giovedì 3 ottobre 2019

Lucio Battisti arriva su Spotify

Era molto, che molti di noi lo aspettavano. E credo si possa dire, si possa dire senz'altro, che da qualche giorno siamo tutti un poco più ricchi. Dal 29 settembre, per la precisione. Giorno in cui il catalogo del "primo Battisti" (quello del sodalizio con Mogol, che ha prodotto moltissimi indiscutibili capolavori), è approdato finalmente sulle piattaforme di ascolto in streaming. Ovvero, nel luogo esatto dove in questo momento storico, si ascolta la musica, principalmente. 

Verso la fine degli anni '60
Come ogni fan di Lucio Battisti già sa, anche la data di questo evento non è una data scelta a caso. Riprende direttamente il titolo di una sua celebre canzone, una delle prime, appunto. Comunque, che Lucio Battisti ci sia mancato, su Spotify (e simili servizi ovviamente), è per me la semplicissima verità. Che ci sia mancato molto, intendo.

Così se pur rimane, per me, il desiderio (o il sogno) di avere a disposizione il catalogo completo, comprensivo del secondo periodo di Lucio, quello in collaborazione con Pasquale Panella (tanto bello e luminoso quanto ancora sostanzialmente non compreso) c'è comunque tutta la gioia di avere intanto alcuni dei suoi album più celebri, finalmente disponibili sulle piattaforme di streaming. 

Che è davvero un arricchimento, per tutti. Non entro nel merito delle controversie legali che hanno tenuto le splendide melodie di Lucio lontane da Spotify e soci, non mi interessa qui. Dico soltanto che non sono per nulla d'accordo con chi ritene questa una commercializzazione e uno svilimento di alcuni degli album più belli della musica italiana. Au contraire! 

Pensiamoci un momento. Ormai l'ascolto in streaming è la modalità normale di fruire della musica, per moltissime persone. Iniettare le canzoni di Battisti in questo circuito è riportarle in un certo modo in vita, rimetterle a disposizione di tutti, veramente. Permettere che questa musica fluisca finalmente fuori dal contenitore del CD, che ormai (in termini di modalità di fruizione) comincia a mostrare tutta la sua età.

No, non è che averli su Spotify è semplicemente avere aperto un'altro canale di fruizione. E' che questo canale è particolarmente ricco e ha delle sue peculiarità. Brani come Emozioni, oppure Non è Francesca - brani che sono come la pietra angolare di tanta espressività musicale del nostro paese - di fatto, facendosi liquidi, circolando in forma di bytes nei circuiti musicali (ufficiali e legali) entrano di fatto nel regno dell'intelligenza artificiale, e di tutto quel che si può fare con essa.

Non sono ascoltabili soltanto come album, appunto. Ben altro, già li aspetta. Infatti, esplodono nei colori della modernità, che vuol dire che diventano il centro propulsore di compilations, playlist, "radio" tematiche, e ogni altra derivazione che i sapienti algoritmi dei servizi di streaming oggi possono proporre. Escono prepotentemente dal "compartimento stagno" del compact disc, sostanzialmente  e costituzionalmente refrattario ad ogni ibridazione e contaminazione, digitalmente asettico e in sé stesso conchiuso, e si aprono al resto del mondo (musicale), fecondano e fermentano una serie imprevedibile e quasi insondabile di possibili articolazioni. Tutte da indagare e da godere, per chi è appassionato. 

Insomma, il punto è che le canzoni di Battisti in qualche modo, crescono, con questo passaggio importante. Diventano qualcosa che non era nemmeno pensabile, nel momento in cui sono state concepite. L'arte che spiazza e decentra incontra la precisione informatica dei più sofisticati algoritmi, un matrimonio tra diversissimi che, forse proprio per questo, promette di durare ed essere anche molto fecondo.

Per dire, ora una delle tante playlist di musica italiana non sarà più costruita attorno ad una mancanza, ma guadagnerà senz'altro caratteri di integrità e completezza, mai azzardati prima di questo fine settembre.

E il consumo della musica di Lucio Battisti diventa anche tracciabile, monitorabile, indagabile. Alfine, esposto e disposto al data mining, in tutte le sue forme, presenti e future. Al momento che finisco di scrivere questo post, il conteggio delle riproduzioni dei brani più gettonati (termine alquanto desueto ma in fondo adeguato) del nostro, sono (guarda un po') quel 29 settembre nel quale tutta questa storia ebbe inizio (577.509) poi Mi ritorni in mente con 540.761 riproduzioni e appena dopo, immancabile capolavoro, Il mio canto libero (501.338 riproduzioni). Sono i tre brani che, all'alba del 3 ottobre, hanno passato il mezzo milione di riproduzioni. E sono passati appena quattro giorni e un pochino, dall'apertura del catalogo. C'è da scommettere che quando leggerete queste righe, i numeri che ho riportato siano già ampiamente superati.

Insomma. C'è bisogno di buona arte, di buona musica, di buon parlare, in questo mondo, troppo spesso asservito alla distrazione e al chiacchiericcio. Mettere Lucio Battisti in rete risponde (al di là delle ovvie logiche commerciali, sempre presenti) a questo bisogno, va in questa direzione. Dunque è una cosa bella, luminosa. Che fosse prudente "preservare" Lucio dai social, dalla rete, come dicono alcuni? Forse, in un certo senso. Teniamo conto però che troppo spesso la saggezza è solamente la prudenza più stagnante, come ci ricorda proprio il nostro cantautore (La collina dei ciliegi, ovvero qualcosa che sta alla musica popolare italiana, per lo splendido equilibrio, come una sonata per pianoforte di Mozart sta alla musica classica).

Aggiungendo, e quasi sempre dietro la collina il sole.

Quando avremo anche il catalogo del secondo Battisti, i meravigliosi cinque album con Pasquale Panella (tanto sperimentali quanto autenticamente godibili) avremo ancora un poco più di sole, nelle orecchie e sulla pelle, in ricircolo nel cuore. Per ora, godiamoci queste piccole gemme. Ironiche, scanzonate, profonde, canticchiabili. Diciamolo, eterne.

Grazie Lucio. Ci ritorni in mente, oggi più che mai.
E comunque, ci manchi.




martedì 24 settembre 2019

Il bello e (soprattutto) l'utile, nel testo digitale

Mi fermo volentieri sopra un articolo apparso su Kobo News (d'accordo, non un punto di vista esattamente imparziale sull'argomento) a firma di Enrico Pitzianti, perché si pone in modo un po' diverso rispetto alla vulgata corrente, sul fatto che la lettura su carta sia per molti aspetti, migliore o più "appagante" rispetto a quella che si può fare sui dispositivi digitali, come un lettore ebook. 

E' pur vero che in un certo senso, anche su questo blog, si è aperta qualche concessione alla specifica modalità della lettura su carta, cosa che non si intende ritrattare adesso. 


Leggere in digitale apre un mondo nuovo, ma non così sconfinato come sembra...

L'articolo è interessante perché si muove nell'ambito del pensiero complesso, che tiene conto della potenziale diversità dei fattori in gioco, della loro irriducibile variabilità. Ovvero, dire che un libro cartaceo "è meglio" semplicemente, è una semplificazione ormai inaccettabile. Dovremmo piuttosto dire che va visto, caso per caso. 
Un buon libro di solito viene con una copertina interessante, un titolo non banale, un packaging non troppo sciatto, ci fa presagire che ci sia qualcosa che vogliamo leggere, che ci interessa o ci serve sapere. Eppure i controesempi non si contano..
Il problema è tutto nel rapporto tra il contenitore ed il contenuto, e nel capire in che misura esiste e si sviluppa questo rapporto, in che percentuale questa fitta trama di scambio influenzi la fruizione del libro stesso. Abbiamo svincolato queste due entità, d'accordo: ma dobbiamo ancora abituarci alla faccenda. Ed è comprensibile, perché per secoli e secoli, il libro è stato definito, pensato, sognato, amato, nella sua (apparentemente) inscindibile unità di contenitore e contenuto, per l'appunto. 

lunedì 2 settembre 2019

I Beatles, e quell'odore della carta

Sono un po' esitante, perché in un certo senso già capisco che questo post si muove un po' in senso contrario a quanto abbiamo più volte scritto su queste colonne (improprio, ma mi piace scrivere su queste colonne..), in diverse occasioni, in merito al raffronto tra lettura su carta e lettura digitale. 

Perché nonostante tutto, io rimango un grande fautore della lettura digitale. E' qualcosa di bellissimo mettere nello zainetto un Kindle e con questo semplice gesto, portarsi appresso una buona frazione della propria biblioteca di casa. Centinaia di libri, tutti a disposizione. Dove puoi peraltro cercare come non hai mai osato fare (tipo, una specifica parola in tutti i tuoi libri... sfido a farlo con il cartaceo, sarebbe un lavoro enorme anche per una squadra di persone). E poi...

No, ma ritorno al tema. Qui voglio dirlo, ammettere una certa peculiarità del libro di carta. Quello che compri in libreria e sfogli, per capirci. 

Non è che mi sono riconvertito al cartaceo così, per approfondita riflessione. Non è così.

Soltanto, che oggi mi trovato al centro di Roma, per alcune incombenze, svolte le quali mi sono concesso una passeggiatina (avevo con me l'ombrello, dunque non sarebbe piovuto), fino alla Galleria Colonna (ora, Galleria Alberto Sordi). Lì sono stato attratto da Feltrinelli, come una mosca dal miele (non c'è verso). Vabbè che da quando ho il Kindle, uso la libreria solo come un elenco di suggerimenti... Comunque entro, gironzolo un po', respirando l'aria dei libri, che è sempre buona. Arrivo al terzo piano, in realtà cercando più la caffetteria che altro, ma mi imbatto in una piccola sezione di libri riguardanti la musica. 

Questa non si può trascurare. 

Dopo un po' - trovo tanti bei libri che regolarmente scarto perché costano troppo per le mie tasche - proprio quando stavo cercando un libricino (non troppo costoso) da portarmi via, magari trascinarlo in caffetteria e farci colazione insieme, trovo questo: un libricino (non troppo costoso) da portare via, da farci colazione e magari portarlo anche a casa. Ovvero,  abbastanza quello che stavo cercando. 

A questo punto, faccio una verifica sul cellulare, sperando che non ci sia su Amazon. Invece c'è. Allora, in seconda battuta, spero che non ci sia per Kindle, eccheccavolo, quando ne voglio uno (anche famoso) non c'è mai, questo invece chi lo conosce (senza offesa) e invece ...

Invece c'è. Maledizione. E risparmierei, non molto devo dire, comunque lo farei. 

Delusione. A questo punto la procedura di lavoro è delineata: dovrei lasciarlo lì, uscire dalla libreria (con o senza stop nella caffetteria) e poi comprarmelo per il Kindle mentre torno a casa, tramite lo smartphone. Tornando insomma a mani vuote, almeno nel senso più fisico della questione.

Però, però vediamo... (occhio, qui inizia la parlamentazione interna)... magari lo posso almeno portare con me a far colazione, poi si vedrà... Lo posso sempre rimettere a posto, dopo. Chi mi dice nulla? 

Esatto, questo si può fare, non è una violazione di nessuna mia regola interiore, non è scorretto, Marco daje, prendi 'sto libro dallo scaffale, deciditi. Prima di notte, insomma. 

Lo prendo, allora? OK,lo prendo. 

Arrivo alla caffetteria, che poi è proprio lì dietro, stesso piano, pochi metri distante dalla sezione musica. Ordino cappuccino e brioche e mi siedo, in compagnia del libro. Almeno questo tempo lo passiamo insieme tu ed io (gli dico, lui peraltro rimane abbastanza muto, pur essendo un libro di argomento musicale).

Beatles e cappuccino. Un connubio di grande impatto psichedelico.

Iniziamo a fare conoscenza, allora. E devo dire che qui il mio convincimento digitale inizia ad andare in crisi. Per le informazioni che arrivano con questo libro cartaceo, essenzialmente. Che non mi arrivano con la versione Kindle. Ma non intendo qui il solito profumo della carta (che poi tutto 'sto profumo non mi pare che ce l'abbia). Intendo cosa più banali, terra terra. 

La grandezza del libro, intanto. Il suo peso. Il grado di rigidità della copertina in cartoncino. Lo spessore delle pagine. E poi, sfogliando, la scelta del carattere tipografico (abbastanza grande che riesco a leggere senza occhiali, bene). Il tipo di carta, la sua specifica porosità. Poi qui di sono i disegni. Ecco, come sono intersecati allo scritto, in che pagine, che impressione globale mi danno. 

Sul Kindle tutto è ottimizzato, sapientemente ottimizzato: ma è sempre quello. Il tipo di carattere, la dimensione del libro, il peso ovviamente, insomma un libro è sempre uguale all'altro tranne che per quel che c'è scritto. Qui un libro vero è già diverso dall'altro a prescindere da quel che c'è scritto. 

Il punto interessante (per cui vi ho portato fin qui), è che quel che c'è scritto si imbeve del contesto, e ne riceve un profumo e una consistenza particolari. Quel che c'è scritto si contamina con il suo contenitore, e si realizza una unione particolare, non riproducibile in modo digitale. Una cosa non del tutto logica, leggermente psichedelica, per restare in tema Beatles.

Prendiamo una frase più o meno a caso. Ecco, prendiamo da pagina 18.
Da tutto il mondo ci si sarebbe recati tra i palazzi e le strane nebbiose della capitale inglese e a respirare la nuova aria che cominciava a circolare e ad avvolgere la vita delle nuove generazioni, influenzandone il modo di vivere, il modo di pensare, i rapporti sociali, le relazioni interpersonali, insomma ridefinendo un intero stile di vita. 
Ora, che io lo leggo sul libro, alla pagina che sta a sinistra, dove devo esercitare pressione perché il libro ancora abbastanza nuovo, non si richiuda, che lo leggo con questi caratteri tipografici, che intanto avverto l peso della parte destra che è ancora preponderante, il che a sua volta mi dice che ho appena iniziato (lo dice in modo analogico, ma lo dice), e me lo dice insieme allo sforzo moderato ma percepibile del pollice della mano sinistra, almeno fino a che non mi decido e come facevo un tempo "convinco" il libro (che ancora nutre indecisi rimpianti per il suo stato di previa verginità non essendosi ancora mai relazionato con un vero fruitore)  ad essere letto e a non richiudersi subito, passando energicamente la mano sul libro tenuto aperto, lungo la sua costola... 

Insomma, tutte queste metainformazioni mi arrivano allo stesso momento dei concetti della frase, e formano un tutt'uno alla mia percezione. Io leggo da tutto il mondo... e mentre penso ai Beatles questo concetto si arricchisce del colore leggermente giallino della carta, dei rapporti di peso che sento sulla mano, del contatto con questo oggetto. E questo influenza il mio modo di sentire, per parafrasare il brano citato, lo fa indubbiamente.

Ma tutto questo è avvenuto dopo, dopo aver superato lo scoglio, aver rischiato su questa domanda: lo compro o non lo compro, questo libro?

C'è voluta una scusa, per zittire il mio Catilina interno molto occupato a dirmi guarda Marco, guarda che la versione Kindle ti costa di meno... resisti alla tentazione di non uscire a mani vuote, non ti fare abbindolare... insomma ragiona, che ti costa rimettere questo libro sullo scaffale? Fai la cosa furba, falla... 

Non sapevo cosa rispondere. Alla fine mi è arrivata un'idea, forse non robustissima, ma è stata sufficiente. E le figure, i disegni, gentile signor censore? Lei ha ragione in generale, ma ... sappiamo tutti che i libri con figure rendono meglio su carta...

Non mi soffermo sulla robustezza di tale considerazione. Dirò solo, che grazie a quella sono riuscito. 

E stavolta, credo stavolta la cosa furba l'ho fatta, ma non quella che pensa lui.
Sono uscito, con il mio libro del Beatles, ancora in mano.

Un po' come ai vecchi tempi, un po' come allora.

I Beatles, secondo me, sono d'accordo: e questo già chiude ogni questione.