lunedì 13 maggio 2019

Quindici anni dopo (un rischio da riscoprire)

Come passa il tempo! E non potrebbe iniziare in modo differente questo post. Ora che Gmail ha appena compiuto il suo quindicesimo anno, mi viene da ripensare ai primi momenti di vita, al suo esordio. Che io ho praticamente vissuto, insieme con lei.



Ricordo bene l'entusiasmo dell'inizio, di quando Gmail stava aprendo progressivamente al pubblico, e veniva distribuito ad inviti. Ogni iscritto aveva a disposizione, mi pare, appena una decina di inviti. Mi è stato detto che venivano anche messi in vendita su Ebay. La gente aveva davvero voglia di provare qualcosa di nuovo, per la posta elettronica. Si era nel 2004, ma già quel senso di novità premeva. Il protocollo email del resto è una delle cose più antiche che abbiamo nel campo delle comunicazioni telematiche, che resiste splendidamente anche a coraggiosi (e defunti) tentativi di innovazione



E quella trovata dello spazio disponibile, che aumentava piano piano? Una cosa in completo stile Google, ovvero con quell'idea di divertimento che aleggia anche su progetti su cui si punta molto. Ma era così. C'era un contatore, nella propria area email, che segnava momento per momento l'ammontare di spazio di archiviazione a cui si era arrivati. Tutto cominciò, come sappiamo, da 1 gigabyte, che a suo tempo sembrava uno spazio assolutamente immenso. A quel tempo, gli account gratuiti offrivano ambienti di qualche decina di megabyte, più o meno. Un gigabyte sembrava una cosa del tutto impossibile da riempire, nemmeno in una vita. Sappiamo bene che non è così, soprattutto al giorno d'oggi e con l'aumentare dei contenuti multimediali trasmessi anche via email; a quel tempo, la situazione era davvero diversa. 

E fu il mio inizio. Senza troppo sperarci, chiesi su un forum un invito a chi ne aveva disponibili, e mi arrivò (gratis, grazie al cielo). Così registrai subito il mio account m.castellani e iniziai, iniziai questa avventura. Da allora non sono più sceso da gmail, mi trovo bene e apprezzo molto le sue qualità. E' il sistema di posta elettronica, per me. 

Tanto più vero, da quando anche il mio istituto si è affidato a Google per la gestione della posta, e dunque anche i mail di lavoro li leggo sempre con la interfaccia Gmail (che uso da anni tramite l'ottimo e robusto MailPlane, che mi libera dal dover usare il browser per leggere i messaggi di posta, regalandomi la flessibilità e l'indipendenza di un programma dedicato).

Così Gmail ha assorbito integralmente le mie modalità di fruizione della posta elettronica; nel tempo, ha lavorato sui fianchi tutte le altre soluzioni e le altre possibilità. E' rimasta solo lei. Fino a che qualcuno oserà di nuovo, proporrà una visione più ampia, farà il prossimo passo avanti.

Ma ora, accantonata anche la parte più biografica, vorrei concludere con un piccolo pensiero, giusto per provare ad allargare lo sguardo.

Gmail è stato coraggioso fin dal suo sorgere. Innovativo in una grande quantità di modi, ha mostrato nel 2004 che su Internet c'era ancora posto per la creatività e per una sana innovazione. Ha costretto molte persone a ridefinire l'idea della posta elettronica, traghettandola definitivamente nel nuovo millennio.

Adesso il rischio è perdere questa spinta, lasciarla svaporare, acquietarsi su una rete che appare propagazione irriflessiva dello status quo e specchio troppo fedele dell'onnipresenza della pubblicità, unica entità veramente indiscutibile in un modo telematico, un tempo felicemente disordinato ed anarchico, ora troppo dominato da logiche commerciali. Una rete che - di conseguenza - è più che mai, alla ricerca di un senso.

C'è bisogno di rischiare qualcosa di nuovo, sulla rete. Rischiarla in nuova progettualità, delle aziende, delle associazioni, dei singoli. Perché a volte questo (ragionevole) rischio, paga. 

venerdì 26 aprile 2019

La puntina, che percorreva i solchi...

Mi rendo conto, sempre di più, che quello che per me è scontato, assodato, stabilito una volta per tutte, per altri può essere invece qualcosa di inedito, di non visto, di nuovo. Questo è l'impatto della tecnologia nel mondo di oggi, che quello che è normale (tanto normale che è inutile dirselo) per una generazione, può essere totalmente sconosciuto a quella successiva. 

Credo che sia una caratteristica peculiare di questo cambiamento d'epoca di cui spesso sentiamo parlare (qui ovviamente declinato in riferimento all'ambito tecnologico). Ogni cosa è drammaticamente accelerata, ogni cosa si gioca nello spazio ristretto di pochi anni, ogni cosa viene sostituita presto: non solo da nuovi strumenti, ma da nuove procedure, nuovi approcci, modi diversi di fare le stesse cose. Modi diversi di vederle, anche. 

Mi pare emblematico, in questo, il semplice caso dell'ascolto di musica registrata. 

Quello che facevo io, da (più) giovane, non è quello che si fa adesso. I (più) giovani, adesso, agiscono e pensano la musica, in modo totalmente diverso. 

Ma dobbiamo andare nel dettaglio, per capire. Mettiamoci all'inizio degli anni '80, facciamo, prima dell'avvento del Compact Disc (che è già modernariato di suo, adesso).  Cosa si faceva per ascoltare musica? Sì ovviamente c'era la radio, ma lì dovevi prendere quel che ti capitava. Ma se volevi proprio ascoltare un po' di prog rock, ad esempio, facilmente dovevi ricorrere ad altre fonti. 

No, Spotify non c'era. Perché nemmeno Internet, nemmeno quello c'era. 
Dunque nemmeno scaricare musica era un'opzione praticabile. 
Nemmeno pensabile, in realtà. 

La puntina che percorreva i solchi, la musica era questa un tempo... 

Facciamo un bel salto indietro, sprofondiamoci un poco nel secolo scorso, allora. Il tempo di compiere un'azione normale, quotidiana, come ascoltare un disco.

Quel ragazzo degli anni '80, allora, si avvicina alla sua preziosa collezione di vinili, la percorre con il dito, si ferma su un disco, proprio ciò che in questo momento lo attira di più. Lo estrae dallo scaffale e guarda la copertina. Abbastanza grande, per fortuna (altro che CD o peggio, la visualizzazione dentro Spotify). Abbastanza estesa da poterci entrare, da poter entrare con l'immaginazione dentro il disco, le sue atmosfere, le sensazioni degli ascolti passati, la promessa di un altro passaggio interessante. Ci si perde proprio, nelle copertine dei 33 giri. Sopratutto se sono apribili, così si raddoppia l'area interessata. 

Voglio dire, gli interni di Atom Heart Mother, o di Animals, per dire, sono ben più di qualcosa. 

Chi li ha vissuti, lo sa. 

E' un pregustare visivamente qualcosa che l'esperienza sonora avrebbe poi integrato, confermandolo.

E' un matrimonio gioioso tra esperienza visiva ed esperienza uditiva, per un'arte che anela a farsi totale.

Bene, il disco è scelto (lasciamo perdere i discorsi complicati altrimenti non ne usciamo). 

A questo punto quel ragazzo (quello di prima), estrae con cura il vinile, lo esamina in controluce (e pensa, ... ammazza quanta polvere...), prende uno straccetto apposito, afferra una bomboletta spray apposita, spruzza lo spray sul panno e così inumidito lo passa amorevolmente sulle facciate del disco. Dall'interno verso l'esterno, a spirale, come insegnano nelle riviste specializzate: con un movimento continuo, in modo da portare la polvere in fuori. 

Esaminato di nuovo il disco, ora gli appare più lucido. si può finalmente procedere.

Accende lo stereo, pone con attenzione il vinile sul piatto (lato A in alto, ovviamente), e con delicatezza appoggia la puntina del giradischi sui primi solchi, quelli più esterni (ad essere pignoli, ha anche spazzolato via la polvere dalla puntina con l'apposita spazzoletta di setole morbide). Alle prime note, consapevole che tutto sta andando bene, chiude lo sportellino di plastica trasparente, per evitare la caduta di altra polvere sulla facciata esposta del disco. Un po' di fruscio, a motivo degli ascolti ripetuti, ma la musica sta già iniziando. Ottimo. A questo punto ci sono un venti minuti circa (mediamente) in cui si può ascoltare senza dover fare null'altro.

Dopo tale tempo, finito il lato A (si capisce anche dal click che fa il braccetto del giradischi alzandosi e ritornando in posizione di riposo), si alzerà e girerà il disco, verificando che sia pulito, e ripetendo la procedura per l'ascolto. 

Avesse avuto poi voglia di nuova musica, questo stesso ragazzo non è che accendeva il computer e tanto tutta la musica era lì (come avviene oggi avendo una qualsiasi sottoscrizione ad un servizio di streaming). Macché. Doveva andare al negozio, entrare, respirarne l'aria, avvertire quel senso piacevole del pregustare il momento della scelta, il muoversi tra gli scaffali, il chiedere al commesso, lo sperare trepidamente che quel nuovo disco fosse già arrivato...

Anche scegliere al negozio, era una piccola avventura... 

Bene, spero si sia capito: c'era innegabilmente una certa ritualità in tutto il processo. 

Che aveva peraltro le sue leggi, i suoi vincoli. 

Per esempio, le playlist coincidevano con i vinili fisici che si possedevano. Ognuno è una playlist, se volete. E la cosa finisce lì. Non c'è modo facile per ascoltare in sequenza una serie di brani secondo una certa scaletta, modificarle l'ordine, aggiungere e togliere canzoni. Nulla di tutto questo. 

Nessuna playlist facilmente condivisibile su Spotify, insomma. Non parliamo poi di playlist collaborative. L'unica "playlist collaborativa" poteva consistere - volendo - nel mettersi con qualche amico intorno ad un tavolo (carta e penna muniti), decidere un elenco di brani, poi pazientemente riversarli su musicassetta, togliendo e mettendo i dischi e fermando il registratore durante le operazioni manuali necessarie tra un brano e l'altro. Una volta ci ho provato, a farmi una mia playlist. Una fatica improba, oggi peraltro assolutamente incomprensibile.

Ovviamente questa playlist, anche così pazientemente realizzata, non era facilmente modificabile. Al massimo, potevi aggiungere brani in coda alla cassetta, nel nastro rimasto vuoto. Ma cose come alterare l'ordine dei brani, beh era semplicemente fantascienza. 

Ancor più di estrema fantascienza (o anche oltre, io non ci pensavo affatto), l'idea di un sistema che ti suggerisca brani a tua misura, un sistema che impari i tuoi gusti analizzando le tue scelte musicali, e ti fornisca indicazioni sempre più precise. Addirittura, ti compili automaticamente delle scalette pronte per l'ascolto, senza che tu debba fare o decidere alcunché (Spotify lo fa, e immagino anche gli altri maggiori servizi di streaming). 

Tutto questo, certo, nemmeno nell'epoca dei CD, che pure hanno reso molto più veloce e a prova di errore, la procedure di ascolto dei dischi. Anche a prova di deterioramento, in un certo senso. O meglio, ovviato il deterioramento progressivo, analogico (gli scricchiolii che aumentano ad ogni ascolto, tanto più fastidiosi quanto più il passaggio musicale ha una dinamica ampia...), arriva però quello digitale, limpido ed assolutamente implacabile, assai più drastico e manicheo di quello precedente (graffia un po' un cd appena comprato e vedi se non puoi far altro che buttarlo). 

Per questa nuova gestione della musica,  a cui oggi siamo già praticamente abituati, ci voleva il matrimonio tra musica ed Internet. Ma il matrimonio doveva attendere, prima che uno dei due soggetti nascesse... e poi che diventasse maturo. 

Ora che tutto questo è avvenuto, senz'altro un modo nuovo di ascoltare musica sta diventando il modo normale. Un modo di ascoltare musica sempre più slegato dal supporto fisico, e sempre più smaterializzata, consistente in un flusso di byte che viaggia tra server, computer e telefonini, poi finalmente riconvertito in musica. 

Dove finalmente le cose si fanno interessanti.
Dove la tecnica lascia doverosamente 
il posto, all'arte. 

Come è sempre stato. 




lunedì 18 marzo 2019

Sassi e luci, quella storia che continua...

Mi è venuto in mente così, di riprendere quel post, e agganciarci questo tema. E mi sono accorto, prima di tutto mi sono accorto, rileggendolo, come io non sia cambiato quasi per nulla, o meglio non sia cambiato nel mio nucleo di convinzioni di base e punti di vista, in questo caso su certe  specifiche interpretazioni del fatto tecnico. 

Sono sempre quello, insomma: il che può essere un bene o un male (devo ancora deciderlo). In ogni caso, sono sempre quello che ha scritto quel post del febbraio di sei anni fa. Forse mi sono evoluto un po', speriamo. Comunque (se non altro) è l'argomento stesso che si è evoluto. E se nel 2012 bastava una lucina, per dare quel poco di informazione di base (molto, molto di base) ora la cosa può essere più elaborata, più completa, più sofisticata. Come ho imparato da poco. Ora c'è la funzionalità Always on Display.

E che io sappia, non c'è (ancora) nel mondo Apple. C'è chi la vuole, comunque. E giustamente. 

Che poi è logico, insomma. Cioè, che poi ormai non ci meravigliamo di nulla. Tipo, spendi più di mille euro per un telefono (che ci compravi un computer, nemmeno tanto male, con quella cifra), e poi ti ritrovi un qualcosa di bellissimo, moderno, avveniristico, sensazionale, mirabolante. 

Che quando non lo usi è come un sasso. 

Ovvero, è spento, chiuso, nero, zitto. Niente informazioni. 

E' mirabolante quando lo stuzzichi, lo digiti, lo manopoli. Ci fai cose. 

Se lo lasci lì da solo, se lo lasci a sé stesso, quello niente. Si chiude in sé, non ti dice più nulla.

Schermo nero nero, niente. Come un sasso, davvero.

Un sasso non presenta un display ricco di informazioni... 

Cioè, riassumendo.  Uno spende mille euro e passa per avere un sasso, la maggior parte del tempo?

Non so. A me piace il mio Galaxy A8(2018) anche per questo, perché quando non fa nulla, in realtà fa sempre qualcosa. Se guardo lo schermo ricavo delle informazioni. Senza dover toccare niente. Senza nemmeno che sappia che sto rivolgendo la mia attenzione proprio a lui.

Insomma, un po' come la antica lucina (che c'è ancora, non essendo appunto un iPhone che di queste luminarie non ne ha mai voluto sapere). Come lei, ma un po' meglio. Perché mi porta un po' più di informazione: oltre a sapere che c'è qualcosa di cui devo essere informato, mi dice anche che tipo di informazioni mi attendono.

Di che parla, un telefono in stand-by? 


Oltre a sapere che ore sono (che non fa mai male), infatti, mi presenta una lista delle applicazioni che hanno notifiche. Se aspetto un email importante, e sono in una riunione, posso evitare di riaccendere compulsivamente lo schermo del cellulare,  perché tanto  - non ci sono santi - se non compare l'icona della posta, vuol dire che il messaggio non è arrivato ancora (forse è il mittente che è in ritardo, chi lo sa). Sempre se aspetto questo ormai famoso email (sì, deve essere veramente importante), posso anche evitare di guardare ossessivamente il display per timore di non perdere l'istante in cui si attiva per segnalare l'arrivo del mail, per poi tornare al mutismo consueto (come dovrei fare, correggetemi se sbaglio, se possedessi un iPhone).

Sì, lo so, che vi domandate a questo punto, quanta batteria consumi. Avete ragione, ottima questione. E  beh, a quanto leggo, abbastanza poco, sui display AMOLED.

In realtà ho scoperto che può fare e mostrare anche altre cose, perché ci sono dei moduli installabili per modificare l'aspetto e le informazioni di questo Always on Display. E da quanto capisco, vi sono possibilità in queso senso anche per gli altri smartphone Android.

Peraltro, ho scoperto anche, che ho detto una cosa un po' inesatta, in apertura.Sì, perché se andiamo a vedere bene, l'idea non è assolutamente nuova, anzi ha ben più di qualche anno.

Ma è tutt'altro che stagionata, concederete.

E che sia utile, beh questo lo sanno anche i sassi.