martedì 11 dicembre 2018

Anche Google nei podcast (e voi che aspettate?)

Direi proprio, finalmente. Una cosa che mancava all'ecosistema Android, che sta crescendo in maniera omogenea e robusta, era proprio una applicazione "ufficiale" per la gestione dei podcast. I quali per i pochissimi che non lo sapessero, sono una sorta di trasmissioni radio da fruire però on demand, perché si scaricano sul proprio computer - o sullo smartphone - e si ascoltano quando meglio si crede. Non sono una cosa nuova, certo, anche se c'è chi sostiene con qualche ragione che proprio adesso vi tocca iniziare ad ascoltarli sul serio. Peraltro, se vi annoio con questi è solo perché io li ho appena riscoperti, per un mio desiderio di maggior familiarità (eufemismo) con la lingua inglese (ma questo a voi non vi importi poi troppo). 


Google Podcast, dove faccio anche
la mia bella figura di ascoltare una cosa molto culturale
(la spiegazione della Sinfonia n.2 di Anton Bruckner)


Però andiamo con ordine. L'applicazione alla quale mi riferivo si chiama assai sobriamente, Google Podcast. Diciamo subito che se cercate un'applicazione semplice e minimalista - con tanto bianco intorno, diciamo - per iniziare l'avventura dei podcast, e che magari si sincronizzi ovunque siete presenti con il vostro account Google (ovvero, ovunque e basta), e che per giunta sia anche gratuita, questa va benissimo. E' perfetta. Certo magari non viene aggiornata a ritmi furibondi (l'ultimo aggiornamento è di giugno di quest'anno, tanto che un utente annota, sapidamente, che sembra un'applicazione fatta e poi un'attimino lasciata a macerare). Ma anche questo non vi deve preoccupare granché. C'è, è gratis, è mimimalista, funziona. Stop.

Se però poi vi capita che ci prendete la mano e il gioco inizia a piacervi, se magari li iniziate ad ascoltare anche in macchina collegando lo smartphone all'impianto dell'auto via bluetooth o diavolerie simili, allora magari Google Podcast vi può iniziare ad andare un poco stretta. Se volete programmare gli scaricamenti degli episodi, magari solo quando il telefono è su wifi e/o solo quando è collegato all'alimentazione, allora Google Podcast non può fare molto per voi. Non ancora, almeno. 

A me piace Pocket Casts (non solo perché ci riconosco parte del mio cognome e dunque coltivo l'illusione che sia stata sviluppata apposta per me). Con questa app (costa un pelino, ma vale la pena se vi sentite un attimo seri sui podcast), le opzioni sono veramente le più svariate: potete configurare l'autoscaricamento degli episodi a vostro gusto, la cancellazione di quelli vecchi secondo le vostre regole, e tante tante altre cose (che adesso non mi vengono in mente ma ci sono, eccome se ci sono). La versione attualmente sul Play Store di Google è la 6.4.15 e risale anch'essa a qualche mese fa, agosto 2018 per la precisione. Tuttavia ci sono segni importanti di una versione "7" che dovrebbe arrivare, io spero, al più presto anche da noi. 


Pocket Casts, dove forse non faccio una
altrettanto bella figura riguardo il titolo del programma
che è in ascolto (ma posso spiegare, naturalmente)

Da quanto vedo comunque la versione attuale si comporta egregiamente e ti regala quella libertà di programmare gli scaricamenti a tuo maggior agio, in modo che magari te li ascolti bello bello in macchina anche quando viaggi in zone dove la copertura di rete è ballerina o proprio non c'è (la tratta Roma - Monte Porzio Catone, che percorro quotidianamente per spostarmi dal luogo di casa al luogo di lavoro, per vostra informazione, è esattamente di questo tipo).

Un'altra cosa molto carina di Pocket Casts (che in realtà mi sarei atteso da quella di Google!), e che ho scoperto dieci minuti fa consultando dei siti per questa quasi-recensione, è che Pocket Casts ha una sua interfaccia web, dove (ovviamente se avete accettato di autenticarvi), potete ritrovare in buon ordine tutti i vostri podcast e fruirne direttamente da un qualsiasi computer collegato in rete (trovarne uno non collegato, è questo il difficile). Questa comoda interfaccia a dire il vero non viene propriamente gratis: tuttavia, la la cosa interessante è che non richiede l'ennesimo pagamento mensile, ma un pagamento "una volta per tutte" (o almeno così mi pare) di meno di dieci euro. Ci si può pensare in effetti (anche perché garantisce la sincronia con lo stato degli ascolti che avete sul vostro device portatile).

C'è anche una applicazione per Mac o Windows, a rendere il tutto più appetitoso.

Così appare l'applicazione Pocket Casts per Mac... 


Vabbè, poi di applicazioni per podcast ce ne sono tantissime, alcune gratuite, anche. Però a me questa piace molto molto. Quando è uscita quella di Google preso dall'entusiasmo e dalla voglia di normalizzarmi, in un certo senso, ho piallato Pocket Casts e mi sono buttato su quest'ultima. Poi però le sue odierne limitazioni mi hanno indotto a fare un passo indietro. Che magari è un passo avanti. 

Cioè perché poi alla fine il marchio Google non è che vuol dire sempre che stai usando il meglio. Alla fine Android è bello perché ti chiama in causa attivamente, c'è così libertà di scelta che anche ricadere sulle applicazioni di default piò non essere sempre la scelta migliore. 

Comunque sia, scegliete quel che vi pare, l'importante è trovare un buon podcast e cominciare ad assaggiarlo. Entrerete in una avventura che, decisamente, ha tutti i requisiti per poter durare. E a lungo. 

giovedì 6 dicembre 2018

Problemi di crescita, in fondo.

Decisamente, non sono finiti i guai per Facebook. E' notizia di ieri, una commissione del parlamento della Gran Bretagna ha diffuso un documento di 250 pagine che mostrerebbero come la società abbia agito in modo selettivo per avvantaggiare alcune società nell'utilizzo della piattaforma, a scapito di altre. 

Al di là delle responsabilità, da accertare, è comunque significativo che la società di Zuckerberg stia da tempo navigando in acque non troppo tranquille. E' probabilmente il segno di una epoca, di un cambiamento nel modo di vivere e pensare la rete, per cui una sola grande entità comincia a stare stretta a molti. Sì, siamo abituati a vivere dentro Facebook, ma iniziamo anche ad avere una sensibilità più accorta, più educata.  Diventiamo piano piano utenti con maggiore consapevolezza.

Nel contempo, il potere della società dell'informazione è molto cresciuto. Quello che può fare oggi Facebook, nel bene e nel male (nell'informare o manipolare) non ha semplicemente alcun confronto con quello che poteva fare due o tre anni fa. E dunque il potere che consegnamo nella mani di questa entità informatica diventa - inevitabilmente - sempre più grande.



E' significativo anche quello che sta accadendo da noi, con la corrosione progressiva degli strati intermedi, delle camere storiche di elaborazione, di costruzione di un senso. Come i giornali, e i giornalisti: strato appunto di produzione di un pensiero che si nutre di quanto avviene e ne restituisce un quadro, per quanto possibile, levigato, coerente. Magari di parte, comunque meditato. 

Il salto degli strati intermedi è tale per cui un politico (specie quelli di oggi), preferisce di gran lunga affidare il proprio pensiero ad un social network (Facebook, o Twitter) elidendo d'un colpo solo gli strati intermedi di elaborazione, che si ritrovano spesso - ironia della sorte - ad inseguire la notizia dopo che ha ormai già raggiunto gli utenti. Cercando poi di fornire quell'elaborazione ormai posticcia, che un tempo poteva venire offerta in debito anticipo sul fatto stesso, o almeno in compartecipazione con esso. 

Da Donald Trump al nostro Presidente del Consiglio, non si fa mistero di preferire questo canale così attrattivamente diretto per riferire ai simpatizzanti il proprio pensiero, la propria decisione su un argomento o un'altro. In questo modo però i social network guadagnano un potere ancora superiore, ancora più drastico, e una influenza diretta nella vita e nelle decisioni della gente. Questo nuovo potere è destabilizzante perché non arriva al termine di un processo ragionato e con una debita elaborazione concettuale, ma giunge come in vertiginosa salita, possiamo dire. Così che non è poi strano che possa provocare inciampi e incongruenze, come troppa benzina che arrivi di colpo ad un motore, progettato e concepito per un consumo molto più spartano.

Dopotutto Facebook partì, nell'ormai lontano 2004, come un progetto di uno smanettone,  ad uso e consumo esclusivo degli studenti dell'università di Harward. Adesso, dopo poco più di una decina d'anni - nonostante il periodo un po' problematico - si trova a detenere un posto di architrave nel sistema di informazione e comunicazione mondiale. Non troppo diverso il caso di Twitter, nato due anni dopo come sistema per inviare SMS ad un ristretto numero di persone. 

Ora Facebook e Twitter sono usati dalle persone più potenti ed influenti della Terra, per comunicare direttamente il proprio pensiero. 

Normale che di tanto in tanto presentino  qualche piccolo problemino, mostrino segni di qualche crisi di crescita. Vorrei vedere, voi. 

venerdì 9 novembre 2018

Microsoft ed Android, prove tecniche di convergenza

In questi tempi di progressioni furibonde e di convergenza sempre più spinta tra fisso e mobile, c'è una cosa che mi pare particolarmente degna di nota. Una cosa da seguire con attenzione, in questo  nostro piccolo laboratorio. Del resto, ogni ipotesi e schema di convergenza è interessante. E' un allaccio di universi distinti, una strada di amicizia tra protocolli diversi. Un cammino che non è scontato a priori, ma è sempre una avventura.

Sappiamo bene della convergenza che è in atto da diversi anni, nell'interno del mondo Apple: chi ha un telefonino e un computer con il celebre marchio della mela morsicata, si trova piano piano a disporre di un ambiente integrato e sempre più omogeneo, con possibilità estesa di dialogo tra i vari apparecchi, con possibilità di riprendere il lavoro spostandosi da uno all'altro apparecchio, sincronizzazioni automatiche, e via di questo passo. Indubbiamente molto comodo.

Prove tecniche di convergenza (vabbè, con un po' di cammino...) 

L'altro lato della faccenda, è che se ti capita di mettere un piede fuori da questo ecosistema, iniziano le difficoltà, cominciano i guai.

Se poniamo (non sia mai) ti risolvi a ritornare su Android, per il tuo smartphone, ma ti mantieni più o meno aderente ai dettami Apple in quando computer e/o portatile, devi certamente venire a patti con una prevedibile difficoltà di interfaccia, tra i due mondi. Per esempio, se colleghi il tuo Android al tuo iMac, non ti aspettare che avvengano cose particolarmente audaci.

Infatti, non accade nulla.

Certo, puoi montare Android File Transfer, così hai accesso ai file del tuo telefono, da computer. Ma in modo parecchio spartano, peraltro.

Ovviamente, se invece colleghi l'iPhone all'iMac, ti si apre un mondo. Sempre secondo quanto è stato già stabilito da altri, però. Esempio, il trasferimento della musica lo fai solo attraverso iTunes, altrimenti te lo scordi proprio. Il filesystem dell'iPhone è peggio della materia oscura, del resto: non lo vedi proprio, per quanto lo cerchi. Al di là di questo, che può piacere o no: indubbiamente l'ambiente ti viene incontro per facilitarti in quel che devi fare.

In questo contesto, è degno di nota lo sforzo di Microsoft la quale - dopo aver abbandonato il tentativo di sfondare con i suoi Windows Phone (chi ce l'ha ancora?) - si sta applicando seriamente per realizzare una convergenza virtuosa tra il sistema Windows e i telefoni Android. Le ultime notizie vanno sempre più in quella direzione, ed è francamente incoraggiante, per chi (come me) ha fatto da tempo la scelta di rientrare in Android e ora si trova anche felice possessore di un sistema Windows, il Surface 4.

L'obiettivo di una reale convergenza tra sistemi in linea di principio eterogenei - perché Google e Microsoft sono ovviamente due entità diverse - è reso più facile dalla plasticità intrinseca del sistema Android, in contrasto con il capillare controllo che invece Apple detiene sul suo sistema mobile (anche qui, pro e contro, non ci dilunghiamo).

Concretamente? Su Android posso cambiare launcher, se mi stanco di quello "della casa". Posso scegliere tra varie possibilità, e cambiare secondo i miei gusti, o le mie risorse hardware. Questo lo dico ogni volta che un aficionado Apple (niente di male, lo sono stato anche io) inizia a magnificare la brillanza e l'omogeneità di iOS (la risposta ovvia che mi viene data, è "ma perché dovrei voler cambiare?").

Niente, a me piace cambiare. Sopratutto mi piace la libertà di poterlo fare.

Tornando a noi, la mossa intelligente di Microsoft - che prende fiato proprio dalla architettura più aperta di Android - è quella di aver ideato e distribuito Arrow, un suo launcher, ovviamente progettato per rendere possibile questa convergenza. E' da un po' che lo uso sul mio glorioso Galaxy Note 3 e devo dire che, convergenze a parte, è realizzato molto bene e in modo intelligente. E' facile configurarlo ed è un piacere usarlo.

E poi la convergenza comunque aumenta, aumenta ad ogni aggiornamento (e gli aggiornamenti sono parecchio frequenti), come si vede. Qui sotto, vedete come mi si presentavano le novità dell'aggiornamento più recente.



Così, mi piace e mi intriga questa ricerca di un ambiente comune per due entità in principio molto diverse (anzi, competitor), che trovano in questa convergenza, evidentemente, un mutuo vantaggio. Mi piace la scelta di Microsoft che, una volta accolta la sostanziale sconfitta del progetto Windows Phone, abbia imboccato una strada virtuosa e feconda: come dire, se non puoi batterli, allora fatteli amici. Se non puoi sconfiggerli, allora lavoraci insieme. 

E' sostanzialmente  - al di là di ogni retorica - un approccio aperto, pensato per interfacciarsi con chi è diverso, massimizzando le possibilità di contatto, di scambio. Lavorando a smussare le differenze, o meglio, a fare sì che non siano ostative di un vero rapporto di scambio, di una reale interazione.

Al di là dei motivi squsitamente commerciali (le ditte sono ditte, non enti di beneficienza) che potremmo ci sono e pure potremmo analizzare, mi piace approfondire, capire questa attitudine.

Per  far questo, infatti, devo avere un atteggiamento aperto verso l'altro, devo assorbirne i caratteri, il modo di essere, e sintonizzarmi di conseguenza. Devo prima guardare, capire, assorbire l'altro. Uscendo fuori dai miei schemi. Ci vuole disponibilità, concretezza, anche molta umiltà.

Lungi dal demonizzare il mio avversario, del dire - o pensare - me ne frego (come purtroppo capita), mi aspetta un paziente lavoro di ricerca di punto di contatto. Mi aspetta un lavoro di inedita relazionalità, nell'interesse comune. Un lavoro, probabilmente, che trova un suo specifico accordo con le linee di forza dell'universo (azzardo, lo so, ma è bello pensare così), poiché alla fine l'universo non è altro che un sistema relazionale, come ci dice il fisico Antonio Bianconi.

Tutte cose su cui è interessante riflettere. Tutte cose utili, a ben pensarci, anche fuori dall'ambito di computer e telefonini. Anzi, se possibile, molto più utili e fecondi esattamente fuori da tale ambito.