puntina che percorreva i solchi, la musica era questa un tempo... 

Facciamo un bel salto indietro, sprofondiamoci un poco nel secolo scorso, allora. Il tempo di compiere un'azione normale, quotidiana, come ascoltare un disco.

Quel ragazzo degli anni '80, allora, si avvicina alla sua preziosa collezione di vinili, la percorre con il dito, si ferma su un disco, proprio ciò che in questo momento lo attira di più. Lo estrae dallo scaffale e guarda la copertina. Abbastanza grande, per fortuna (altro che CD o peggio, la visualizzazione dentro Spotify). Abbastanza estesa da poterci entrare, da poter entrare con l'immaginazione dentro il disco, le sue atmosfere, le sensazioni degli ascolti passati, la promessa di un altro passaggio interessante. Ci si perde proprio, nelle copertine dei 33 giri. Sopratutto se sono apribili, così si raddoppia l'area interessata. 

Voglio dire, gli interni di Atom Heart Mother, o di Animals, per dire, sono ben più di qualcosa. 

Chi li ha vissuti, lo sa. 

E' un pregustare visivamente qualcosa che l'esperienza sonora avrebbe poi integrato, confermandolo.

E' un matrimonio gioioso tra esperienza visiva ed esperienza uditiva, per un'arte che anela a farsi totale.

Bene, il disco è scelto (lasciamo perdere i discorsi complicati altrimenti non ne usciamo). 

A questo punto quel ragazzo (quello di prima), estrae con cura il vinile, lo esamina in controluce (e pensa, ... ammazza quanta polvere...), prende uno straccetto apposito, afferra una bomboletta spray apposita, spruzza lo spray sul panno e così inumidito lo passa amorevolmente sulle facciate del disco. Dall'interno verso l'esterno, a spirale, come insegnano nelle riviste specializzate: con un movimento continuo, in modo da portare la polvere in fuori. 

Esaminato di nuovo il disco, ora gli appare più lucido. si può finalmente procedere.

Accende lo stereo, pone con attenzione il vinile sul piatto (lato A in alto, ovviamente), e con delicatezza appoggia la puntina del giradischi sui primi solchi, quelli più esterni (ad essere pignoli, ha anche spazzolato via la polvere dalla puntina con l'apposita spazzoletta di setole morbide). Alle prime note, consapevole che tutto sta andando bene, chiude lo sportellino di plastica trasparente, per evitare la caduta di altra polvere sulla facciata esposta del disco. Un po' di fruscio, a motivo degli ascolti ripetuti, ma la musica sta già iniziando. Ottimo. A questo punto ci sono un venti minuti circa (mediamente) in cui si può ascoltare senza dover fare null'altro.

Dopo tale tempo, finito il lato A (si capisce anche dal click che fa il braccetto del giradischi alzandosi e ritornando in posizione di riposo), si alzerà e girerà il disco, verificando che sia pulito, e ripetendo la procedura per l'ascolto. 

Avesse avuto poi voglia di nuova musica, questo stesso ragazzo non è che accendeva il computer e tanto tutta la musica era lì (come avviene oggi avendo una qualsiasi sottoscrizione ad un servizio di streaming). Macché. Doveva andare al negozio, entrare, respirarne l'aria, avvertire quel senso piacevole del pregustare il momento della scelta, il muoversi tra gli scaffali, il chiedere al commesso, lo sperare trepidamente che quel nuovo disco fosse già arrivato...

Anche scegliere al negozio, era una piccola avventura... 

Bene, spero si sia capito: c'era innegabilmente una certa ritualità in tutto il processo. 

Che aveva peraltro le sue leggi, i suoi vincoli. 

Per esempio, le playlist coincidevano con i vinili fisici che si possedevano. Ognuno è una playlist, se volete. E la cosa finisce lì. Non c'è modo facile per ascoltare in sequenza una serie di brani secondo una certa scaletta, modificarle l'ordine, aggiungere e togliere canzoni. Nulla di tutto questo. 

Nessuna playlist facilmente condivisibile su Spotify, insomma. Non parliamo poi di playlist collaborative. L'unica "playlist collaborativa" poteva consistere - volendo - nel mettersi con qualche amico intorno ad un tavolo (carta e penna muniti), decidere un elenco di brani, poi pazientemente riversarli su musicassetta, togliendo e mettendo i dischi e fermando il registratore durante le operazioni manuali necessarie tra un brano e l'altro. Una volta ci ho provato, a farmi una mia playlist. Una fatica improba, oggi peraltro assolutamente incomprensibile.

Ovviamente questa playlist, anche così pazientemente realizzata, non era facilmente modificabile. Al massimo, potevi aggiungere brani in coda alla cassetta, nel nastro rimasto vuoto. Ma cose come alterare l'ordine dei brani, beh era semplicemente fantascienza. 

Ancor più di estrema fantascienza (o anche oltre, io non ci pensavo affatto), l'idea di un sistema che ti suggerisca brani a tua misura, un sistema che impari i tuoi gusti analizzando le tue scelte musicali, e ti fornisca indicazioni sempre più precise. Addirittura, ti compili automaticamente delle scalette pronte per l'ascolto, senza che tu debba fare o decidere alcunché (Spotify lo fa, e immagino anche gli altri maggiori servizi di streaming). 

Tutto questo, certo, nemmeno nell'epoca dei CD, che pure hanno reso molto più veloce e a prova di errore, la procedure di ascolto dei dischi. Anche a prova di deterioramento, in un certo senso. O meglio, ovviato il deterioramento progressivo, analogico (gli scricchiolii che aumentano ad ogni ascolto, tanto più fastidiosi quanto più il passaggio musicale ha una dinamica ampia...), arriva però quello digitale, limpido ed assolutamente implacabile, assai più drastico e manicheo di quello precedente (graffia un po' un cd appena comprato e vedi se non puoi far altro che buttarlo). 

Per questa nuova gestione della musica,  a cui oggi siamo già praticamente abituati, ci voleva il matrimonio tra musica ed Internet. Ma il matrimonio doveva attendere, prima che uno dei due soggetti nascesse... e poi che diventasse maturo. 

Ora che tutto questo è avvenuto, senz'altro un modo nuovo di ascoltare musica sta diventando il modo normale. Un modo di ascoltare musica sempre più slegato dal supporto fisico, e sempre più smaterializzata, consistente in un flusso di byte che viaggia tra server, computer e telefonini, poi finalmente riconvertito in musica. 

Dove finalmente le cose si fanno interessanti.
Dove la tecnica lascia doverosamente 
il posto, all'arte. 

Come è sempre stato. 




lunedì 18 marzo 2019

Sassi e luci, quella storia che continua...

Mi è venuto in mente così, di riprendere quel post, e agganciarci questo tema. E mi sono accorto, prima di tutto mi sono accorto, rileggendolo, come io non sia cambiato quasi per nulla, o meglio non sia cambiato nel mio nucleo di convinzioni di base e punti di vista, in questo caso su certe  specifiche interpretazioni del fatto tecnico. 

Sono sempre quello, insomma: il che può essere un bene o un male (devo ancora deciderlo). In ogni caso, sono sempre quello che ha scritto quel post del febbraio di sei anni fa. Forse mi sono evoluto un po', speriamo. Comunque (se non altro) è l'argomento stesso che si è evoluto. E se nel 2012 bastava una lucina, per dare quel poco di informazione di base (molto, molto di base) ora la cosa può essere più elaborata, più completa, più sofisticata. Come ho imparato da poco. Ora c'è la funzionalità Always on Display.

E che io sappia, non c'è (ancora) nel mondo Apple. C'è chi la vuole, comunque. E giustamente. 

Che poi è logico, insomma. Cioè, che poi ormai non ci meravigliamo di nulla. Tipo, spendi più di mille euro per un telefono (che ci compravi un computer, nemmeno tanto male, con quella cifra), e poi ti ritrovi un qualcosa di bellissimo, moderno, avveniristico, sensazionale, mirabolante. 

Che quando non lo usi è come un sasso. 

Ovvero, è spento, chiuso, nero, zitto. Niente informazioni. 

E' mirabolante quando lo stuzzichi, lo digiti, lo manopoli. Ci fai cose. 

Se lo lasci lì da solo, se lo lasci a sé stesso, quello niente. Si chiude in sé, non ti dice più nulla.

Schermo nero nero, niente. Come un sasso, davvero.

Un sasso non presenta un display ricco di informazioni... 

Cioè, riassumendo.  Uno spende mille euro e passa per avere un sasso, la maggior parte del tempo?

Non so. A me piace il mio Galaxy A8(2018) anche per questo, perché quando non fa nulla, in realtà fa sempre qualcosa. Se guardo lo schermo ricavo delle informazioni. Senza dover toccare niente. Senza nemmeno che sappia che sto rivolgendo la mia attenzione proprio a lui.

Insomma, un po' come la antica lucina (che c'è ancora, non essendo appunto un iPhone che di queste luminarie non ne ha mai voluto sapere). Come lei, ma un po' meglio. Perché mi porta un po' più di informazione: oltre a sapere che c'è qualcosa di cui devo essere informato, mi dice anche che tipo di informazioni mi attendono.

Di che parla, un telefono in stand-by? 


Oltre a sapere che ore sono (che non fa mai male), infatti, mi presenta una lista delle applicazioni che hanno notifiche. Se aspetto un email importante, e sono in una riunione, posso evitare di riaccendere compulsivamente lo schermo del cellulare,  perché tanto  - non ci sono santi - se non compare l'icona della posta, vuol dire che il messaggio non è arrivato ancora (forse è il mittente che è in ritardo, chi lo sa). Sempre se aspetto questo ormai famoso email (sì, deve essere veramente importante), posso anche evitare di guardare ossessivamente il display per timore di non perdere l'istante in cui si attiva per segnalare l'arrivo del mail, per poi tornare al mutismo consueto (come dovrei fare, correggetemi se sbaglio, se possedessi un iPhone).

Sì, lo so, che vi domandate a questo punto, quanta batteria consumi. Avete ragione, ottima questione. E  beh, a quanto leggo, abbastanza poco, sui display AMOLED.

In realtà ho scoperto che può fare e mostrare anche altre cose, perché ci sono dei moduli installabili per modificare l'aspetto e le informazioni di questo Always on Display. E da quanto capisco, vi sono possibilità in queso senso anche per gli altri smartphone Android.

Peraltro, ho scoperto anche, che ho detto una cosa un po' inesatta, in apertura.Sì, perché se andiamo a vedere bene, l'idea non è assolutamente nuova, anzi ha ben più di qualche anno.

Ma è tutt'altro che stagionata, concederete.

E che sia utile, beh questo lo sanno anche i sassi. 


mercoledì 6 marzo 2019

Una nuova Europa digitale

Sono momenti particolari, quelli in cui viviamo. E' proprio un'epoca straordinaria, unica. Dove il dato digitale orma interferisce con la vita reale nel senso che influisce - con inedita decisione - su quest'ultima. Il digitale, la grande rete (diciamo, Rete), è un mondo che innerva il nostro mondo, in una rete biunivoca di infinite corrispondenze. 

Avendo vissuto un'epoca in cui praticamente nessuno si occupava della Rete e dei fenomeni ad essa collegati, che pure sono stati vivi fin da subito, trovo significativo che ormai la stessa Rete trovi spazio in ogni serio documento che, dai punti di vista più disparati, si ferma ad analizzare lo stato delle cose e le possibili soluzioni per un cambiamento. 

Non fa eccezione il recentissimo manifesto di Emmanuel Macron intitolato "Per un Rinascimento Europeo" che è stato pubblicato in diverse lingue (tra cui quella italiana) sul sito dell'Eliseo. Non ci interessa in questa sede entrare in una analisi politica del testo, non è assolutamente nostro compito o nostro obiettivo. Stiamo al nostro focus che è di analizzare ciò che accade dal punto di vista specifico di come la tecnologia entra e modifica il quotidiano. 

L'Europa, è anche una serie di connessioni, è una autostrada digitale.
Da tenere pulita, aperta, libera, neutrale. 

In tal senso, il documento ha alcuni passaggi di deciso interesse. Nel paragrafo Difendere la nostra libertà, in esso si può infatti leggere
Il modello europeo si fonda sulla libertà dell’uomo, sulla diversità delle opinioni, della creazione. La nostra prima libertà è la libertà democratica, quella di scegliere i nostri governanti laddove, ad ogni scrutinio, alcune potenze straniere cercano di influenzare i nostri voti.
Ed è chiarissimo il riferimento a come i social media siano stati recentemente usati (e possono esserlo, sempre e di nuovo, in modi più o meno leciti) per influenzare l'opinione pubblica in un ambito così delicato come quello elettorale. Usati da privati e da potenze straniere. Riconoscerlo è un primo modo di difendersi: riconoscere il problema è un primo passo verso la soluzione.
Propongo che venga creata un’Agenzia europea di protezione delle democrazie che fornirà esperti europei ad ogni Stato membro per proteggere il proprio iter elettorale contro i cyberattacchi e le manipolazioni. In questo spirito di indipendenza, dobbiamo anche vietare il finanziamento dei partiti politici europei da parte delle potenze straniere. 
Si delinea infatti una strada possibile. O almeno, si individua un percorso possibile per una soluzione. Soprattutto, si mette in luce correttamente un problema.
Dovremo bandire da Internet, con regole europee, tutti i discorsi di odio e di violenza, in quanto il rispetto dell’individuo è il fondamento della nostra civiltà di dignità.
Questo, infine, potrà sembrare utopistico per taluni. O forse potranno sembrare belle parole. Trovo comunque saggio e interessante che venga scritto nero su bianco, che venga - per così dire - individuato chiaramente questo bisogno.  

Si dice in un altro punto del documento, che 
L’Europa, sono anche quelle migliaia di progetti quotidiani che hanno cambiato il volto dei nostri territori, quel liceo ristrutturato, quella strada costruita, l’accesso rapido a Internet che arriva, finalmente. Questa lotta è un impegno di ogni giorno perché l’Europa come la pace non sono mai acquisite. 
Quel finalmente, mi pare, balza fuori come una concessione quasi al parlato, rispetto alla struttura formale del documento. Ma dice bene come i nostri bisogni di connessione, di comunicazione, passino in maniera sostanziale nella Rete. E che bisogna tutelarne l'ambito, dissodarla e coltivarla come un giardino, perché appunto anche la sua pulizia non è mai acquisita. 

Ma è bello metterlo a tema e lavorarci, è sano.
Verso qualsiasi parte politica si propenda. 

martedì 29 gennaio 2019

Una formazione per il mondo digitale

Davvero interessante la prima puntata del 2019 di Eta Beta, la trasmissione di Radio 1 condotta da Massimo Cerofolini, sull'ambigua spiritualità del web. Con Massimo, erano in dialogo Marco Guzzi (filosofo, fondatore dei gruppi di ricerca interiore Darsi Pace), Vito Mancuso (teologo, autore del libro La via della bellezza) e Paolo Benanti (docente di Etica delle tecnologie all’Università Gregoriana e autore di Realtà sintetica. Dall'aspirina alla vita: come ricreare il mondo?).

Difficile, farne un resoconto. Anzi, improponibile. D'altronde, con ospiti di questa natura si crea invariabilmente una rete di connessioni e di ramificazioni di pensiero, tali che una semplice puntata di una ventina di minuti è sufficiente appena ad aprire delle piste, a suggerire degli approfondimenti, e non certo a ragionare esaustivamente sul tema - peraltro di per sé stesso davvero importante e complesso, anche profondamente controverso.

Dunque il rimando all'ascolto attento della puntata è tutt'altro che di prammatica, ma risulta fondamentale, proprio per sviluppare autonomamente quelle parti che risultano più risonanti, nelle proprie corde interiori.



Personalmente, mi ha colpito molto il comprendere come anche la fede cambia con l'avvento del digitale: non è mai da intendere come un universo a sé stante (e come potrebbe, del resto?) ma riflette e riverbera ogni impulso, ogni segnale che attraversa il mondo "secolare". La spiritualità autentica è sempre in dialogo con il mondo, e non è impermeabile nemmeno a quelle acquisizioni della tecnica che rimodulano potentemente il nostro approccio con il reale (e va da sé che Internet e l'avvento dei social network è proprio una di queste).

Importante notare come questa riflessione avvenga in un momento della storia in cui l'entusiasmo incondizionato per le possibilità e la "virtuosità" della rete mondiale - rispetto a ad alcuni anni fa - è drasticamente calato, tanto che tra i propositi del nuovo anno, può starci (e ormai nessuno si meraviglia) quello di "usare meno Internet", come recita un articolo pubblicato su Internazionale.

Ma il ventaglio di proposte (perché le intenderei esattamente così, come proposte lasciate al libero approfondimento) della puntata è assai vasto. Penso ora a certi temi sollevati da Guzzi, penso all'irriducibilità della coscienza umana ad una macchina digitale, ad esempio. Se la macchina non sostituisce il cervello, e non lo farà mai, resta aperta la questione della incommensurabilità del nostro sistema della coscienza rispetto a qualsiasi interpretazione meccanicistica. Rimane tutta viva la nostra misteriosa, splendida singolarità. E sempre da questo intervento, trovo suggestivo la lucida constatazione che i cosiddetti big data non risolvano o mitighino questo "problema della coscienza", ma semmai lo rilancino, a nuovi emozionanti livelli.

Evidente, come ricorda Guzzi, che le tecnologie siano del tutto "neutrali", né negative né salvifiche. E' un pensiero errato quello che porta ad esprimersi diversamente, a demonizzare Facebook oppure ad incensarlo. La verità - dice sempre Guzzi - è che ci vuole una formazione, per usare questi strumenti evoluti.

L'esposizione di Vito Mancuso si gioca, mi pare, su di un registro più critico riguardo sull'impatto di queste tecnologie sulla vita reale. Bello e validissimo in ogni caso il richiamo di Mancuso al fatto che la bellezza è creativa, e non può essere digitale o automatica, in nessun modo. Suggestivo anche il suo connettersi alla imperfezione analogica come via perpetua di bellezza e dunque di fascinazione (sto leggendo il suo libro sulla bellezza, ma sono ancora un po' all'inizio, abbiate pazienza).

Sul cambio di paradigma in rapporto alla spiritualità si sofferma debitamente Paolo Benanti, per il quale il digitale cambia proprio il modo di vedere la realtà. Riformulando perfino categorie come "salvezza" o "giustificazione", un tempo prerogativa dell'approccio spirituale alla vita. E non solo, perché la fede si viene a modificare con il cambiamento stesso della relazione di natura "credente" che ora viene influenzato in maniera tutt'altro che trascurabile dal web e dall'uso che ne facciamo per "recuperare" informazioni e orientamento nel mondo.

Vorrei però terminare riprendendo quanto dice Marco: Internet è uno strumento formidabile di connessione tra gli umani, uno strumento in sé assolutamente neutrale. Dovremmo guardarci allo specchio, e capire che la stupidità di Facebook è il riflesso di un nostro modo "stupido" o istintivo di agire, di manifestare delle parti di noi che ancora attendono di essere guarite. Un modo che possiamo correggere, con pazienza, lavorando su noi stessi.

In sintesi, ci vuole realmente una educazione e formazione all'uso del mondo digitale. Proprio per la sua importanza, e proprio nella coscienza che siamo in una epoca di modificazione accelerata di sistemi di pensiero e di credenze che hanno resistito per secoli, sostanzialmente uguali a sé stessi.

Dobbiamo mettere a tema argomenti che rischiano di passare sottotraccia come scontati, sui quali invece la riflessione è più che mai necessaria. Proprio per la consapevolezza che vogliamo acquisire nell'uso della tecnica, perché dispieghi il suo carattere creativo (tecnè vuol appunto dire arte, in greco). Sempre di più, a vantaggio di una umanità davvero "nuova", anche nell'uso di questi strumenti.