sabato 7 luglio 2018

Love Actually, su Netflix

Con grande piacere ho scoperto che il film Love Actually, un capolavoro leggero (dunque ancora più difficile da realizzare, mirabile da guardare) è sbarcato da poco su Netflix. Già ieri sera ne ho rivisto subito un pezzetto. Non potevo aspettare.




Al mio entusiastico post su Facebook, una amica mi ha scritto qualcosa di scherzoso, come calma, se vuoi ti presto il DVD. Avrei voluto dire, ma non è la stessa cosa. Ormai, non è la stessa cosa. Non so, ormai un DVD mi sembra una cosa vecchia. L'idea di non poterlo vedere immediatamente al computer o sul televisore, di dover collegare il lettore ottico (ormai nei computer non è quasi mai presente), mettere il DVD, aspettare che carichi... e se poi voglio riprendere la visione con il telefono, o con il tablet? No, non c'è verso. 

Mi fa un'idea strana questo uso del supporto ottico. E' come se il film non fosse veramente in mio possesso, come se lo potessi usare in modo limitato, complicato. E' curioso perché evidentemente è l'esatto contrario: non possiedo nessun film su Netflix,  ne posso solo usufruire. Tanto è vero che possono toglierlo dal catalogo quando vogliono (come accade) e rimetterlo (come accade) e io non ho il minimo appiglio per protestare. 

Eppure quando ieri sera l'ho visto su Netflix ho esultato (dentro di me). Ho percepito che era veramente a mia disposizione, sempre, senza fare cose complicate, ovunque io sia (con la connessione, ma ormai non serve quasi più dirlo, la connessione è quasi ovunque). Posso vederne un pezzo, spostarmi rapidamente in avanti, cambiare lingua, ritornare, lui è sempre lì. In un attimo si può riprendere la visione, da dove l'avevo interrotto (lo so, interrompere Love Actually è praticamente un grande delitto, una volta ne dobbiamo parlare di questo meraviglioso film). 



Secondo me il supporto ottico è totalmente obsoleto. Quando anni fa Steve Jobs tolse l'immagine del CD dal logo iTunes alcuni se ne lamentarono. Ma aveva ragione. La musica, i film si sono spostati sullo streaming. Ora è proprio l'idea di dover ricorrere ad un supporto per ascoltare un album, o vedere un film, che rende la cosa fastidiosa. Che dà l'idea di complicazione. 

Se devo ascoltare un disco lo trovo su Spotify, se devo vedere un film, ecco Netflix. Sono finiti i tempo delle (bellissime) collezioni di CD, DVD, pazientemente ordinati sugli scaffali, magari in base a anno di uscita, generi, categoria... Non è meglio o peggio, ognuno ha le sue preferenze. E' semplicemente che è così, e ogni altro modo ora è una (più o meno strana) alternativa. 

Non è così, anche per voi? 

venerdì 6 luglio 2018

Blogger, reloaded?

In effetti questa è una delle piattaforme di blogging più antiche. Anzi, è stata la piattaforma da cui tutto è partito. Il fenomeno blog, messo un po' in sordina dall'esplosione dei social, sembra parte di un web antico, eppure ancora c'è. Blogger - risalente al secolo scorso, addirittura - è stata come sappiamo comprata da Google, ed è attiva tuttora. E dopo varie opzioni, diverse prove, diverse scelte, sto ricominciando ad apprezzarla. In confronto al tasso di innovazione e alla velocità di variazione di tanti ambienti come Wordpress, Medium, etc - diciamolo subito  - è una specie di dinosauro, di bradipo, insomma in movimento lento.

Lentissimo.

Blogger ha questo, di suo. Può far passare anni, senza che venga introdotta alcuna modifica. Interi anni (un anno, per un progetto Internet, equivale a mille secoli nel mondo reale). Tanto che ti chiedi se sia rimasto acceso solo per caso, magari qualcuno in Google si è dimenticato di spegnere l'interruttore. Tipo, non so, chi lo chiude Blogger stasera? Ok, faccio io. Ricordati però prima che vai via, eh. 


Blogger è una faccenda per cui, nel suo blog (sì esiste un blog dedicato), può passare tranquillamente più di un anno da un post al successivo. Per esempio, il penultimo post è di marzo 2017, e l'ultimo è di maggio del 2018. Insomma con tempi dilatati tanto che pensi, beh, ma c'è ancora qualcuno lì? 

Però nella sua lentezza, nella sua impermeabilità a ogni meccanismo social, ha i suoi pregi.

Per essere uno strumento gratuito, ne ha diversi. Per esempio, un controllo completo sul tema. L'editor dei temi arriva a livello delle linee di codice, permettendo di effettuare online delle modifiche il cui unico limite è la conoscenza del codice HTML e dei CSS di chi vi si trova in mezzo. Wordpress, nella sua versione dot com, non permette che minime modifiche.

Ha poi una sua essenzialità, che trovo molto adeguata per siti personali o comunque di pretese relativamente modeste. 



Blogger permette anche di associare un nome a domino senza pagare nulla, come del resto fa Tumblr (e basta, credo). Certo, i temi di Wordpress sembrano più carini, nella media, ma si può sopravvivere lo stesso. 

Si potrebbe continuare con elenco di pregi e difetti, ovviamente.  Certo che alla fine è tutta questione di gusto, è una questione più emotiva che razionale. Così nell'espressione in rete la parte del cuore gioca un ruolo fondamentale, ora e sempre, anche quando si vorrebbe fare rotta verso una asetticità e un pragmatismo più elevato. 

Meno male che non è così, meno male che anche qui possiamo sempre ripartire dalle emozioni, forse la parte che più di ogni altra attende di essere trasmessa in rete, per creare risonanze ampie e virtuose, fuori dalla litigiosità coatta di tanti social. Ci vuole una presa d'aria, un momento di tranquillità. 

Dove pesare le parole, levigarle, assestarle. Assecondarle. 

E fare spazio all'idea di... riprendersi questo spazio. 
Dopo vari tentativi, diversi esperimenti, Wordpress, VPS, Medium.... 
Lentamente, pacatamente. 

Forse, ritornare. 

venerdì 2 marzo 2018

iA Writer, scrivere fatto semplice

Scrivere senza distrazioni è probabilmente la frase più usata (ed abusata) per il software di scrittura al computer. Visto che il minimalismo va ancora abbastanza di moda, è sempre un lancio elegante ed efficace. Però questa volta direi che l’appellativo risulta abbastanza azzeccato.

iA Writer è la mia attuale opzione per quanto riguarda la scrittura creativa (racconti, poesie), per una serie di ragioni che accennerò in parte, se vorrete seguirmi.

Bisogna dire subito, è multipiattaforma. Esiste per OS X, iOS, Android e — tra pochissimo — anche per Windows. Dunque puoi veramente portare il tuo lavoro dappertutto, qualsiasi computer o tablet o telefonino tu stia portandoti appresso in un dato momento. Puoi iniziare con il MacBook, per dire, poi spostarti sul tablet e quando sei fuori casa, dare una ritoccatina alla tua opera usando lo smartphone.

Nella ricerca di ambienti adeguati di scrittura, ho fatto un viaggio abbastanza articolato, che è partito — tralasciando ora la preistoria — dall’infatuazione per Scrivener (sul quale ho compiuto tutta la lunga opera di revisione del romanzo Il ritorno), per muoversi poi su Ulysses, ed approdare infine a iA Writer. Provato quasi per caso, poi piano piano è maturato l’interesse e direi quasi la passione. Certo il passaggio da Ulysses a iA Writer — in particolare — non è stato facilissimo, perché abbandonare un ottimo software, con delle eccellenti caratteristiche, non è mai facile. Eppure l’esigenza di poter avere accesso alle mie cose anche sui dispositivi mobili Android, alla fine ha prevalso.

In questo, la scelta di Ulysses di passare ad un modello di business che prevede un abbonamento mensile, in luogo dell’acquisto del software, ha dato anche lui una mano, lo devo ammettere. Senza entrare adesso in accurate disanime dei vari modelli per finanziare uno sviluppo di software, direi solo, in questa sede, che non è un modello a cui io sia particolarmente affezionato. Ho già troppi abbonamenti (Netflix, Spotify…) per accollarmene un altro a cuor leggero.

Ed eccoci. Da diversi mesi uso iA Writer sia per la prosa che per le poesie. Certo, c’è da abituarsi al fatto che si deve lavorare in Markdown, che per i più — magari abituati a Word — può essere un attimino spiazzante. Eppure dopo un pochino ti ci abitui, e anzi inizi ad apprezzare il vantaggio indiscutibile di lavorare con file di puro testo, essenzialmente l’unico formato che rimane leggibile in un tempo abbastanza lungo (fatte salve le iscrizioni rupestri).

Il racconto Venti Passi su iA Writer, (a sinistra in formato Markdown, a destra il rendering)

Nel Markdown la formattazione è tenuta al minimo (l’idea è che pensi a quello che devi scrivere e rimandi gli abbellimenti per dopo), ed è integrata nel testo ASCII. Così se parti per la Luna un anno o due e poi torni, non è apri l’ultimo Word e scopri che i tuoi files non sono più leggibili. In linea di principio, un qualsiasi stupido editor di testo, te li presenta in formato leggibile.

Ok, vai. Se devi, vai… Ma hai salvato tutto in Markdown, prima di partire?

La qual cosa, mi piace.

E del resto, anche Ulysses sposava già la stessa filosofia. Avendo già sofferto il cambiamento all’uscita da Scrivener, ora soffro un po’ di meno.

La chiave di tutto — a mio modo di vederere-— è la possibilità di esportare in una ampia serie di formati: per terminare l’ultima parte di lavoro, dove sia necessario. Ad esempio, puoi esportare in formato Word e finire l’ultima revisione lì. Siamo pratici: è assai difficile che un editore — o una piattaforma di autopubblicazione — accolga i tuoi lavori redatti in uno splendido Markdown. Ti chiederanno piuttosto un “bel” file Word, se non magari un PDF.

Ed ecco il trucco.

Tutto il backstage (il 99% del lavoro) lo fai in Markdown, e poi l’ultimo ritocco lo apponi esportando in Word e sistemando quelle due o tre cosette (impaginazione, caratteri, etc…) di cui in fase creativa potevi tranquillamente non occuparti.

iA Writer ha di suo diverse caratteristiche comode ed interessanti (e anche qualcosa in meno di Ulysses), ma è inutile che vi faccia perdere tempo elencandole tutte. Le trovate nella loro pagina web (come è normale che sia).

La cosa che più mi piace, e che mi fa affrontare e superare anche qualche asprezza ancora presente nel software (esempio, una qualche differenza nel rendering del Markdown quando si usi un ambiente OS X rispetto alle applicazioni Android), è però qualcosa di più immateriale, se possibile, del software medesimo.

Ed è l’attitudine. La scelta del focus, se volete. Facciamo sempre questi due esempi, che sono uguali ed opposti, tanto per capire. iA Writer punta ad essere disponibile su ogni piattaforma (no, a parte il VIC 20, che ora ha un segmento di mercato abbastanza ridotto). In soldoni: c’è per OS X, iOS, Android e — ormai ci siamo — per Windows. Ulysses, per parte sua, si indirizza esclusivamente (e/o elitariamente…) al mondo Apple (OS X e iOS).

iA Writer con il suo sbarco su Windows rende — grazie al cielo!— anche il mio Surface 4 un attrezzo adeguato al mio lavoro di scrittore (suona alquanto pomposo, lo so, ma in fondo come bisogna chiamare uno che scrive?). E spazza via i piccoli residui di incertezza che ancora potevo avere, in caso li avessi avuti (forse sì, non è certo).
Solo Apple oppure Apple e resto del mondo? Niente di male o di esecrabile in entrambi i casi, ma è ovvio che tale scelta di fatto si ritaglia una porzione di mercato e specifici utenti, già di per sé. Se io mi trovo bene con il mio mix OS X + Android + Windows (Surface 4, appunto), è ovvio che Ulysses non potrà essere la mia prima opzione. Più articolato è il caso di chi si muove già dentro un ecosistema tutto Apple, in quel caso potrà scegliere solamente in base alle caratteristiche e al modello di business.

Ah, da non dimenticare. Per lavorare ovunque è necessario e sufficiente che il lavoro sia memorizzato sul cloud, come si dice oggi. iA Writer mi permette di appoggiare i files su Dropbox (o Google Drive) in modo di poterci accedere da qualsiasi dispositivo, in qualsiasi momento. E anche di sentirsi un po’ meno preoccupato del crollo randomico di qualche unità a disco, proprio nel momento in cui stai per mettere l’ultima parola sul manoscritto sul quale hai faticato per un congruo numero di mesi.

E’ un progetto attivamente sviluppato, e alcune nuove caratteristiche che stanno per essere implementate, me lo rendono ancora più piacevole.

Per cui, niente, la mia scelta è questa adesso.

Ora scusate, dovrei andare a scrivere.