venerdì 9 novembre 2018

Microsoft ed Android, prove tecniche di convergenza

In questi tempi di progressioni furibonde e di convergenza sempre più spinta tra fisso e mobile, c'è una cosa che mi pare particolarmente degna di nota. Una cosa da seguire con attenzione, in questo  nostro piccolo laboratorio. Del resto, ogni ipotesi e schema di convergenza è interessante. E' un allaccio di universi distinti, una strada di amicizia tra protocolli diversi. Un cammino che non è scontato a priori, ma è sempre una avventura.

Sappiamo bene della convergenza che è in atto da diversi anni, nell'interno del mondo Apple: chi ha un telefonino e un computer con il celebre marchio della mela morsicata, si trova piano piano a disporre di un ambiente integrato e sempre più omogeneo, con possibilità estesa di dialogo tra i vari apparecchi, con possibilità di riprendere il lavoro spostandosi da uno all'altro apparecchio, sincronizzazioni automatiche, e via di questo passo. Indubbiamente molto comodo.

Prove tecniche di convergenza (vabbè, con un po' di cammino...) 

L'altro lato della faccenda, è che se ti capita di mettere un piede fuori da questo ecosistema, iniziano le difficoltà, cominciano i guai.

Se poniamo (non sia mai) ti risolvi a ritornare su Android, per il tuo smartphone, ma ti mantieni più o meno aderente ai dettami Apple in quando computer e/o portatile, devi certamente venire a patti con una prevedibile difficoltà di interfaccia, tra i due mondi. Per esempio, se colleghi il tuo Android al tuo iMac, non ti aspettare che avvengano cose particolarmente audaci.

Infatti, non accade nulla.

Certo, puoi montare Android File Transfer, così hai accesso ai file del tuo telefono, da computer. Ma in modo parecchio spartano, peraltro.

Ovviamente, se invece colleghi l'iPhone all'iMac, ti si apre un mondo. Sempre secondo quanto è stato già stabilito da altri, però. Esempio, il trasferimento della musica lo fai solo attraverso iTunes, altrimenti te lo scordi proprio. Il filesystem dell'iPhone è peggio della materia oscura, del resto: non lo vedi proprio, per quanto lo cerchi. Al di là di questo, che può piacere o no: indubbiamente l'ambiente ti viene incontro per facilitarti in quel che devi fare.

In questo contesto, è degno di nota lo sforzo di Microsoft la quale - dopo aver abbandonato il tentativo di sfondare con i suoi Windows Phone (chi ce l'ha ancora?) - si sta applicando seriamente per realizzare una convergenza virtuosa tra il sistema Windows e i telefoni Android. Le ultime notizie vanno sempre più in quella direzione, ed è francamente incoraggiante, per chi (come me) ha fatto da tempo la scelta di rientrare in Android e ora si trova anche felice possessore di un sistema Windows, il Surface 4.

L'obiettivo di una reale convergenza tra sistemi in linea di principio eterogenei - perché Google e Microsoft sono ovviamente due entità diverse - è reso più facile dalla plasticità intrinseca del sistema Android, in contrasto con il capillare controllo che invece Apple detiene sul suo sistema mobile (anche qui, pro e contro, non ci dilunghiamo).

Concretamente? Su Android posso cambiare launcher, se mi stanco di quello "della casa". Posso scegliere tra varie possibilità, e cambiare secondo i miei gusti, o le mie risorse hardware. Questo lo dico ogni volta che un aficionado Apple (niente di male, lo sono stato anche io) inizia a magnificare la brillanza e l'omogeneità di iOS (la risposta ovvia che mi viene data, è "ma perché dovrei voler cambiare?").

Niente, a me piace cambiare. Sopratutto mi piace la libertà di poterlo fare.

Tornando a noi, la mossa intelligente di Microsoft - che prende fiato proprio dalla architettura più aperta di Android - è quella di aver ideato e distribuito Arrow, un suo launcher, ovviamente progettato per rendere possibile questa convergenza. E' da un po' che lo uso sul mio glorioso Galaxy Note 3 e devo dire che, convergenze a parte, è realizzato molto bene e in modo intelligente. E' facile configurarlo ed è un piacere usarlo.

E poi la convergenza comunque aumenta, aumenta ad ogni aggiornamento (e gli aggiornamenti sono parecchio frequenti), come si vede. Qui sotto, vedete come mi si presentavano le novità dell'aggiornamento più recente.



Così, mi piace e mi intriga questa ricerca di un ambiente comune per due entità in principio molto diverse (anzi, competitor), che trovano in questa convergenza, evidentemente, un mutuo vantaggio. Mi piace la scelta di Microsoft che, una volta accolta la sostanziale sconfitta del progetto Windows Phone, abbia imboccato una strada virtuosa e feconda: come dire, se non puoi batterli, allora fatteli amici. Se non puoi sconfiggerli, allora lavoraci insieme. 

E' sostanzialmente  - al di là di ogni retorica - un approccio aperto, pensato per interfacciarsi con chi è diverso, massimizzando le possibilità di contatto, di scambio. Lavorando a smussare le differenze, o meglio, a fare sì che non siano ostative di un vero rapporto di scambio, di una reale interazione.

Al di là dei motivi squsitamente commerciali (le ditte sono ditte, non enti di beneficienza) che potremmo ci sono e pure potremmo analizzare, mi piace approfondire, capire questa attitudine.

Per  far questo, infatti, devo avere un atteggiamento aperto verso l'altro, devo assorbirne i caratteri, il modo di essere, e sintonizzarmi di conseguenza. Devo prima guardare, capire, assorbire l'altro. Uscendo fuori dai miei schemi. Ci vuole disponibilità, concretezza, anche molta umiltà.

Lungi dal demonizzare il mio avversario, del dire - o pensare - me ne frego (come purtroppo capita), mi aspetta un paziente lavoro di ricerca di punto di contatto. Mi aspetta un lavoro di inedita relazionalità, nell'interesse comune. Un lavoro, probabilmente, che trova un suo specifico accordo con le linee di forza dell'universo (azzardo, lo so, ma è bello pensare così), poiché alla fine l'universo non è altro che un sistema relazionale, come ci dice il fisico Antonio Bianconi.

Tutte cose su cui è interessante riflettere. Tutte cose utili, a ben pensarci, anche fuori dall'ambito di computer e telefonini. Anzi, se possibile, molto più utili e fecondi esattamente fuori da tale ambito. 


martedì 30 ottobre 2018

Verso una rete multicolore?

Se nel post precedente abbiamo parlato della chiusura di Google+, l'unica vera possibilità di sfidare Facebook sul suo stesso terreno, dobbiamo dire però che anche quest'ultimo non se la passa molto molto bene.

Cioè, insomma.

E' sempre il primo social network al mondo. Il che non è poi male, come risultato. Però ci sono anche dei segnali, delle tendenze, che portano a pensare che, dopotutto, l'era Facebook sia in fin dei conti come le altre, ovvero abbia un inizio ma anche una fine. 

Segnali e tendenze che meritano attenzione.

Piccola parentesi. Così è stato, proprio così è stato, per l'epoca Yahoo! del resto. Il trionfo e la caduta del web uno punto zero è stato segnato dal percorso di questa azienda (i meno giovanotti se lo ricordano senz'altro). Tutto era di Yahoo!, ogni servizio valido era suo, in pratica. O se non era suo poco male: lo compravano, e lo diventava. Insomma, niente sembrava poter scalfire questo dominio. 

E poi... è andata come è andata. Sono arrivati Google, poi Facebook. I servizi Yahoo! sono (più o meno) ancora in giro, come fossili nell'ambra, quasi, come segni di un modo di intendere il web che non è più, che ora semplicemente, non è più.

La rete deve rifrangere ogni colore, in modo limpido, aperto, nuovo. 

Questo forse è il nostro problema, che è un problema percettivo, prima di tutto. Siamo abituati ad un orizzonte piccolo, troppo vicino. Noi siamo come schiacciati in un eterno presente, per quanto riguarda il web, tanto che rischiamo di non farci quasi più caso. Sì, la situazione può cambiare, per Facebook. Le voci critiche sul modo di operare del gigante dei social, sono sempre più numerose, e hanno diversi argomenti, anche piuttosto solidi.

Molti tra i più giovani hanno ormai abbandonato Facebook per Instagram, privilegiando un modo di comunicazione che avviene principalmente per immagini. Intanto, i problemi e le grane di Facebook - e non solo i dividendi - continuano a crescere.

Questo può essere visto anche con ottimismo, nella misura in cui si spera possa aprire l'epoca di una rete più poliedrica, portatrice di colori diversi, di modi e mondi diversi. 

Nel complesso, per quanto Facebook sia grosso modo sempre uguale a sé stesso, sono i tempi con i quali si deve confrontare, che cambiano. Dall'inizio dell'era Facebook, si è molto modificata la nostra coscienza critica sull'uso dei dati personali, per esempio. Siamo sempre più consapevoli che la tutela di questi dati è continuamente a rischio, in un word wide web così pervasivo e tecnologicamente evoluto. E siamo sempre più avvertiti del ruolo decisivo che un'entità come Facebook può giocare in contesti molto variegati e esterni al web, dalla scelta di che prodotti consumare all'esito delle elezioni politiche negli stati sovrani. 

Ci sono insomma segnali sempre più forti che ci dicono che le cose non possono andare avanti in questo modo. Abbiamo bisogno realmente di una rivoluzione nell'uso degli strumenti digitali. Una rivoluzione non violenta, lenta, ma reale. Per tanti versi, si capisce, chi è in posizione di potere cerca di mantenere lo status quo. Eppure è un lavoro difficile, sempre più difficile mano a mano che il contesto cambia, la percezione di rischi e benefici si allarga. La consapevolezza si diffonde. 

La grande rete è totalmente diversa da come era nel 2004, anno di nascita di Facebook. Ed è in continua mutazione, in mutazione accelerata. L'unica per sopravvivere, è reinventarsi continuamente, è essere trasparenti davvero, è essere aperti davvero. Abbandonando pretese monopolistiche perseguite in modi opachi. Sognare una rete varia e multicolore, governata da una vera pluralità di soggetti, deve essere quello che ci spinge, la visione. 

Trasparenza, apertura, disponibilità alla coabitazione con altri soggetti. Piace pensare che chi vince, alla fine, chi rimane, lo possa fare per queste qualità. 




martedì 9 ottobre 2018

Ciao ciao, Google +

Sono quelle cose che lo sai, lo senti, ad un certo punto devono accadere. E' nell'aria, insomma: anzi a volte ti domandi ancora perché non accade, perché non sia accaduto già. Così, quando mi hanno segnalato che Google+ avrebbe chiuso, in fondo, non mi sono stupito. 

Semmai mi sono stupito del fatto che non fosse già accaduto.



Scrivono adesso che il fatto è dovuto essenzialmente ad una falla di sicurezza. D'accordo, ma non mi convince del tutto. Del resto, Facebook ha avuto simili problemi, e sappiamo bene tutti come questo non abbia comportato alcun rischio di chiusura.

No, la cosa è un'altra. Questa semmai è l'occasione "giusta", quello che serviva, per chiudere. Alla fine lo dice Google medesima, quasi a mezza bocca.  Lo dice lei qual è la vera ragione:

the consumer version of Google+ currently has low usage and engagement: 90 percent of Google+ user sessions are less than five seconds

Dunque essenzialmente, chiude perché non è riuscita a sfondare. La gente non ci rimane, non ci dimora, su Google+. Viene qui, se viene, ma scappa altrove, subito. Su questo fallimento, ognuno può avere le sue idee. Essenzialmente, anche se ce lo aspettavamo, è una cosa che ci lascia l'amaro in bocca. Perché sancisce inequivocabilmente il primato di Facebook + Instagram, se vogliamo, le creature di Zuckerberg. E non ci dispiace perché non sono buone, o cose simili: in questa sede, tale argomento non lo consideriamo affatto. Ci dispiace perché non esiste più alcuna vera alternativa. Il progetto più credibile, quello con più investimenti alle spalle, sta sventolando bandiera bianca. La gente identifica sempre di più un social network con Facebook/Instagram, ormai. Non c'è verso di poter sviluppare un pensiero diverso.

Questo è abbastanza grave. 

Non c'è verso di pensare un modo diverso per far andare avanti le cose. Un modo diverso per gestire le community, i gruppi, le pagine. Non c'è più spazio per un pensiero differente. Siamo omologati sul modello di Facebook, sulle storie di Instagram. Tutte cose molto ben fatte, per carità. Ma quello che si è perso, si sta perdendo, è una modalità diversa di vedere le cose. 

Quando c'è un solo modo di vedere le cose, è comunque un impoverimento. Anche se quel modo fosse fantastico, fosse mirabolante. Già cinque anni fa parlavamo, in questo blog, di omologazione informatica, e ora non possiamo che ribadire questo concetto, ritornare su questo pericolo, sempre più reale. 

Il web del 2018 è un business molto strutturato, non c'è spazio per innovazione ed improvvisazione, non è il web di vent'anni fa. Google pure si adegua. Google che, dalla sua, ha già una lunga serie di servizi interessanti che ha drasticamente interrotto, da Wave, a Jaiku, a Buzz... esperimenti interessanti, a volte molto interessanti, che hanno visto una fine drastica e (in certi casi) prematura. 

Dobbiamo stare attenti. Vivendo dentro Facebook, dentro Instagram, senza nemmeno renderci conto, ne assorbiamo le regole, ci nutriamo del suo modo di vedere il mondo. A rischio è la varietà e la possibilità di un pensiero diverso, che sempre più non ha argini, non ha modalità espressive. E questo, lo ripetiamo, anche se Facebook fosse un ambito estremamente virtuoso ed esente da criticità (come non pare che sia, basti pensare al caso Cambridge Analytica). 

Questo incide sul nostro vivere, incide più di quanto saremmo portati a pensare. Avverte Marco Guzzi,  nel volume La nuova umanitàche "le tecnologie non sono semplici strumenti messi nelle mani di un uomo che se ne può servire come vuole restando comunque identico a se stesso, ma sono piuttosto pratiche complesse che plasmano e trasformano le nostre mani, e che quindi manifestano di volta in volta l'essenza storica (l'epocalità intrinseca) del nostro essere uomini."

Chi ha vissuto l'epoca gloriosa della nascita del web, ricorda bene come Internet fosse davvero un campo di eventi che, nei fatti, rappresentava un formidabile volano per la creatività e l'iniziativa di singole persone o di piccoli gruppi. Ora non è più così, ora per sfondare ci vogliono investimenti massicci e team molto preparati. Probabilmente è una mutazione inevitabile, e non servirà a molto, i questa o altre sedi, rimpiangere i bei tempi antichi.

Serve solo, e serve urgentemente, essere consapevoli del tragitto che sta percorrendo il web. Per non subirlo, o viverlo passivamente, ma esserne - per quanto è possibile - protagonisti attivi, avvertiti dei vantaggi e dei rischi. Davanti ad una prospettiva di omologazione totale, riprendere la libertà creativa d'essere uomini nuovi, di abbeverarsi comunque ad un progetto di nuova umanità. 

Uomini che usano il fatto tecnico, senza per questo esserne usati.