martedì 22 dicembre 2020

Android Go, cosa è essenziale (e cosa no)

Mi piace l’idea. Una versione di Android fatta apposta per dispositivi poco potenti. Android Go si presenta dichiaratamente per chi ha un telefonino non troppo performante. Il sistema operativo non è istallabile dall’utente ma dovrebbe arrivare con il telefonino stesso. Questo dà ai produttori, di fatto, una scelta tra che “livello” di sistema implementare, che non mi sembra affatto male.

Il punto di forza vero di Android, dovrebbe essere la sua flessibilità (Crediti: Google)

Chiaramente le animazione e tutto il “superfluo” è mantenuto all’osso nella versione Go, privilegiando le cose essenziali. In questo modo si può scegliere di comprare uno smartphone pagandolo a seconda dell’uso effettivo che si intende farne. Un appassionato di tecnologia estrema e una mamma di famiglia (o una nonna) avranno cose diverse da chiedere al proprio smartphone, faranno girare un numero di applicazioni molto differente e si disporranno fisiologicamente su richieste assai diverse. Non ha alcun senso far pagare 500 Euro per un telefonino a chi usa risorse per un quinto del suo prezzo. Quindi è bene che vi siano telefoni differenti e sistemi operativi sintonizzati con l’hardware.

Il mercato è (o dovrebbe essere) anche questo, rispetto per gli utenti. Il rispetto è usabilità, soprattutto. E intelligenza. In realtà, in effetti, la vera peculiarità di Android (rispetto a iOS) è il ventaglio estremamente ampio di dispositivi su cui viene istallato. Un telefono entry level di 100 Euro e uno top edge di 1500 Euro si differenziano in tutto, tranne che nel sistema operativo. Dunque è giusto anche rendere questo sistema più flessibile e granulare, per venire incontro alle diverse esigenze.

Un sistema operativo che rispetta l’hardware non spingendolo verso inutili fatiche si traduce nel rispetto per l’utente, recuperando un uso calibrato delle risorse, sapendo cosa è essenziale e cosa no.

Consapevolezza che è sempre particolarmente sfidante, e certo non solo in ambito tecnologico.

mercoledì 16 dicembre 2020

Le regole per Internet

Quando ero ragazzo ho avuto un privilegio unico: ho assistito in diretta alla nascita di Internet. Non è cosa da poco. Al tempo, c’era la eccitante sensazione che Internet fosse finalmente un territorio libero, fuori da ogni restrizione e ogni regola. Era l’espressività totale, incondizionata. E basta.

Certo per un po' lo è stato davvero. Ed ha rappresentato una stagione incredibile, forse unica nella storia. Ora non è più così. Le regole, che temevamo come emanazione dei vari enti governativi, sono invece venute dal mercato. Questo ora detta le regole, e la libera espressività - se pure formalmente garantita - è compressa e annichilita dalla logica del profitto. Internet non è più la libertà del pensiero, è innanzitutto un business. Così le multinazionali decidono come possiamo esprimerci sui social, censurano o consentono, ultimamente guidati dal loro (sacrosanto, in un certo senso) modello per massimizzare i profitti.

Internet non può essere lasciato alla logica del più forte. Non può più, non è più un gioco da pari a pari, da appassionati artigiani del web. La stagione dei radioamatori del www è finita, per sempre.

Bene fa l’Unione Europea a perseguire l’obiettivo di regolamentare il campo, iniziando a porre degli importanti argini allo strapotere praticamente incontrollato dei giganti come Google, o Facebook. La UE vuole riscrivere le regole per Internet, leggo. Questa è una battaglia importante che nell’era digitale diventa una battaglia per la vivibilità del mondo, senza qualificazioni di settore. L’informatizzazione infatti, è ormai ovunque.

Va quasi da sé, che simili “imprese” sono possibili solo in una Europa unita e in movimento coerente, un’Europa che non rinuncia al suo sogno, e da questo costruisce. Nessun paese da solo ha armi sufficienti. Uniti si combatte e si può (forse) vincere. I sovranismi più che mai mostrano qui la loro impotenza, anche digitale. Probabilmente, non li rimpiangeremo.