martedì 9 febbraio 2021

Apple come IBM?

Forse sì. Può essere così. Aria di rivoluzione, cantava Franco Battiato molti anni fa. E le rivoluzioni vanno e vengono. Che Apple sia stata un fermento di vera rivoluzione, negli anni passati, è indiscutibile. Che lo sia ancora adesso, forse, non è così certo.

E' possibile che dopo la dipartita del folle tiranno visionario Steve Jobs, il fermento di rivoluzione si sia sempre più affievolito? Fino magari a spegnersi? Che abbiano vinto definitivamente le logiche di mercato? Che insomma Apple sia diventata una azienda "tranquilla", volta al mantenimento dello status quo, senza desiderio di rischiare, un po' come una IBM ben assestata, insomma?

Apple, una rivoluzione ormai al termine?


Un’azienda certo dedita alla produzione di oggetti di alto livello (ad un costo studiatamente esclusivo), ma senza quella spinta innovativa che l’ha resa celebre? E con un orientamento decisamente volto a ritagliare dei margini ben precisi di intervento sulle proprie macchine, per giunta?

A volte si ha come l'impressione che la società funzioni come la Apple, che non voglia lasciarci prendere un cacciavite e guardare all'interno per capire da soli che cosa non va. (Matt Haig, Vita su un pianeta nervoso)

Ci pensano loro se qualcosa non va. Sono bravissimi, ma devi lasciarli fare. Tu, non impicciarti. Se non funziona qualcosa, loro te la cambiano. Alla fine questa cosa è frustrante.

Non so. Quando la rivoluzione si piega alla sua conservazione, contraddicendosi in essenza, di solito iniziano i guai. Aver messo a punto finissime strategie per pompare denaro nelle proprie casse è comprensibile, un po’ meno non usare veramente di questa presunta diversità per innescare un moto di cambiamento, oltre la pura logica di mercato.

Tutto è troppo equilibrato in Apple, insomma. Siate affamati siate folli diceva Steve nel suo più celebre discorso (quello sì, da rileggere). Qui più che fame c'è una moderata soddisfazione, come un po' un appetito spento. C'è un recinto dorato, fatto (certo) di tante belle cose software e hardware, poco permeabile verso l'esterno, che viene in effetti la tentazione di chiudervisi dentro. 

Ma sbaglieremmo.

Perché c’è un mondo da cambiare, in effetti. Non basterà un brand a darci la sensazione consistente che lo stiamo facendo, non basterà neanche credere di pensare differente. Ma questa, naturalmente, è un’altra questione.

sabato 9 gennaio 2021

Termini di servizio

Intorno a tutto il clamore per la chiusura dell'account Twitter di Donald Trump mi pare vi sia un fraintendimento. Soprattutto da parte di chi grida alla "censura". Ragazzi, ci stiamo forse dimenticando una cosa semplice, ma essenziale. Twitter, Facebook (e gli altri) non sono servizi pubblici, sono aziende private che fanno quel che fanno per un ritorno economico, non certo per garantire una prestazione di pubblica utilità.

In nessun modo essere "bannati" da un social equivale ad essere censurati (se lo si percepisce così è perché il nostro mondo è dopato dalla comunicazione su Internet). Usando l'infrastruttura di un social per pubblicare i nostri pensieri, siamo semplicemente (piaccia o no) ospiti e mai padroni di casa (e i nostri dati, parimenti). Ogni social come Twitter ha i suoi termini di servizio in base ai quali, peraltro insindacabilmente, può decidere di metterti alla porta. Termini di servizio che ognuno di noi, incluso Donald Trump, ha dovuto formalmente accettare al momento dell'iscrizione.

Così, se è ipotizzabile che una autorità pubblica possa intervenire per chiedere di oscurare determinati account (incitamento alla violenza, terrorismo etc) non mi pare ugualmente pensabile che si possa pubblicamente protestare quando questo oscuramento viene deciso dal servizio medesimo. Io, rappresentante della collettività, posso dirti cosa non devi pubblicare, non posso certo dirti cosa devi pubblicare, in pratica. Decidi tu, sono i tuoi server. Dopotutto, è casa tua.

Le regole le fa il padrone di casa... 


Infatti, se ci guardate bene, Twitter dice che l'account di Donald è bloccato per violazione dei termini di servizio. Questo è. La cosa strana anzi è che non sia accaduto prima (sarebbe un altro argomento da sviluppare).

Nessun problema, dunque? No, il problema c'è, ed è grande. Ma non è legato direttamente alla censura. Viene detto molto bene in questo tweet di Licia Troisi.

Eccolo qui, il vero problema.

giovedì 7 gennaio 2021

Le vaccate e la lotta

Decisamente interessante il fondo di Luca Sofri significativamente titolato Vaccate apparso pochi giorni fa su Il Post. Riguarda qualcosa che interessa ognuno di noi, riguarda l'abbattimento verso il basso di tanta comunicazione.

... del meccanismo democratico si sono impadroniti in questi anni coloro che ne hanno capito i trucchi (una cattiva informazione, un lavoro di propaganda menzognera, una celebrazione dell’ignoranza e dell’egoismo, lo rendono sterile e fallimentare), e le leggi del libero mercato in assenza di principi etici generano mostri e ingiustizie, lo sappiamo da secoli.

Che sia la pubblicità che domina l'universo neoliberista è ben noto. Che sia il vero pilastro intorno a cui tutto si organizza, l'unica cosa indiscutibilmente vera in questa distorsione di priorità e di valore in cui siamo da tempi immersi. 

Più bravi noi di loro, a fare vaccate... 

Quello che a volte ci manca è il desiderio concreto di uscirne, e prima ancora meglio la percezione che sia possibile uscirne. There is no alternative è la risposta usuale del nostro cervello davanti a questioni del genere. Raramente ci viene da pensare che possa essere una menzogna, che ripetiamo a noi stessi. Che si può lavorare verso qualcosa di nuovo, di diverso, di migliore. Iniziando proprio dal linguaggio, dall'uso delle parole, che è poi il vero tema dell'intervento di Sofri.

La vera vaccata sarebbe questa, dopotutto. Rinunciare a cambiare.