lunedì 17 settembre 2018

Google lo sa... ma si perde il meglio

Certamente, Google lo sa. Ma non intendo riferirmi alle classiche ricerche in rete, dove siamo ormai abbastanza certi che googlando qualcosa otterremo le informazioni che cerchiamo, o almeno ci avvicineremo abbastanza a trovarle. 

No, Google sa anche quello su cui noialtri, spensieratamente, lo riterremmo ignorante. Tanto per capirci, l'editoriale di PC Magazine del mese di settembre, si intitola significativamente Google sa sempre dove siete, e dove siete stati. Che vi piaccia o no! Il titolo è abbastanza preoccupante, ma leggendo l'articolo non si può dire che la preoccupazione sia infondata. 




Lo abbiamo visto diverse volte, siamo diventati in un certo senso noi stessi merce, nel senso che le informazioni su di noi (dove andiamo, cosa facciamo, cosa guardiamo e cosa pensiamo di comprare), hanno valore, sono monetizzabili. Non sempre questo è esecrabile, non è tutto negativo. Per esempio, io non vedo come una cosa brutta che mi arrivi pubblicità mirata ai miei interessi, e non sia esposto ad inserzioni di detersivi o assorbenti, per dire. Dall'altro lato, questa profilazione sempre più accanita un po' inizia a spaventarmi. 

E' chiaro che Google mi vuole conoscere, vuole conoscere i miei gusti, per ottimizzare l'offerta di vendita. Come qualsiasi commesso esperto, cerca di valutare chi è entrato in negozio per comprendere meglio a che tipologia di merce può essere interessato. Fino ad un certo punto, va bene. E' naturale.

Il problema è che la tecnologia diventa momento per momento più fina, più sopraffina, e questa analisi restituisce sempre più dati, mi riproietta nello spazio informatico come una serie complessa ed articolata di parametri. C'è dunque un problema di privacy, sicuramente. Ci sono soggetti commerciali come Google o Facebook che ogni giorno immagazzinano informazioni su di me, e sanno ormai più cose sul mio comportamento e sulle mie scelte di quante io stesso ne possa consapevolmente elencare. 

C'è però anche un problema più profondo, di percezione della persona. E' qui lo scarto drammatico, l'elisione totale di un aspetto, dell'aspetto più insondabile e misterioso della persona. Perché io vengo ridotto, rimappato, in una serie di comportamenti, e perdo ogni aggancio con il mistero in cui è intriso l'essere umano. Perdo il mio rapporto con il Tutto, il mio anelito di Infinito e di Senso: al mercato questo non interessa, nella misura in cui non influenza le mie scelte commerciali, o politiche (perché anche il mio orientamento politico viene mappato e subdolamente influenzato dalla rete, come recenti clamorosi casi insegnano).

Il rischio è che noi stessi iniziamo a pensare la concretezza dell'essere umano allo stesso modo degli algoritmi di Google e di Facebook. Che invece tracciano la parte meno interessante di noi, quella più istintuale, più prevedibile, più categorizzabile. Questo rischio, così grave, nasconde probabilmente un compito, non più dilazionabile. 

Avverte Marco Guzzi che Siamo chiamati a una rifondazione spirituale delle tecnologie, ad una mistica poetica, capace cioè di fare storia, e quindi anche a una inedita politica del Giorno Nascente. (La Nuova Umanità, pag. 114)

Ogni uomo è un mistero infinito. E questo Google non lo sa.
E quel che è peggio, molto peggio, è che non gli interessa. 

Starà a noi ricordarlo, ritrovarlo, questo infinito. E renderlo parola.
Renderlo di nuovo cercabile, incontrabile.

Così che anche Google, finalmente, se ne accorga.

martedì 4 settembre 2018

Venti anni dopo (i.e., sognare ancora)

No, non si parla del seguito del celebre romanzo I tre moschettieri, di Alessandro Dumas, ma del fatto che Google compie venti anni, e lo fa esattamente oggi. Questa è una delle (non troppo frequenti) occasioni in cui uno può utilmente vantare la sua età non proprio minima per articolare una riflessione ampia sul fenomeno. 

Se non altro, perché, insomma, lui c'era. 

Infatti. Io c'ero. Venti anni sono tanti. Vuol dire che molte persone sono nate e vissute interamente nell'era Google, non sperimentando quel che c'era prima. Per non parlare delle persone che non hanno ricordi dell'era pre-Internet. D'accordo. 

Ma ricordare l'epoca pre-Google è già, di per sé, scavare in un passato (informaticamente) remotissimo. Però può servire, può essere una testimonianza che non tutti possono produrre, di prima mano. Il fatto è questo, comunque: venti anni di Google inevitabilmente, rimandano a quel che c'era, prima

Oggi cercare qualcosa è totalmente sinonimo di usare Google (con buona pace di Bing e dei simili tentativi). E' automatico. Poi se uno cerca con Chrome, automaticamente chiama il motore di ricerca Google, quindi non se ne accorge nemmeno. 



Eppure, prima, era diverso. Prima c'erano altri motori. C'è stato un tempo che cercare su Internet era sinonimo di cercare con Altavista. A molti questo nome non dirà nulla, Altavista. Eppure era il motore di ricerca su Internet, senza alternativa. Era come Google adesso, pari pari. 

Poi venne l'epoca Yahoo!, o meglio di Internet 1.0. Era lo standard, Yahoo!, delle ricerche su Internet. E aveva piano piano costellato la sua offerta di tanti servizi aggiuntivi, gruppi, chat, giochi, storage (la famosa Valigetta Yahoo! antesignana di Drive, Dropbox, Onedrive e simili, repentinamente scomparsa). Tutte cose che sono appunto sparite o si sono congelate, come i Gruppi Yahoo!, residuo cristallino - quasi un fossile in ambra - una sorta di capsula  impermeabile dell'epoca uno-punto-zero piovuta qui fino a noi, in un tunnel informatico, stranamente persistente.



Poi venne appunto l'epoca Google, che è quella che stiamo vivendo (con aggiunta di Facebook, se vogliamo, Microsoft e pochissimi altri soggetti). Non sappiamo quanto durerà e non sappiamo cosa verrà dopo. Non è chiaro, nemmeno, come queste diverse fasi si avvicendino, quando e perché un soggetto commerciale ceda il passo ad un altro. 

Ma accade. 

Così i venti anni di Google in realtà ci interrogano, a livello più profondo, a capire come mai Internet si è sviluppato e polarizzato in questo modo, ovvero agglomerandosi intorno a pochissime entità commerciali molto potenti, sacrificando quella meravigliosa (e un po' anarchica) diversità che per molti begli anni è stata la sua principale caratteristica. 

Google ha venti anni e Internet, di suo, ha messo la testa a posto. Anche troppo, secondo alcuni. Ha rinunciato ai sogni, ha abbracciato la logica commerciale (ormai intesa come inevitabile ed incontrastabile), ha perso iniziativa e spontaneità, ha depennato agevolmente l'entusiasmo degli inizi, dove bastava una buona idea per realizzare un progetto di successo sul web. Del resto, oggi il web è così complicato che nessuno, da solo, può sognarsi di realizzare niente. 

Sarà una crescita, sicuramente, ma c'è anche tanto rimpianto, tanta nostalgia dei tempi passati. Google è maturo, ma noi ci permettiamo di rimpiangere i tempi in cui era ancora bambino.

Tempi in cui fiorivano mille e mille progetti, in cui ogni giorno sul web si incontrava, davvero,  la creatività in azione. Oggi il commercio ha preso il posto dell'inventiva, non si sogna più come un tempo. E' un business, Internet, non una palestra di invenzioni. 

I giganti hanno spazzato via la panoplìa allegra ed irregolare dei piccoli. 
Forse, un'altra epoca può arrivare, deve arrivare.

Se non smettiamo di sognare, però.


martedì 28 agosto 2018

Perché stiamo su Facebook?

In questo piccolo blog, ci siamo occupati spesso di Facebook, e dei social network in generale. E come potrebbe essere altrimenti, verrebbe anche da chiedere, vista la pervasività che ha assunto negli ultimi anni il fenomeno social. Lo sappiamo, lo sappiamo bene: è qualcosa che è entrato irresistibilmente come abitudine nella nostra vita quotidiana, qualcosa alla quale abbiamo fatto spazio, perché evidentemente rispondeva ad un bisogno, ad una esigenza. 

La nuova umanità, la figura di uomo moderno che si sta faticosamente facendo strada, ha come incorporata una esigenza di comunicazione a largo spettro, che superi le distanze e le differenze tra le persone, che si aggreghi intorno ad alcuni poli di interesse, che possa farci sentire insieme durante gli eventi e attraverso le difficoltà. 

Chiunque abbia figli in età adolescenziale (e anche più grandi) osserva come ormai naturalmente essi si muovono nello spazio social che le varie piattaforme offrano, di come spesso lo integrino nella loro vita quotidiana che (a parte casi patologici) si svolge tanto online quanto offline, in un ibrido che coinvolge le diverse opzioni senza apparente soluzione di continuità: si va ad un evento e si prosegue online con le foto e i commenti, si rinforza la connessione sociale trovandoci online con le persone che conosciamo e con le quali abbiamo condiviso qualcosa nella vita reale, ci si mette d'accordo magari attraverso un gruppo WhatsApp per vederci da qualche parte, e così via. 

Maturare una nuova consapevolezza nell'uso di Facebook, sarà tutto a nostro vantaggio... 

Tutto questo, di cui volutamente ho sottolineato la parte virtuosa, non deve farci dimenticare che c'è anche una riflessione importante da portare avanti, ed è più urgente che mai. Ora che la  gioiosa ed un po' anarchica frammentazione informatica degli anni della giovinezza di Internet si è risolta calamitando i servizi intorno a pochissimi grandi poli (Google, Apple, Amazon, Facebook...), le preoccupazioni di un controllo e di una influenza sulla nostra vita (vedi il recente caso di Cambridge Analitica) ad opera dei nuovi potenti, non è più una nostalgia da complottisti, ma ha seri motivi per essere indagata, con serena pacatezza ma anche con grande attenzione. 

Il problema è - scarnificando all'osso - se questo ecosistema garantisca la fioritura di un pensiero diverso da quello tecnico-commerciale di cui sostanzialmente si innerva questa struttura di byte che avvolge ormai tutto il nostro quotidiano. Non dimentichiamo che tutti questi servizi sono infatti prima di tutto, appunto, servizi commerciali e dunque il loro primo interesse è quello di realizzare profitto. Per la maggior parte dei casi, noi non paghiamo alcuna quota, e dunque il valore che portiamo, è ben noto, sono i nostri dati, ovvero la nostra stessa vita, rimappata in cifre e tabulati. 

Dunque è bene fin da ora non cavalcare acriticamente il fenomeno, ma sviluppare e rinforzare via via  una riflessione critica che, senza demonizzare inutilmente la tecnica moderna e le sue irrinuciabili acquisizioni, ci permetta di acquisire una consapevolezza più globale, di questo cambiamento di epoca, del quale i mezzi di comunicazione informatica sono un segno molto forte. 

In questa direzione si muove una interessantissima puntata di Eta Beta, trasmissione su Radio Uno condotta da Massimo Cerofolini, che allarga la riflessione su Facebook all'ambito filosofico ed anche spirituale: un felice ampliamento che probabilmente il fenomeno stesso impone, se non si vuole rimanere in una analisi ristretta, lacunosa e alla fine inefficace. Questo è possibile grazie agli ospiti d'eccellenza,  tra i quali Marco Guzzi (filosofo, poeta, fondatore dei gruppi Darsi Pace, autore del volume Facebook, il profilo dell'uomo di Dio) e Luciano Floridi, filosofo dell'università di Oxford e autore del libro La quarta rivoluzione, come l'infosfera sta trasformando il mondo. 

Vi invito ad ascoltare il podcast della puntata, perché proprio da una analisi ad ampio spettro come questa, possono venire spunti utili per incrementare la propria consapevolezza, per stare dunque su Facebook finalmente come cittadini e non come sudditi. Il problema è infatti anche politico, come viene correttamente indicato nella parte conclusiva del programma. Scoprire, o riscoprire questo, alla luce delle parole di costruzione spese nella trasmissione, è necessario ed improcrastinabile. 

Tutto ciò, direi, proprio per garantire più spazio alla nostra libertà, alla nostra libera espressività, che alla fine è l'unico vero valore che potrà mai utilmente circolare su Facebook. Come su ogni altro social, presente o futuro.