lunedì 18 marzo 2019

Sassi e luci, quella storia che continua...

Mi è venuto in mente così, di riprendere quel post, e agganciarci questo tema. E mi sono accorto, prima di tutto mi sono accorto, rileggendolo, come io non sia cambiato quasi per nulla, o meglio non sia cambiato nel mio nucleo di convinzioni di base e punti di vista, in questo caso su certe  specifiche interpretazioni del fatto tecnico. 

Sono sempre quello, insomma: il che può essere un bene o un male (devo ancora deciderlo). In ogni caso, sono sempre quello che ha scritto quel post del febbraio di sei anni fa. Forse mi sono evoluto un po', speriamo. Comunque (se non altro) è l'argomento stesso che si è evoluto. E se nel 2012 bastava una lucina, per dare quel poco di informazione di base (molto, molto di base) ora la cosa può essere più elaborata, più completa, più sofisticata. Come ho imparato da poco. Ora c'è la funzionalità Always on Display.

E che io sappia, non c'è (ancora) nel mondo Apple. C'è chi la vuole, comunque. E giustamente. 

Che poi è logico, insomma. Cioè, che poi ormai non ci meravigliamo di nulla. Tipo, spendi più di mille euro per un telefono (che ci compravi un computer, nemmeno tanto male, con quella cifra), e poi ti ritrovi un qualcosa di bellissimo, moderno, avveniristico, sensazionale, mirabolante. 

Che quando non lo usi è come un sasso. 

Ovvero, è spento, chiuso, nero, zitto. Niente informazioni. 

E' mirabolante quando lo stuzzichi, lo digiti, lo manopoli. Ci fai cose. 

Se lo lasci lì da solo, se lo lasci a sé stesso, quello niente. Si chiude in sé, non ti dice più nulla.

Schermo nero nero, niente. Come un sasso, davvero.

Un sasso non presenta un display ricco di informazioni... 

Cioè, riassumendo.  Uno spende mille euro e passa per avere un sasso, la maggior parte del tempo?

Non so. A me piace il mio Galaxy A8(2018) anche per questo, perché quando non fa nulla, in realtà fa sempre qualcosa. Se guardo lo schermo ricavo delle informazioni. Senza dover toccare niente. Senza nemmeno che sappia che sto rivolgendo la mia attenzione proprio a lui.

Insomma, un po' come la antica lucina (che c'è ancora, non essendo appunto un iPhone che di queste luminarie non ne ha mai voluto sapere). Come lei, ma un po' meglio. Perché mi porta un po' più di informazione: oltre a sapere che c'è qualcosa di cui devo essere informato, mi dice anche che tipo di informazioni mi attendono.

Di che parla, un telefono in stand-by? 


Oltre a sapere che ore sono (che non fa mai male), infatti, mi presenta una lista delle applicazioni che hanno notifiche. Se aspetto un email importante, e sono in una riunione, posso evitare di riaccendere compulsivamente lo schermo del cellulare,  perché tanto  - non ci sono santi - se non compare l'icona della posta, vuol dire che il messaggio non è arrivato ancora (forse è il mittente che è in ritardo, chi lo sa). Sempre se aspetto questo ormai famoso email (sì, deve essere veramente importante), posso anche evitare di guardare ossessivamente il display per timore di non perdere l'istante in cui si attiva per segnalare l'arrivo del mail, per poi tornare al mutismo consueto (come dovrei fare, correggetemi se sbaglio, se possedessi un iPhone).

Sì, lo so, che vi domandate a questo punto, quanta batteria consumi. Avete ragione, ottima questione. E  beh, a quanto leggo, abbastanza poco, sui display AMOLED.

In realtà ho scoperto che può fare e mostrare anche altre cose, perché ci sono dei moduli installabili per modificare l'aspetto e le informazioni di questo Always on Display. E da quanto capisco, vi sono possibilità in queso senso anche per gli altri smartphone Android.

Peraltro, ho scoperto anche, che ho detto una cosa un po' inesatta, in apertura.Sì, perché se andiamo a vedere bene, l'idea non è assolutamente nuova, anzi ha ben più di qualche anno.

Ma è tutt'altro che stagionata, concederete.

E che sia utile, beh questo lo sanno anche i sassi. 


mercoledì 6 marzo 2019

Una nuova Europa digitale

Sono momenti particolari, quelli in cui viviamo. E' proprio un'epoca straordinaria, unica. Dove il dato digitale orma interferisce con la vita reale nel senso che influisce - con inedita decisione - su quest'ultima. Il digitale, la grande rete (diciamo, Rete), è un mondo che innerva il nostro mondo, in una rete biunivoca di infinite corrispondenze. 

Avendo vissuto un'epoca in cui praticamente nessuno si occupava della Rete e dei fenomeni ad essa collegati, che pure sono stati vivi fin da subito, trovo significativo che ormai la stessa Rete trovi spazio in ogni serio documento che, dai punti di vista più disparati, si ferma ad analizzare lo stato delle cose e le possibili soluzioni per un cambiamento. 

Non fa eccezione il recentissimo manifesto di Emmanuel Macron intitolato "Per un Rinascimento Europeo" che è stato pubblicato in diverse lingue (tra cui quella italiana) sul sito dell'Eliseo. Non ci interessa in questa sede entrare in una analisi politica del testo, non è assolutamente nostro compito o nostro obiettivo. Stiamo al nostro focus che è di analizzare ciò che accade dal punto di vista specifico di come la tecnologia entra e modifica il quotidiano. 

L'Europa, è anche una serie di connessioni, è una autostrada digitale.
Da tenere pulita, aperta, libera, neutrale. 

In tal senso, il documento ha alcuni passaggi di deciso interesse. Nel paragrafo Difendere la nostra libertà, in esso si può infatti leggere
Il modello europeo si fonda sulla libertà dell’uomo, sulla diversità delle opinioni, della creazione. La nostra prima libertà è la libertà democratica, quella di scegliere i nostri governanti laddove, ad ogni scrutinio, alcune potenze straniere cercano di influenzare i nostri voti.
Ed è chiarissimo il riferimento a come i social media siano stati recentemente usati (e possono esserlo, sempre e di nuovo, in modi più o meno leciti) per influenzare l'opinione pubblica in un ambito così delicato come quello elettorale. Usati da privati e da potenze straniere. Riconoscerlo è un primo modo di difendersi: riconoscere il problema è un primo passo verso la soluzione.
Propongo che venga creata un’Agenzia europea di protezione delle democrazie che fornirà esperti europei ad ogni Stato membro per proteggere il proprio iter elettorale contro i cyberattacchi e le manipolazioni. In questo spirito di indipendenza, dobbiamo anche vietare il finanziamento dei partiti politici europei da parte delle potenze straniere. 
Si delinea infatti una strada possibile. O almeno, si individua un percorso possibile per una soluzione. Soprattutto, si mette in luce correttamente un problema.
Dovremo bandire da Internet, con regole europee, tutti i discorsi di odio e di violenza, in quanto il rispetto dell’individuo è il fondamento della nostra civiltà di dignità.
Questo, infine, potrà sembrare utopistico per taluni. O forse potranno sembrare belle parole. Trovo comunque saggio e interessante che venga scritto nero su bianco, che venga - per così dire - individuato chiaramente questo bisogno.  

Si dice in un altro punto del documento, che 
L’Europa, sono anche quelle migliaia di progetti quotidiani che hanno cambiato il volto dei nostri territori, quel liceo ristrutturato, quella strada costruita, l’accesso rapido a Internet che arriva, finalmente. Questa lotta è un impegno di ogni giorno perché l’Europa come la pace non sono mai acquisite. 
Quel finalmente, mi pare, balza fuori come una concessione quasi al parlato, rispetto alla struttura formale del documento. Ma dice bene come i nostri bisogni di connessione, di comunicazione, passino in maniera sostanziale nella Rete. E che bisogna tutelarne l'ambito, dissodarla e coltivarla come un giardino, perché appunto anche la sua pulizia non è mai acquisita. 

Ma è bello metterlo a tema e lavorarci, è sano.
Verso qualsiasi parte politica si propenda. 

martedì 29 gennaio 2019

Una formazione per il mondo digitale

Davvero interessante la prima puntata del 2019 di Eta Beta, la trasmissione di Radio 1 condotta da Massimo Cerofolini, sull'ambigua spiritualità del web. Con Massimo, erano in dialogo Marco Guzzi (filosofo, fondatore dei gruppi di ricerca interiore Darsi Pace), Vito Mancuso (teologo, autore del libro La via della bellezza) e Paolo Benanti (docente di Etica delle tecnologie all’Università Gregoriana e autore di Realtà sintetica. Dall'aspirina alla vita: come ricreare il mondo?).

Difficile, farne un resoconto. Anzi, improponibile. D'altronde, con ospiti di questa natura si crea invariabilmente una rete di connessioni e di ramificazioni di pensiero, tali che una semplice puntata di una ventina di minuti è sufficiente appena ad aprire delle piste, a suggerire degli approfondimenti, e non certo a ragionare esaustivamente sul tema - peraltro di per sé stesso davvero importante e complesso, anche profondamente controverso.

Dunque il rimando all'ascolto attento della puntata è tutt'altro che di prammatica, ma risulta fondamentale, proprio per sviluppare autonomamente quelle parti che risultano più risonanti, nelle proprie corde interiori.



Personalmente, mi ha colpito molto il comprendere come anche la fede cambia con l'avvento del digitale: non è mai da intendere come un universo a sé stante (e come potrebbe, del resto?) ma riflette e riverbera ogni impulso, ogni segnale che attraversa il mondo "secolare". La spiritualità autentica è sempre in dialogo con il mondo, e non è impermeabile nemmeno a quelle acquisizioni della tecnica che rimodulano potentemente il nostro approccio con il reale (e va da sé che Internet e l'avvento dei social network è proprio una di queste).

Importante notare come questa riflessione avvenga in un momento della storia in cui l'entusiasmo incondizionato per le possibilità e la "virtuosità" della rete mondiale - rispetto a ad alcuni anni fa - è drasticamente calato, tanto che tra i propositi del nuovo anno, può starci (e ormai nessuno si meraviglia) quello di "usare meno Internet", come recita un articolo pubblicato su Internazionale.

Ma il ventaglio di proposte (perché le intenderei esattamente così, come proposte lasciate al libero approfondimento) della puntata è assai vasto. Penso ora a certi temi sollevati da Guzzi, penso all'irriducibilità della coscienza umana ad una macchina digitale, ad esempio. Se la macchina non sostituisce il cervello, e non lo farà mai, resta aperta la questione della incommensurabilità del nostro sistema della coscienza rispetto a qualsiasi interpretazione meccanicistica. Rimane tutta viva la nostra misteriosa, splendida singolarità. E sempre da questo intervento, trovo suggestivo la lucida constatazione che i cosiddetti big data non risolvano o mitighino questo "problema della coscienza", ma semmai lo rilancino, a nuovi emozionanti livelli.

Evidente, come ricorda Guzzi, che le tecnologie siano del tutto "neutrali", né negative né salvifiche. E' un pensiero errato quello che porta ad esprimersi diversamente, a demonizzare Facebook oppure ad incensarlo. La verità - dice sempre Guzzi - è che ci vuole una formazione, per usare questi strumenti evoluti.

L'esposizione di Vito Mancuso si gioca, mi pare, su di un registro più critico riguardo sull'impatto di queste tecnologie sulla vita reale. Bello e validissimo in ogni caso il richiamo di Mancuso al fatto che la bellezza è creativa, e non può essere digitale o automatica, in nessun modo. Suggestivo anche il suo connettersi alla imperfezione analogica come via perpetua di bellezza e dunque di fascinazione (sto leggendo il suo libro sulla bellezza, ma sono ancora un po' all'inizio, abbiate pazienza).

Sul cambio di paradigma in rapporto alla spiritualità si sofferma debitamente Paolo Benanti, per il quale il digitale cambia proprio il modo di vedere la realtà. Riformulando perfino categorie come "salvezza" o "giustificazione", un tempo prerogativa dell'approccio spirituale alla vita. E non solo, perché la fede si viene a modificare con il cambiamento stesso della relazione di natura "credente" che ora viene influenzato in maniera tutt'altro che trascurabile dal web e dall'uso che ne facciamo per "recuperare" informazioni e orientamento nel mondo.

Vorrei però terminare riprendendo quanto dice Marco: Internet è uno strumento formidabile di connessione tra gli umani, uno strumento in sé assolutamente neutrale. Dovremmo guardarci allo specchio, e capire che la stupidità di Facebook è il riflesso di un nostro modo "stupido" o istintivo di agire, di manifestare delle parti di noi che ancora attendono di essere guarite. Un modo che possiamo correggere, con pazienza, lavorando su noi stessi.

In sintesi, ci vuole realmente una educazione e formazione all'uso del mondo digitale. Proprio per la sua importanza, e proprio nella coscienza che siamo in una epoca di modificazione accelerata di sistemi di pensiero e di credenze che hanno resistito per secoli, sostanzialmente uguali a sé stessi.

Dobbiamo mettere a tema argomenti che rischiano di passare sottotraccia come scontati, sui quali invece la riflessione è più che mai necessaria. Proprio per la consapevolezza che vogliamo acquisire nell'uso della tecnica, perché dispieghi il suo carattere creativo (tecnè vuol appunto dire arte, in greco). Sempre di più, a vantaggio di una umanità davvero "nuova", anche nell'uso di questi strumenti.